
“Quando il sole tramonta, comincia il jazz.”
La frase, stampata sulla maglietta del fonico che presidiava il FOH, ha accolto il pubblico che ordinatamente prendeva posto all’interno del fossato del Castello Angioino di Mola di Bari, quasi come fosse una dichiarazione d’intenti. E mai slogan fu più appropriato.
Quando le ultime luci del giorno si spegnevano, lasciando spazio alla notte, sul palco è salito lui, Billy Cobham, leggenda vivente del jazz-fusion che, a oltre ottant’anni, continua a sfidare il tempo con la stessa passione che lo ha reso protagonista di una delle stagioni più innovative della musica contemporanea.
Il tramonto, quella sera, ha segnato sì la fine della giornata, ma ha dato anche avvio a un viaggio musicale in cui esperienza, memoria e creatività si sono manifestate in un racconto sonoro capace di attraversare generazioni e confini.

Nell’ambito di «Bari in Jazz 2026», l’eccelso batterista ha incantato il pubblico con Time Machine, un progetto attuato in collaborazione con Bass Culture, che ha ripercorso i momenti più emblematici del suo percorso musicale.
Time Machine, già dai primi accordi profusi, ha riportato tutti i presenti indietro nel tempo, in un viaggio attraverso le tipiche sonorità che hanno caratterizzato la stagione d’oro della jazz fusion negli anni Settanta, rivisitate e reinterpretate grazie all’apporto della moderna sensibilità dei giovani e talentuosi musicisti che hanno accompagnato il batterista: Jorge Vera alle tastiere, Victor Cisternan al basso, una nutrita sezione di fiati con il virtuoso Bjorn Ark al sax, Antonio Baldino alla tromba, Andrea Andreoli al trombone, e alla chitarra elettrica, con un certo vanto non poco campanilistico, menzioniamo Rocco Zifarelli.

Un melting pot di storia e contemporaneità, dal sapore talvolta caraibico, altre volte profondamente newyorkese, sostenuto da una scrittura ricca di sfumature melodiche e orchestrali, proprie dell’improvvisazione jazzistica.
Ogni brano scelto ha ripercorso le tappe della vita dell’artista, restituendo al pubblico la straordinaria ricchezza di una carriera luminosa e irripetibile, costruita grazie allo studio personale ma anche a collaborazioni illustri, che testimoniano l’eccezionalità del suo percorso musicale: George Benson, Miles Davis, Carlos Santana, John McLaughlin e la Mahavishnu Orchestra, giusto per citare solo alcuni nomi dei suoi più leggendari sodalizi artistici.

Dopo “Times of My Life” e “A Little Travelin’ Music”, che hanno riscaldato il pubblico nella già rovente serata molese, il groove si è modificato, facendosi più soft, dando a tutti gli spettatori l’idea che il viaggio nella musica stesse prendendo una direzione più introspettiva.
E allora fra le incredibili esecuzioni fascinosamente quasi invasate, di “Bombay Chill”, “Tinseltown” e Red Baron, quello che lascia il pubblico in religioso silenzio è l’unico assolo di batteria che l’artista regala.
Tutti i presenti, penso abbiano compreso quanto prezioso fosse quel regalo: uno sforzo musicale fatto di storia, di talento, di precisione e di competenza musicale.

Con la sua personalissima tecnica di percussione ambidestra, a dir poco straordinaria, l’artista ha affascinato e sorpreso il pubblico per la fluidità del suono generato, conducendolo nei meandri del suo mondo interiore fatto di genialità improvvisata, di indipendenza degli arti, precisione e potenza.
È stato il momento in cui, per i presenti, più forte è stata la percezione del suo genio innovativo, della sua ritmica eccezionale, di cui, da sempre, è particolare esponente grazie all’uso della doppia cassa: nella sua carriera, infatti, a differenza dei suoi colleghi batteristi che la usavano tipicamente per riprodurre partiture copiose di note brevi, Cobham l’ha sempre impiegata per creare accenti, costruire figure sincopate, dialogare con rullante e tom, consentendo al doppio pedale di partecipare ed “esistere” all’interno del brano come voce indipendente, dando, quindi, alle casse una vera e propria identità musicale, e non solo tecnica.

Ciò che è accaduto sul palco quella sera è andato, pertanto, oltre la semplice dimensione del concerto. Vedere Billy Cobham suonare con energia e lucidità, nonostante l’età avanzata e le inevitabili limitazioni fisiche che il tempo porta con sé, è stato un privilegio vero e proprio.
Un momento impagabile, capace di dimostrare come le grandi passioni riescano a superare i limiti del corpo e a trasformarsi in pura espressione dello spirito.
Graziana Cinquepalmi
Foto di Gaetano de Gennaro
in esclusiva per il Cirano Post