
Una folla immensa riempie il Sagrato della Madonna del Pozzo dopo un’inevitabile attesa. Serata caldissima, ventagli che ondeggiano, bottigliette d’acqua a vista, generazioni diverse riempiono le fila dei posti a sedere, ma non solo. Si attende una performance eccezionale per la chiusura della annuale edizione del Multiculturita Festival di Capurso. Chi ha già assistito ad un concerto di Levante sa cosa lo attende, per me in realtà è la prima volta e la curiosità cresce ma sono sicura che non resterò delusa.
Il concerto si apre al buio, con un synth che pulsa Dell’amore il fallimento: è pop anni 80, basso elettronico e batteria secca. Levante entra cantando “in quanti pezzi siamo rotti?” e balla da urlo; la sua scelta tecnica è quella di partire dalla crepa. Vocalità bassa, quasi sussurrata. L’emozione è smarrimento, gelo. Quella domanda ti arriva addosso. Nessuno parla, nessuno respira forte. Inizia il concerto già con un nodo. Ti mette subito davanti allo specchio. Il Sagrato della Madonna tace.

Poi la band esplode e Levante canta tutti i brani di fila, senza stacchi. Energia travolgente per canzoni che ti comunicano emozioni diverse: da Capitale, un pop rock, con chitarre in distorsione, ritmo dritto, voce graffiante, raddoppiata che ti fa stringere i pugni, a Follemente che ti fa muovere la testa: un synth che balla, ma il testo ti graffia. Ridi ma è una risata storta. E poi arriva Le lacrime. Qui tutto si ferma di nuovo e si spengono le luci. Solo chitarra e lei. Niente effetti, niente band. Arrangiamento minimalista, la voce è nuda, senza riverberi. Si sentono i respiri. Un soul intimista che ti fa sentire quella morsa alla gola, come quando trattieni il pianto perché se parti non la smetti più. L’intenzione di Levante era chiara: spogliarsi. L’effetto è stato farci sentire meno soli. In mezzo passa di tutto: Non me ne frega niente, orgoglio che trema, e tu la canti forte per crederci; Ciao per sempre, quell’addio composto che fa più male perché non urli; Bravi tutti, una canzone vestita di quell’ironia che ti fa ridere di chi ti ha deluso; e poi MaiMai, un beat da club con testo da diario; Mi manchi e ti manca di nuovo e il vuoto dentro cresce.

Ma il picco è Duri come me. E qui esplodi. Mani in alto e canti “Siamo duri come me”. Non canti per lei. Canti per te, per tutte le volte che sei caduto. Mi guardo intorno: 2000 cicatrici che diventano coro. Non posso raccontale tutte, sono tantissime le canzoni che Levante ci ha regalato ma non posso non ricordare la forza esplosiva di un synth pop estivo con cui ci ha salutato con la promessa di ritornare subito: Tikibombom: basso funk, cori, voce leggera, giocosa. Corpo libero, zero giudizio. Lei torna a correre da un lato all’altro del palco con un’energia travolgente che fa alzare tutti dalla sedia. Ci urla “ballate” e il Sagrato diventa dancefloor. Quanta libertà!
Per tutta la durata del concerto invita a battere le mani, a cantare i ritornelli, a partecipare. Canta e sorride e ci guarda negli occhi quando si avvicina il più possibile dal palco a chi si affolla per riuscire a rubare una foto da ritratto.

Esco dal Multiculturita con la voce roca, sudata, la testa leggera e il cuore pieno. Ho capito perché quella gente era lì in trepida e attesa: Levante non ti dà la soluzione; ti fa attraversare il fallimento, le lacrime, la rabbia… per farti arrivare alla rivincita. Levante non fa spettacolo, fa comunità. Ti fa ballare sulle ferite, cantare sul dolore e alla fine ti dice: Sali, sei parte di questo. Un WOW! per chi ha il coraggio di cantarti dentro.
Flora Guastamacchia
Foto di Flora Guastamacchia