Ceuta, la propaganda e il vuoto della politica

Le immagini arrivate da Ceuta hanno raccontato molto più di qualsiasi conferenza stampa. Per qualche giorno quella piccola enclave spagnola è diventata il centro del dibattito europeo, il simbolo di un’emergenza che sembrava destinata a cambiare gli equilibri del continente. Poi, come spesso accade quando la politica rincorre la propaganda, il clamore si è dissolto con la stessa rapidità con cui era stato costruito. Le telecamere si sono spente, gran parte delle persone coinvolte ha fatto ritorno in Marocco e l’attenzione si è spostata altrove.Resta però una domanda: a cosa è servita tutta quella enfasi? Di certo non a risolvere il problema migratorio. È servita, piuttosto, ad alimentare una narrazione utile a chi vive di emergenze permanenti. E in questa corsa alla spettacolarizzazione il governo Meloni, con Piantedosi al Viminale e Tajani impegnato sul piano diplomatico, ha offerto una delle pagine meno convincenti della propria politica estera e migratoria.L’idea di esportare il cosiddetto “modello Albania” in altri Paesi africani, ipotizzando nuovi hub per i migranti, appare l’ennesimo tentativo di spostare il problema anziché affrontarlo. È una ricetta già sperimentata altrove con risultati tutt’altro che incoraggianti e che continua a scontrarsi con ostacoli giuridici, politici e umanitari. Cambiano i nomi dei Paesi, ma non cambia la sostanza: si continua a inseguire una scorciatoia per una questione che scorciatoie non ne ha.Nel frattempo la Spagna, pur trovandosi davanti a una situazione complessa e drammatica, ha dimostrato che uno Stato può coniugare fermezza e rispetto delle regole. Da una parte ha gestito il rientro di chi non aveva titolo per restare, dall’altra ha garantito tutele a chi aveva il diritto di chiedere protezione internazionale. Non un modello perfetto, ma certamente un approccio più concreto di quello italiano, troppo spesso confinato negli annunci e nelle dichiarazioni ad effetto.Ciò che lascia più amaro è l’utilizzo politico di una tragedia umana. Migliaia di persone sono finite al centro di un braccio di ferro diplomatico, trasformate in argomento di propaganda invece che in esseri umani portatori di diritti e di storie. E l’Italia, anziché contribuire ad abbassare i toni e a costruire una risposta comune europea, ha scelto ancora una volta la strada dello scontro, incrinando i rapporti con un Paese amico e alimentando tensioni che difficilmente porteranno benefici concreti.Chi ha sempre guardato alla politica con i valori della sinistra continua a pensare che governare l’immigrazione significhi tenere insieme umanità e legalità. Accogliere chi fugge da guerre e persecuzioni, integrare chi ha diritto di restare, ma allo stesso tempo rendere effettivi i rimpatri di chi non possiede i requisiti previsti dalle leggi. Rinunciare a uno di questi principi significa inevitabilmente indebolire anche l’altro.Per questo, se la destra continua a vincere consenso su questi temi, una parte della responsabilità ricade anche su una sinistra che, in Italia come nel resto d’Europa, troppo spesso si è presentata divisa, timida e incapace di elaborare una proposta comprensibile ai cittadini. Limitarsi a contestare le ricette della destra non basta. Occorre offrire un’alternativa credibile, europea e praticabile, che sappia garantire insieme sicurezza, legalità e solidarietà.È su questo terreno che si giocheranno le prossime sfide politiche. La destra, piaccia o no, ha costruito uno slogan semplice e facilmente riconoscibile. La sinistra, invece, continua a parlare con troppe voci e troppo spesso in ordine sparso. Finché non ritroverà una visione comune, il rischio è quello di lasciare il monopolio di un tema decisivo proprio a chi, finora, ha dimostrato soprattutto una straordinaria capacità di trasformare problemi complessi in slogan elettorali.Mi torna allora alla mente una domanda che un tempo sarebbe sembrata quasi retorica: esiste ancora un’internazionale della sinistra capace di elaborare una strategia comune sui grandi fenomeni globali? Perché senza una risposta condivisa sull’immigrazione, sulla sicurezza e sulle disuguaglianze, il rischio è che la destra continui a vincere non tanto per la bontà delle proprie soluzioni, quanto per l’assenza di un’alternativa altrettanto chiara e convincente.

Cadetto di Guascogna

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