
Ci sono artisti che riempiono i concerti con effetti speciali. Altri con le hit. E poi ci sono quelli che riescono a catturare centinaia di persone semplicemente prendendo in mano una chitarra e iniziando a cantare.
Il Locus Festival 2026, come sempre curato dalle belle menti di Bass Culture, ha portato uno dei nomi più importanti della musica italiana contemporanea in una delle location più suggestive del Paese: Castel del Monte. E, a pensarci bene, difficilmente si sarebbe potuto immaginare un luogo migliore per un concerto di Iosonouncane.
Prima ancora che iniziasse la musica, era il posto stesso a parlare. Castel del Monte non ha bisogno di presentazioni: la sua geometria perfetta, il silenzio dell’altopiano e quella sensazione quasi fuori dal tempo trasformano qualsiasi evento in qualcosa di speciale. Se poi sul palco sale Jacopo Incani, tutto sembra trovare una sua naturale coerenza.
Il pubblico era quello delle grandi occasioni, ma soprattutto quello dei fedelissimi. Poche facce capitate lì per curiosità. La maggior parte erano persone che conoscevano ogni parola, ogni pausa e ogni disco di un artista che, senza fare troppo rumore, ha cambiato profondamente il modo di intendere la musica alternativa italiana nell’ultimo decennio.
Può sembrare un’affermazione esagerata.
Secondo me non lo è.

Con album come DIE e soprattutto IRA, Iosonouncane ha allargato i confini della canzone d’autore italiana come pochi altri artisti della sua generazione. È partito dalla tradizione di autori come Dalla, Guccini e Battiato, ma invece di limitarsi a raccoglierne l’eredità ha costruito un linguaggio completamente personale. Nei suoi dischi convivono elettronica, folk, musica mediterranea, ritmi africani, minimalismo, sperimentazione e una scrittura che spesso supera perfino i limiti della lingua italiana, arrivando, in alcuni passaggi di IRA, a inventarne una nuova.
Eppure, tutto questo universo sonoro, venerdì sera, è stato affidato soltanto a una voce e a una chitarra.
Ad aprire la serata è stata Gaia Rollo, giovane cantautrice pugliese. Chitarra acustica e voce, senza alcun artificio. Una performance delicata, elegante e sorprendentemente matura, che ha ipnotizzato il pubblico fin dai primi minuti. Le sue canzoni sembravano nate apposta per essere suonate in un luogo come Castel del Monte, e il contrasto tra la loro intimità e l’imponenza della fortezza federiciana ha reso l’atmosfera ancora più suggestiva.
Poi arriva lui.
L’ultima volta che avevo visto Iosonouncane dal vivo era sempre al Locus Festival, nel 2021. In quell’occasione portava sul palco IRA, probabilmente il disco più ambizioso e sperimentale della sua carriera. Era uno spettacolo dominato dall’elettronica, dalle stratificazioni sonore e da una ricerca timbrica quasi ossessiva.
Questa volta è stato tutto il contrario.
Solo chitarra.
Solo voce.
Eppure, dopo pochi minuti, mi sono accorto di una cosa.
La firma di Iosonouncane era rimasta identica.
Cambiano gli arrangiamenti, cambiano gli strumenti, cambia completamente il vestito delle canzoni. Ma la sua identità artistica resta immediatamente riconoscibile. È uno di quei rarissimi musicisti che non hanno bisogno di una produzione monumentale per essere sé stessi.
La cosa che mi ha colpito più di ogni altra, però, è stata il pubblico.
Durante il concerto regnava un silenzio quasi irreale.
Non il silenzio dell’educazione.
Il silenzio dell’ascolto.
Quello che si crea quando centinaia di persone smettono di pensare a tutto il resto e rimangono completamente connesse con ciò che sta succedendo sul palco.
Era come se tra artista e pubblico si fosse creato un dialogo invisibile.
Un concerto che sembrava più una lunga conversazione che uno spettacolo.

La scaletta attraversa praticamente tutta la sua carriera.
Ci sono i primi lavori, con brani come “La macarena su Roma”, poi arrivano diverse pagine di DIE, che continuo a considerare uno dei capolavori assoluti della musica italiana degli ultimi dieci anni, fino ad approdare naturalmente a IRA.
Ma una delle sorprese più belle della serata sono state le cover.
Guccini.
Radiohead.
E soprattutto “Sporca estate” di Piero Ciampi, reinterpretata con una sensibilità tale da sembrare quasi un brano scritto da lui.
È in momenti come questo che si capisce davvero quanto Iosonouncane sia prima di tutto un grande interprete della canzone d’autore, oltre che uno straordinario compositore.
Ovviamente il finale non poteva che essere affidato a “Stormi”.
Credo sia uno di quei brani destinati a rimanere nella storia della musica italiana contemporanea. Non soltanto perché è la canzone che ha fatto conoscere Iosonouncane a un pubblico più ampio, ma perché rappresenta perfettamente la sua idea di musica: personale, coraggiosa, poetica e impossibile da rinchiudere dentro un genere.
Dopo circa un’ora e mezza il concerto finisce.
Le luci si accendono lentamente.
Ma c’è una scena che continua a rimanermi impressa più delle altre.
La lunghissima fila davanti al banchetto del merchandising.
Persone che aspettavano pazientemente di comprare un vinile, una maglietta, un ricordo della serata.
Io ero tra loro.
E, ripensandoci, non credo fosse semplice voglia di acquistare un disco.
Sembrava piuttosto un modo per dire grazie.
Grazie a un artista che, senza mai inseguire classifiche, algoritmi o compromessi, ha avuto il coraggio di seguire sempre la propria strada.
In tanti anni di concerti non mi era mai capitato di vedere una fila così lunga davanti a un banchetto del merch.
Forse perché, per una sera, comprare un vinile non significava semplicemente portarsi a casa un oggetto.
Significava portarsi via un pezzo di un concerto che, in un luogo come Castel del Monte, aveva assunto quasi il valore di un’esperienza collettiva.
E uscendo da lì ho avuto una sensazione piuttosto semplice.
Ci sono artisti che riempiono gli stadi.
E poi ci sono artisti che riescono a riempire il silenzio.
Iosonouncane appartiene decisamente alla seconda categoria.
Claudio Ladisa
Foto di Claudio Ladisa