Ceuta, dalla geografia alla diplomazia, passando per Schengen e le bufale sui migranti: l’atlante perduto del governo Meloni

C’è un dato che dovrebbe far riflettere più della vicenda di Ceuta in sé. Non riguarda i migranti, il Marocco, la Spagna o Pedro Sánchez. Riguarda noi. Riguarda l’Italia. Perché ancora una volta il nostro governo è riuscito a trasformare una questione che appartiene quasi esclusivamente alla politica interna e diplomatica spagnola in un clamoroso boomerang internazionale. E, come spesso accade, tutto è nato dalla straordinaria capacità di una parte della destra di sacrificare la realtà sull’altare della propaganda. La geografia, in fondo, è un’opinione. Il diritto internazionale pure. Le sentenze dei tribunali sono dettagli. L’importante è trovare un titolo, agitare la paura, evocare l’invasione e mettere nel mirino il nemico politico del momento. Questa volta il bersaglio si chiama Pedro Sánchez.

È bastato vedere migliaia di migranti marocchini raggiungere Ceuta perché partisse il consueto copione. L’Europa è sotto assedio. Le politiche di Sánchez sono fallite. Schengen va sospesa. L’Italia rischia di essere travolta. Mancava soltanto qualcuno che proponesse di spostare Gibilterra davanti a Lampedusa e il quadro sarebbe stato completo.

Peccato che Ceuta, particolare trascurabile per chi considera l’atlante un testo eversivo, si trovi in Africa. Sì, proprio in Africa. È territorio spagnolo e quindi appartenente all’Unione europea, ma geograficamente è un’enclave incastonata sulla costa marocchina, separata dalla Spagna continentale dallo stretto di Gibilterra. Una realtà nota a qualsiasi studente delle scuole medie e che invece sembra essere sfuggita a buona parte dei professionisti dell’indignazione permanente. Del resto, pretendere un minimo di dimestichezza con la geografia da chi vive di slogan è forse un eccesso di ottimismo.

E così Antonio Tajani, ministro degli Esteri della Repubblica italiana, ha pensato bene di evocare addirittura una sospensione dell’area Schengen, attribuendo implicitamente alla Spagna responsabilità che con quanto accaduto hanno ben poco a che vedere. Una dichiarazione talmente improvvida da provocare una durissima reazione del governo di Madrid. Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares non si è limitato a una smentita. Ha convocato l’ambasciatore italiano, definendo “indegno” il messaggio del suo omologo e ricordando che da un Paese amico ci si aspetterebbe solidarietà europea e non demagogia di partito. Nel linguaggio felpato della diplomazia equivale a una sonora tirata d’orecchi. In quello comune significa: prima di parlare, studiate i dossier.

Ma la figuraccia non si è fermata qui. Perché il governo spagnolo ha smontato punto per punto anche un’altra narrazione tanto cara alla destra italiana: quella secondo cui gli arrivi a Ceuta sarebbero la conseguenza della regolarizzazione di cinquecentomila migranti decisa da Sánchez. Falso. Completamente falso. La procedura di regolarizzazione riguarda esclusivamente persone già residenti in Spagna prima del 1° gennaio 2026 e in possesso di rigorosi requisiti previsti dalla legge. Non ha nulla, assolutamente nulla, a che vedere con chi ha raggiunto Ceuta in questi giorni. La stessa Madrid ha spiegato che quanto accaduto è invece collegato agli effetti di recenti pronunce della Corte Suprema spagnola sui respingimenti e alle conseguenti procedure amministrative. Una questione giuridica complessa, che richiederebbe competenza e prudenza. Due qualità che, evidentemente, non sono di moda quando c’è da alimentare il mercato della paura.

Naturalmente tutto questo non significa che la crisi non esista. Esiste eccome. È seria e va affrontata. Ma affrontarla significa comprenderne le cause, non inventarle. Significa chiedersi perché, improvvisamente, migliaia di persone abbiano potuto attraversare il confine senza che sul lato marocchino vi fosse un’effettiva opposizione. È lì che andrebbero cercate le risposte. Nella storica rivendicazione di Rabat sulle enclave di Ceuta e Melilla. Nei delicati rapporti diplomatici tra Marocco e Spagna. Nei nuovi equilibri del Mediterraneo. Perfino nelle tensioni internazionali seguite alla posizione assunta da Pedro Sánchez sulla guerra di Gaza, posizione che ha fatto della Spagna una delle voci più critiche nei confronti del governo Netanyahu. Sono queste le domande che dovrebbe porsi chi governa un Paese. Ma sono domande difficili, mentre gli slogan sono terribilmente facili.

Così si preferisce raccontare la favola dell’invasione. Peccato che non esista alcuna invasione dell’Europa. Non esista alcuna minaccia concreta ai confini italiani. E soprattutto non esista la possibilità che chi arriva a Ceuta salga tranquillamente su un traghetto, attraversi lo stretto di Gibilterra e si ritrovi a passeggiare liberamente per Madrid, Milano o Monaco di Baviera. Esistono controlli, procedure, diritto d’asilo, verifiche, rimpatri, decisioni giudiziarie. Esiste, in altre parole, lo Stato di diritto. Ma lo Stato di diritto ha un grave difetto: non produce consenso con la velocità di un tweet.

La vicenda di Ceuta rappresenta anche un perfetto laboratorio dell’analfabetismo funzionale, quel fenomeno per cui si leggono le parole ma non se ne comprende il significato. Si guarda un video, si condivide una fotografia, si elimina il contesto e il gioco è fatto. È il trionfo della semplificazione. La geografia sparisce. Il diritto internazionale viene archiviato. La complessità viene espulsa dal dibattito pubblico come un clandestino indesiderato. Rimane soltanto la paura, accuratamente confezionata e distribuita a un pubblico che, in molti casi, non saprebbe indicare Ceuta su una cartina muta ma si sente perfettamente qualificato per impartire lezioni di geopolitica.

Eppure la parte più ironica di tutta questa storia è un’altra. In queste settimane la maggioranza rivendica con orgoglio di essere il governo più longevo della storia repubblicana. Complimenti. Ma la longevità, da sola, non certifica la qualità. Anche gli errori possono durare a lungo. Anche l’incompetenza può essere sorprendentemente resistente. I governi della Prima Repubblica cadevano per le crisi parlamentari, per i giochi di palazzo, per i veti incrociati. Quelli di oggi, evidentemente, non cadono più nemmeno quando collezionano gaffe internazionali, incidenti diplomatici e clamorose smentite da parte degli stessi governi che avevano tentato di mettere sotto accusa. La stabilità è certamente un valore. Ma quando diventa il rifugio dell’autoreferenzialità rischia di trasformarsi in un alibi. Perché un governo può anche durare cinque anni, dieci anni o vent’anni. Resta però una domanda alla quale la durata non risponde: sta governando bene?

Nel caso di Ceuta la risposta è arrivata direttamente da Madrid. Ed è stata così severa da costringere la diplomazia italiana a incassare una figuraccia che difficilmente sarà dimenticata. È l’ennesima di una serie ormai troppo lunga per essere liquidata come un incidente di percorso. E viene quasi da pensare che il vero problema non sia l’immigrazione, né Sánchez, né Schengen. Il vero problema è che un governo che pretende di impartire lezioni all’Europa farebbe bene, ogni tanto, a ripassare almeno l’atlante. Perché la propaganda può anche fare vincere qualche elezione, ma contro la geografia, il diritto e i fatti continua a perdere tutte le partite.

Cadetto di Guascogna

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