Giustizia o vendetta? L’Italia davanti a un bivio

C’è un filo rosso che lega vicende molto diverse tra loro. È il progressivo assottigliarsi del confine tra giustizia e vendetta, tra lo Stato di diritto e la tentazione di sostituire la legge con la forza, i tribunali con gli istinti, la Costituzione con gli slogan.
Ogni volta che un fatto di sangue scuote il Paese, prima ancora che magistrati e investigatori abbiano completato il loro lavoro, si formano due tifoserie contrapposte: una pronta ad assolvere, l’altra a condannare. Non contano più gli accertamenti, le responsabilità individuali, le prove. Conta soltanto schierarsi. È una deriva che avvelena il dibattito pubblico e finisce per danneggiare anche le istituzioni che si dice di voler difendere.

Le immagini diffuse da Bologna sono di quelle che lasciano un senso di angoscia. Mostrano un uomo immobilizzato a terra durante un intervento di polizia e un epilogo drammatico che ha portato alla sua morte. Sarà la magistratura ad accertare ogni responsabilità, ma quelle immagini pongono una domanda che nessuna società democratica dovrebbe eludere: era davvero inevitabile che finisse così?
Da quanto è emerso finora, quell’uomo stava urlando, inveiva, era in un evidente stato di agitazione. Un comportamento certamente difficile da gestire, ma che, almeno per quanto è noto, non equivale di per sé a una minaccia mortale. Era prima di tutto una persona. Una persona che mostrava un evidente stato di sofferenza. Forse viveva un disagio psicologico, forse una crisi esistenziale, forse era semplicemente un uomo travolto da una condizione di emarginazione e disperazione. Non conosciamo ancora tutta la sua storia, ma proprio per questo avrebbe meritato, prima ancora di essere trattato come un problema di ordine pubblico, di essere guardato come un essere umano. La civiltà di uno Stato si misura anche dalla capacità di comprendere la fragilità di chi perde il controllo e di intervenire nel modo meno lesivo possibile.

Le immagini diffuse da Bologna hanno inevitabilmente richiamato alla memoria gli episodi più controversi della cronaca statunitense, quelli nei quali l’uso della forza da parte della polizia ha suscitato indignazione in tutto il mondo. È un modello che molti associano alla cultura della “tolleranza zero” e, nel dibattito politico contemporaneo, all’universo MAGA. Naturalmente ogni vicenda ha una storia diversa e saranno le indagini a chiarire ogni responsabilità, ma proprio per questo quelle immagini dovrebbero indurre tutti a una riflessione, non a una difesa d’ufficio. Uno Stato democratico si distingue dalla sua capacità di garantire sicurezza senza rinunciare al rispetto della dignità umana. Se davanti a una persona in evidente stato di sofferenza la risposta diventa esclusivamente la forza, allora significa che qualcosa si è incrinato nel rapporto tra autorità, legalità e umanità.

Da troppo tempo una parte della politica alimenta il riflesso secondo cui chi indossa una divisa avrebbe sempre e comunque ragione, mentre chi si trova dall’altra parte meriterebbe automaticamente qualsiasi conseguenza. È una cultura che non rende un servizio neppure alle stesse forze dell’ordine, perché finisce per trasformare la fiducia nelle istituzioni in una sorta di immunità preventiva. Le forze dell’ordine si difendono pretendendo professionalità, equilibrio e trasparenza, non offrendo assoluzioni preventive a prescindere.
Lo stesso schema si ritrova nell’esaltazione della cosiddetta giustizia fai-da-te, nella quale la vendetta viene spacciata per coraggio e la violenza per giustizia. È accaduto nel dibattito sul caso del gioielliere che ha inseguito e ucciso dei rapinatori quando il pericolo era ormai cessato; accade ogni volta che qualcuno pretende di trasformare la legittima difesa in una licenza di uccidere. Ma la legittima difesa è una cosa, la rappresaglia è un’altra. Confonderle significa demolire uno dei pilastri fondamentali dello Stato di diritto.

Anche il linguaggio della politica contribuisce a questo degrado. Il video diffuso dal generale Roberto Vannacci, nel quale alcuni esponenti dell’opposizione vengono raffigurati nell’arena del Colosseo in attesa di essere sbranati dai leoni, rappresenta un salto di qualità inquietante. Non è satira. Non è ironia. È la rappresentazione dell’avversario come nemico da eliminare. Quando il confronto democratico lascia spazio alla disumanizzazione dell’avversario, il rischio è che la violenza simbolica finisca, prima o poi, per alimentare anche quella reale.

È questo il clima che dovrebbe preoccupare tutti, indipendentemente dalle appartenenze politiche. Un clima nel quale si applaude troppo facilmente alla forza e troppo poco al diritto; nel quale si cerca il colpevole prima ancora della verità; nel quale si scambia la vendetta per giustizia e si considera la Costituzione un ostacolo anziché la più grande garanzia della nostra libertà.

La vera scelta che attende il Paese non è semplicemente tra destra e sinistra. È tra chi crede che la forza debba sempre rimanere entro i limiti fissati dalla Costituzione e chi, invece, ritiene che quei limiti possano essere superati in nome della sicurezza, della paura o della rabbia. Quando gli slogan prendono il posto del diritto, quando l’umanità viene sacrificata sull’altare del giustizialismo, a perdere non è una parte politica. Perde l’Italia, perde la democrazia, perde la Costituzione. E questa è una responsabilità che nessun cittadino dovrebbe dimenticare quando sarà chiamato a esprimere il proprio voto.

Cadetto di Guascogna

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