
Avete mai provato l’emozione di sentirvi, in una occasione anche solo generica, di fronte alla rappresentazione di qualcosa molto simile allo scibile umano? Vi è mai capitato di provare la vertigine che deriva dalla sensazione di sentirsi infinitamente piccoli di fronte alla maestosa manifestazione di nobili doti quali talento e competenza, genio e sregolatezza, disciplina e padronanza dell’arte?
Può il genio di Beethoven avere qualcosa in comune con la produzione dei Led Zeppelin e viceversa? Infine, vi siete mai chiesti quanto possa essere rock l’anima di un violoncello o di un pianoforte?
Il pubblico riunito a Monopoli, nella suggestiva cornice di Lama Sottile – Santo Stefano, per uno degli eventi più attesi del Ritratti Festival 2026 ha avuto il privilegio di scoprire tutto questo, e molto altro, grazie alla geniale performance dei Maestri Giovanni Sollima e Carlotta Maestrini, protagonisti di un dialogo musicale travolgente, in cui tecnica, sperimentazione ed emozione si sono intrecciate senza mai contenersi nei limiti imposti dai generi musicali. Mirrors è stata la quintessenza di una performance-specchio: la riproduzione di identità, memorie, storia, futuro, estro e conoscenza, ha generato nel pubblico un caleidoscopio di emozioni capace di disorientare ed affascinare al tempo stesso.
Lo spezzarsi di alcune delle corde dell’arco del violoncello, già dopo pochi secondi dall’inizio del concerto, mentre contemporaneamente la pianista rimaneva concentrata nell’esecuzione delle poliritmie del primo brano, è stato l’evento che ha anticipato il carattere della serata, facendo emergere le personalità artistiche dei due protagonisti ricche di sfumature e sorprendentemente versatili.
Una veemenza ripetuta che si è trasformata in una vera e propria cifra stilistica, rivelando la capacità dei due artisti di co-abitare la musica con assoluta libertà, portando al massimo livello possibile l’esecuzione di ogni brano.

Lo spettacolo ha preso avvio con la rivisitazione di Kashmir dei Led Zeppelin. Si, avete letto bene. Non con un brano di Schubert, o di Mozart. Bensì “chiamando a rapporto” gli innovatori indiscussi del rock, assoluti pionieri dell’hard & dell’heavy metal, proponendo al pubblico una scelta insolita e tanto più coraggiosa poiché nella stessa giornata, a pochi chilometri di distanza, si esibiva in contemporanea, il probabilmente ignaro “Reverendo” Marilyn Manson.
E in tutto questo la vera magnificenza, a mio avviso, è stata quella di riuscire a fondere questo brano, sì rivisitato e adattato alle corde – non solo strumentali – della serata, con l’esecuzione della Sonata per pianoforte n. 1, Op. 2 in sol maggiore di Beethoven. La parte più pregevole è stata quella di poter godere dei due brani eseguiti consecutivamente, senza alcuna interruzione, in un flusso sonoro continuo che ha finito per annullare ogni confine tra i generi, tanto che spesso risultava difficile distinguere dove terminasse il rock e dove iniziasse la musica classica.
Una fusione tanto naturale quanto convincente, capace di trasformarsi in un’autentica dichiarazione d’amore per la musica e, al tempo stesso, in una lezione sulla necessità di superare gerarchie e pregiudizi culturali. Durante la performance, nessun linguaggio musicale veniva subordinato all’altro: ogni differenza trovava pari dignità espressiva.
L’esaltazione della diversità era tangibile anche soltanto nell’osservazione dei due protagonisti: da un lato un compositore e interprete, gigante di esperienza e di talento, dall’altro una giovane e disciplinata pianista, nella cui arte si coglievano rigore, studio e una promettente maturità artistica. E in questa scelta così ardita di affiancare personalità così diverse nella parvenza, ma nella concretezza molto simili, si è ritrovata una delle finalità originarie del Festival, ovvero quella di essere incubatore di giovani talenti accostandoli ad artisti già affermati e favorendo un fertile scambio tra generazioni.
La sincronia musicale dei due artisti, il loro trasporto emotivo e la loro intesa, perfetta anche senza il confronto visivo, erano così forti che riuscivano a generare l’illusione di un ensemble ben più numeroso, un effetto reso possibile grazie anche all’eclettismo con cui Sollima suonava il violoncello, usando non solo le mani, ma tutto il corpo, anche talvolta abbracciando lo strumento, altre volte avvinghiandosi così avidamente al suono, quasi come a non volerlo far disperdere nell’aria.
Le vibrazioni dello strumento, pertanto, sembravano propagarsi attraverso il corpo stesso dell’artista, generando una energia musicale così reiterata che ha permesso al pubblico di assistere a una inesauribile manifestazione di vigore musicale e di viscerale vitalità. A tutto ciò si combinava la continua sperimentazione sul suono riprodotto, con l’ausilio di diverse tecniche oltre e quelle del metodo classico, sentore evidente di innovazione, studio ed improvvisazione da parte di Sollima: questa modalità espressiva ha fatto percepire tutta la sua anima rock, pop, jazz e folk, sfruttando tecniche estese e porzioni di elettronica, mutando la natura dello strumento e permettendogli di riprodurre suoni percussivi, metallici e persino effetti di distorsione tramite il chop, il body taps o il pizzicato alla Bartók.
E tutto questo accadeva con disarmante naturalezza su un violoncello, che con tutta probabilità, era di inestimabile valore: il maestro Sollima, infatti, è solito suonare durante i suoi concerti uno strumento costruito nel 1679 dal maestro liutaio Francesco Ruggieri. Un paradosso affascinante: uno strumento nato nel Seicento che miracolosamente riesce a parlare, oggi, il linguaggio del futuro.

Se Giovanni Sollima ha incarnato l’energia irruente e visionaria del racconto musicale, Carlotta Maestrini ne è stata voce equilibrata e profonda, rivelandosi molto più che una semplice interlocutrice musicale. La sua interpretazione, caratterizzata da rigore tecnico, lucidità esecutiva e grande sensibilità artistica, ha rappresentato il fulcro attorno al quale si è sviluppato l’intero dialogo sonoro della serata. Capace di modellare il suono con raffinata espressività, Maestrini ha dimostrato, nonostante la giovane età, una maturità artistica rara, distinguendosi per eleganza, duttilità e personalità scenica. Il suo pianoforte ha raccolto e rilanciato continuamente gli stimoli del violoncello, con rispetto, equilibrio e grande competenza.

Dopo aver apprezzato l’incontro fra Beethoven ed i Led Zeppelin, la performance è confluita nelle pagine composte dallo stesso Sollima: iniziando dal Tema III tratto da “Il bell’Antonio”, colonna sonora della miniserie televisiva ispirata al romanzo di Vitaliano Brancati, l’opera struggente e malinconica, viene legata alla “Sonata 2050”, il visionario racconto musicale in cui il compositore ha interpretato la sua idea di musica dell’anno 2050.
La sonata, articolata in diciassette minuti per tre movimenti, è ispirata a frammenti e suggestioni provenienti da Beethoven e Bach (per il quale, casualmente, il 2050 rappresenterà il tricentenario della sua morte): le note, lasciate circolare nello specchio dell’improvvisazione tipico dei canoni del post-minimalismo di cui Sollima è massimo esponente, hanno sviluppando nella composizione una struttura semplice ma con effetto di grande forza emotiva, grazie alla ripetizione di cellule melodiche ed armoniche del pianoforte, sulle quali il violoncello ha costruito un potente crescendo lirico.
Un graditissimo momento fuori scaletta è stato regalato dalla rappresentazione di “Chop Suey!” della band statunitense System of a Down: nella rilettura proposta da Sollima e Maestrini, l’energia dirompente e la tensione ritmica del celebre brano nu metal, sono state trasferite con sorprendente efficacia agli strumenti classici, dimostrando ancora una volta come i generi siano spesso confini più teorici che reali.
La generosità dei due artisti ha raggiunto l’apice con l’esecuzione del brano Ára bátur dei Sigur Rós, momento in cui il dialogo tra musica e paesaggio è apparso perfetto: come quasi a richiamarne il testo, le onde sonore degli strumenti sembravano intrecciarsi naturalmente con il rumore della risacca che aveva accompagnato il concerto fin dal suo inizio, trasformando il mare in silenzioso protagonista della serata.
Durante il racconto di come sono nati i suoi brani, l’artista ha coniato un neologismo che ben si addice a quello che è la rappresentazione del suo genio e della sua individualità: parla della sua abitudine di “sollimizzare” continuamente quello che vive, quello che vede, quello che sente, e della sua necessità di voler “abitare” ogni rappresentazione. È forse questa la sintesi più autentica della sua arte: una continua ricerca di personalizzazione e di interiorizzazione del mondo esterno.
Con la complicità musicale di Carlotta Maestrini, Giovanni Sollima ha aperto al pubblico le porte del suo universo creativo. Nel tempo del concerto sono emersi sessant’anni di arte, di studio, di autentico talento, di amore sconfinato per la musica, di pura genialità che il pubblico ha avuto il privilegio di poter conoscere e fare proprio in uno scenario naturale che con i suoi colori ed i suoi profumi ha dato un quid in più al godimento sonoro.

“Ritratti”, grazie all’incessante lavoro della sua ideatrice Antonia Valente, e di tutto lo staff che sempre operosamente collabora con lei, si conferma, ancora una volta, una realtà culturale di altissimo spessore.
Ogni appuntamento della rassegna si rivela, dunque, un piccolo miracolo incastonato nella calda estate monopolitana e testimonia che la musica, quando è autentica, non si dissolve mai con l’ultima nota.
Vivrà per sempre nell’animo di chi l’ha saputa realmente apprezzare.
Graziana Cinquepalmi
Foto di Graziana Cinquepalmi