La legge, il dolore e le bucce di banana di Nordio

Nessuno dovrebbe mai esultare quando una persona viene condannata al carcere. Nemmeno quando la sentenza appare giusta. Nemmeno quando riguarda chi ha commesso reati gravi. La privazione della libertà resta sempre una sconfitta umana prima ancora che giudiziaria. Vale per il pedofilo, per l’assassino, per il truffatore e vale anche per Mario Roggero, il gioielliere piemontese che la Cassazione ha definitivamente condannato a 14 anni e 9 mesi per l’uccisione di due rapinatori e il tentato omicidio di un terzo.

La vicenda suscita comprensibilmente emozione. Roggero non era un criminale in cerca di vittime. Era un commerciante che aveva subito rapine, che aveva visto la propria famiglia minacciata con le armi, che aveva vissuto momenti di autentico terrore. La solidarietà verso di lui è umana e naturale.
Ma una cosa è la solidarietà. Un’altra è il diritto.

A rendere ancora più complessa la vicenda c’è anche un precedente raramente ricordato nel dibattito pubblico. Nel 2005 Roggero patteggiò una condanna dopo essersi presentato armato a casa dell’allora fidanzato della figlia, minacciando il giovane e i suoi familiari. Un episodio lontano nel tempo e diverso da quello per cui oggi è stato condannato, ma che contribuisce a rendere meno lineare la rappresentazione di un uomo estraneo, fino alla tragedia della gioielleria, a qualsiasi precedente giudiziario legato all’uso di un’arma. Questa circostanza non modifica in alcun modo il dramma delle rapine subite né la solidarietà che molti continuano a provare nei suoi confronti, ma costituisce un elemento di contesto che merita di essere conosciuto.
Ed è qui che il dibattito pubblico, ancora una volta, si è smarrito.

Per anni, e ancor più dopo la sentenza definitiva, una parte della destra più identitaria e securitaria — dalla Lega a Fratelli d’Italia, passando per il generale Vannacci e molti dei loro sostenitori — ha trasformato il caso Roggero in una battaglia simbolica. Il gioielliere è stato elevato a emblema di una certa idea della sicurezza, fino al punto da presentare la sua vicenda come una clamorosa ingiustizia giudiziaria. Si sono moltiplicati gli appelli, le prese di posizione e le richieste di grazia, come se tre gradi di giudizio e una sentenza definitiva della Cassazione fossero poco più che un fastidioso dettaglio burocratico. È una posizione legittima sul piano politico, ma che finisce inevitabilmente per trasmettere un messaggio ambiguo: o si ritiene che i giudici abbiano applicato male la legge, nonostante anni di processi e verifiche, oppure si considera la legge stessa un ostacolo da aggirare quando il suo esito non coincide con le proprie convinzioni. In entrambi i casi, il rischio è quello di alimentare nell’opinione pubblica una pericolosa diffidenza verso il principio fondamentale dello Stato di diritto: il rispetto delle sentenze, soprattutto quando non ci piacciono.

La realtà processuale, però, è diversa. Tre gradi di giudizio hanno stabilito che quando Roggero impugnò la pistola e inseguì i rapinatori all’esterno della gioielleria, l’aggressione era terminata. I banditi stavano fuggendo. Il pericolo immediato, secondo i giudici, non esisteva più. Da qui la qualificazione del fatto come omicidio volontario e non come legittima difesa.

Naturalmente ciascuno può ritenere la sentenza troppo severa o persino ingiusta. È legittimo. Ma in uno Stato di diritto le sentenze non si giudicano con i sondaggi, con gli slogan o con i post sui social. Si possono criticare, ma vanno rispettate. Altrimenti si entra in un terreno scivoloso nel quale la giustizia viene sostituita dall’emotività e la legge dalla vendetta.
La distinzione è sottile ma decisiva.

Se si accetta il principio secondo cui chiunque può inseguire un fuggitivo e giustiziarlo perché ritiene di aver subito un torto, allora si torna a un’idea medievale della giustizia privata. E lo Stato perde il monopolio della forza che è uno dei pilastri della convivenza civile.

Per questo la sentenza può addolorare, può dividere, può persino lasciare l’amaro in bocca. Ma resta una sentenza della Repubblica italiana pronunciata dopo anni di processi e confermata dalla Cassazione.

Poi c’è il capitolo politico. E qui il registro cambia inevitabilmente.
In questo clima da tifo giudiziario, la richiesta di grazia è diventata quasi una parola d’ordine. Non più uno strumento straordinario previsto dall’ordinamento per situazioni eccezionali, ma una sorta di rimedio politico a una sentenza ritenuta sgradita. E proprio qui emerge la contraddizione più evidente: da un lato si invoca il rispetto della legalità contro criminali e delinquenti, dall’altro si fatica ad accettare le conclusioni della giustizia quando colpiscono una figura che si è scelta di trasformare in simbolo. È una torsione culturale che finisce per indebolire proprio quel principio di legalità che si dice di voler difendere.

Perché nelle ore successive alla condanna è entrato in scena il ministro della Giustizia Carlo Nordio, annunciando l’avvio di un’iniziativa finalizzata alla concessione della grazia.

Peccato che la grazia, per dettato costituzionale, sia una prerogativa del Presidente della Repubblica. Il ministro può istruire la pratica, trasmettere atti e formulare valutazioni. Ma il potere di concederla appartiene esclusivamente al Capo dello Stato. Una distinzione che dovrebbe essere familiare a qualunque studente di Giurisprudenza e che, a maggior ragione, dovrebbe esserlo al titolare di via Arenula.

E invece ecco l’ennesima scivolata. L’ennesima buccia di banana sulla quale il ministro è riuscito a inciampare da solo.

Nordio, già protagonista in questi anni di dichiarazioni controverse, rettifiche, polemiche e non poche gaffe istituzionali, ha offerto ancora una volta l’impressione di muoversi sul terreno della giustizia con una disinvoltura che mal si concilia con il rigore richiesto dal suo ruolo. Una sensazione singolare per chi occupa il dicastero che dovrebbe rappresentare il presidio tecnico e giuridico dello Stato.

A questo punto, tuttavia, la domanda da porsi è un’altra. Davvero si è trattato soltanto di una gaffe? Davvero il ministro ignorava i confini costituzionali della procedura di grazia? Oppure siamo di fronte a qualcosa di diverso?

Perché, a ben vedere, l’intera vicenda sembra inserirsi perfettamente in una dinamica politica ormai consolidata: trasformare casi complessi in messaggi semplici, immediati, emotivi. Non tanto parlare al diritto quanto all’emozione. Non tanto alla riflessione quanto all’identificazione.

In quest’ottica, il caso Roggero diventa un simbolo perfetto. Da una parte il gioielliere rapinato, dall’altra i banditi; da una parte il cittadino che reagisce, dall’altra lo Stato che lo condanna. Uno schema narrativo potente, capace di suscitare consenso immediato indipendentemente dalle sfumature giuridiche che emergono dagli atti processuali.

E c’è un ulteriore elemento che merita attenzione. La politica vive di consenso e il consenso si conquista anche attraverso i simboli. In una fase in cui il centrodestra deve fare i conti sia con nuove concorrenze interne alla propria area politica sia con un’opposizione che tenta di recuperare terreno, casi come quello di Roggero diventano inevitabilmente terreno di mobilitazione. Da questo punto di vista, la vicenda assume i contorni di una potente operazione comunicativa: schierarsi senza esitazioni dalla parte del gioielliere consente di trasmettere un messaggio immediato, emotivamente forte, facilmente comprensibile. Un messaggio che punta più all’identificazione che all’approfondimento giuridico.

E allora il dubbio non è più quello sulla preparazione del ministro. Il dubbio è un altro: che l’obiettivo non fosse intervenire realmente sulla vicenda, bensì mandare un segnale politico a un determinato elettorato. Un messaggio semplice: “Noi siamo dalla parte del gioielliere”. Poco importa che la grazia non dipenda dal governo. Poco importa che esista una sentenza definitiva della Cassazione. Ciò che conta, in questa lettura, è occupare simbolicamente il campo e poter affermare di aver tentato ogni strada possibile.

È una strategia che può piacere o non piacere, ma che caratterizza sempre più spesso il dibattito pubblico contemporaneo: la prevalenza della comunicazione sulla complessità, dello slogan sull’argomentazione, dell’impatto emotivo sull’analisi dei fatti.

Se così fosse, la vicenda Roggero assumerebbe un significato ancora più ampio. Non sarebbe soltanto la storia di una sentenza contestata, ma il racconto di una politica che tende a misurare ogni questione in termini di consenso immediato, privilegiando ciò che produce identificazione nell’opinione pubblica rispetto a ciò che richiederebbe spiegazioni più articolate e meno popolari.

Il Quirinale è stato così costretto a ricordare, con la consueta eleganza istituzionale, che la Costituzione assegna ruoli diversi a soggetti diversi. Una lezione elementare di diritto costituzionale che, evidentemente, ogni tanto necessita di essere ripassata anche ai vertici dello Stato.

La vicenda Roggero meritava rispetto, equilibrio e prudenza. Non slogan. Non tifoserie. Non la solita gara a chi riesce a trasformare più rapidamente una sentenza in una bandiera politica.

Perché il dolore di un uomo che entrerà in carcere non dovrebbe mai diventare materiale da propaganda.

E perché la giustizia, piaccia o non piaccia, non può essere considerata autorevole soltanto quando conferma le nostre convinzioni. La sua credibilità si misura soprattutto quando pronuncia sentenze che non condividiamo.

È una lezione antica quanto la democrazia. E forse proprio per questo continua a essere una delle più difficili da imparare.

Cadetto di Guascogna

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