Ac Reverendissimum, Marilyn Manson in grande forma infiamma l’Arena della Fiera del Levante per il Locus Festival 2026

C’è sempre un’atmosfera particolare, quando una rockstar viene da un’epoca in cui la musica non era ancora liquida. Anzi, a dirla tutta è lo stesso concetto di rockstar, che quando impatta con l’epoca liquida assume delle traiettorie inaspettate.

Così Marilyn Manson, detto anche il Reverendo del rock. Quando uscì, era roba forte, per noi che stavamo vivendo dei Metallica già maturi e che con l’hard rock avevamo un rapporto un po’ di nicchia, per gruppi molto spinti sulla speed, o prigionieri di una qualità spesso discutibile, o per lo stilistico, ma pettinato, nu metal. Già la crasi tra le due icone americane degli Anni Sessanta, da un lato il glam della povera Norma Jean Baker, dall’altro quella della family omicida, raccontava di sogni infranti male, a una generazione, la nostra, in cui l’intero sogno occidentale faceva i conti con la fine del Secolo Breve. Non stupisca dunque che, al pari e anche più di come facevano i rapper, i testi, le chitarre graffiate, la pelle di serpente e le urla allucinate di Marilyn Manson, una volta evaporata la superficie di zolfo e iconografia inneggiante al maligno, esprimessero quanto noi fossimo incazzati con i miti infranti del miracolo economico con cui i nostri genitori ci avevano cresciuti.

Proprio così: l’unico maligno, una volta che Marilyn Manson ha lavato via il cerone bianco, il rossetto nero, si è sfilato le lenti a contatto color ghiaccio, gli anfibi con la zeppa e i pantaloni di pelle, resta il mito dell’Occidente, con i suoi bigottismi e le sue contraddizioni.

Sta di fatto che all’epoca furono organizzate messe di riparazione, fior fior di articoli di giornale e dibattiti pubblici, che preconizzavano che Marilyn Manson, al secolo Brian Hugh Warner, ci traviasse verso le droghe e verso i sacrifici umani e felini. Noi verso le droghe non ce ne siamo andati, i gatti non se ne sono andati per colpa nostra, ma l’Occidente, dopo aver sgonfiato il miracolo economico davanti ai nostri occhi, ci ha trascinati nell’aumento delle disuguaglianze e nella guerra totale. Questo per chiarire il male dov’è.

Tornando al concerto, Marilyn Manson arriva in un inedito concerto al Sud Italia, a Bari, alla Fiera del Levante, salutato da immagini generate con l’AI in cui pasteggia a focaccia e Peroni sul lungomare, perché, diciamocelo, le foto di questi decenni ce l’hanno spesso restituito un po’ rilassato nella forma fisica, e con un viso conteso da alcool e chirurgia estetica. In verità, anche noi, nel pubblico del concerto, non siamo più delle silfidi (io non lo sono mai stata): è bello riconoscersi nei coetanei con la pancetta in luogo della t-shirt metallara, con le ciabatte comode invece degli anfibi ripieni di ferraglia. C’è tanto stile, anche da parte dei giovani, molte dame gothicane, in cui rivedersi ragazzine.

Per questo, quando è salito sul palco, asciutto, con il guardaroba glam dei tempi d’oro e con una voce che ha recuperato i fasti con cui ci aveva conquistati, già da “Nod if you understand” che inaugura la setlist, abbiamo capito di essere qui per lo stesso motivo: per dimostrare che anche noi ci siamo ancora. Tanti, tantissimi i classici dai primi, dirompenti album, in special modo “Mechanical Animals” e “Antichrist Superstar”. Da “The Beautiful People” che ballata tutti insieme è un ottimo antidoto alla dittatura della taranta, ad “Angel with scabbed Wings” a “Dried up, Tied and Dead to the World”, fino alla seducente “The Dope Show”, “Great Big white World”, e a una “I don’t like the Drugs (but the Drugs like me)” solo accennata (perché Marilyn Manson specifica che a lui le droghe non piacevano, ma lui piaceva molto alle droghe, rigorosamente al passato). Immancabili le due cover famose, da “Sweet dreams” degli Eurythmics a “Personal Jesus” dei Depeche Mode. Emozionante ascoltare dal vivo “Tourniquet”, cantata su trampoli lunghi e affusolati. Bellissima la chiusura su “If I was your vampire” che copre la torrida Bari di neve artificiale, ma anche una “mObscene” senza compromessi. Grandi assenti “Coma White” e le due tracce eponime degli album, così come i successi più recenti come “Don’t pray for me”, che forse avrebbero fatto piacere ai più giovani. Ma per un’ora e un quarto vissuta al massimo, va bene così, anche per noi diversamente giovani.

Lo scandalo delle croci celebritarie rovesciate ha riguardato molto del dibattito pubblico dell’epoca, ad oggi sono convinta che l’imbarazzo verso il mondo hard rock di Marilyn Manson se la prendesse col dito che indicava il vero problema, nella società di quei giorni. E ad oggi, possiamo dire che avevamo ragione noi, che aveva ragione Marilyn Manson.

Beatrice Zippo
Foto dalla pagina Facebook della Fiera del Levante

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