
Il laboratorio dei sensi è innanzitutto il luogo della trasformazione. Passaggi di stato, da uno all’altro, tornando al primo e lì sostando, trasformando, cambiando la composizione fino a toccare l’anima, apparendo Essere, fugacemente, tendere all’Essenza. Strumenti ideati ad hoc possono aiutare a sciogliere, distillare, sublimare tutto il nero in putrefazione che alberga in noi: la metafora del già vissuto nel suo involucro coriaceo e ostile al cambiamento, alla (ri)nascita. Trasformare è un cambiare stato ma anche st(r)ato: pezzo dopo pezzo, le nostre convinzioni, vengono forzatamente indotte a macerare nell’organo fisico prescelto, spesso è la pancia, molte volte è il cuore, tante altre volte, il cervello. Nella Porta elementorum del “De anima in arte alchemiae” di Avicenna, la pratica alchemica è una dottrina di composizione dei corpi elementari: “se comprendi la trasformazione degli elementi l’uno nell’altro, comprendi tutto il magistero”. Tali elementi manifestano ai sensi le loro nature occulte mediante combinazioni a cui si riferiscono i più elementari processi naturali, confermando il legame indissolubile tra alchimia, scienze naturali e filosofia della natura.

Il laboratorio dei sensi è anche un po’ una sorta di tavolo anatomico: il corpo sensoriale riscopre i mille corpi nascosti nel miracolo in sé della natura, corpi che l’alchimia induce al dialogo. Il legame dell’opus coi processi vitali prende il nome di “pietra” che, in realtà, una pietra non è ma la misteriosa radice unica dell’opera, cioè quella materia prima che risiede nell’artefice stesso, in questo caso, Hermann Nitsch. “Si estrae da te, tu sei la miniera, la si può trovare presso di te e trarla da te e dopo che ne avrai fatto esperienza aumenterà in te l’amore per essa”. La materia prima è “per ricchi e per i poveri, per i generosi e per gli avari, per chi viaggia e per chi sta fermo, viene gettata per le vie e viene calpestata nei letamai (…) E solo i sapienti sanno che è una cosa sola, nascosta, e i quattro elementi sono in essa, ma essa è più forte di loro”. È, dunque, il corpo stesso dell’uomo, o il corpo – medium simbolo del divino, a fornire la materia prima dell’opus (sangue, urina). Ciò è possibile perché il corpo e l’anima sono tenuti insieme da una istanza intermedia chiamata spiritus e di cui il sangue è il principale veicolo. Tramite questo veicolo noi capiamo che spirito e materia non sono separati e in antitesi l’uno con l’altro e che lo spirito è un corpo sottile che è l’identica matrice del mondo e dell’uomo, dell’artefice e della materia su cui opera.

La mostra ruota attorno a tre grandi opere pittoriche realizzate in occasione della 152.aktion, napoli 2017, in dialogo con una parte significativa del laboratorio chimico e farmaceutico, donato dalla famiglia Scotto di Vettimo, composto da bottiglie, flaconi, alambicchi e contenitori che evocano la dimensione alchemica e sperimentale del lavoro di Nitsch. Inoltre: opere, documenti e materiali eterogenei, partiture musicali scritte dall’artista, presenze olfattive di essenze e fiori, possibilità tattili e gustative. Ma, soprattutto, la forza cromatica delle opere pittoriche: il colore inteso come fuoco (alchemico), come volontà di esser-ci, spinta di ripetizione interiore, ruolo attivo ritualistico all’interno della ripetizione del rito nella sua globalità, seme fondativo di un eterno ritorno identico e differente da sé stesso. Otto tavoli disposti al centro della grande sala al piano terra del Museo e “protette” dallo sguardo possente delle opere in questione, sorreggono gli strumenti della sperimentazione con, al centro, un quadrato con altrettanti oggetti: la chimica magica dell’apparizione dell’Essere già si (pre)dispone in un crescendo di sensorialità portata all’eccesso dalla visione: l’attrazione è lo spiritus (aureo) che appare dai sensi allertati, è il sangue che spinge alla fluttuazione tra i tavoli, trovando impossibile opporsi al richiamo dello stare. Ma è anche necessario predisporsi all’ascolto sensibile delle cose, quali essenze di processi chimici che sono stati, sedimenti di un passato che è storia del movimento del divenire, per approdare alla calata nella contemporaneità apparendo proiettati in quella sublimazione del nero che definiamo Bellezza: nel bene e nel male, oltre il bene e oltre il male, sta a noi predisporre le nostre forze interiori verso l’Essere possibile che noi già siamo.

Andrea Cramarossa
Foto di Diana del Franco
Testi di riferimento:
“Liber de compositione alchemiae” di Morieno
“De anima in arte alchemiae” di Avicenna