Dal rock demenziale ai meme: Elio e le Storie Tese e Tony Pitony, due generazioni fuori dagli schemi alla conquista del Locus Festival 2026

Ci sono serate in cui il cartellone sembra costruito apposta per mettere a confronto due epoche. Sabato 11 luglio, alla Fiera del Levante di Bari, il Locus Festival ci è riuscito perfettamente. Da una parte Elio e le Storie Tese, quelli che da oltre trent’anni dimostrano che si può fare musica tecnicamente mostruosa senza prendersi mai sul serio. Dall’altra Tony Pitony, probabilmente il fenomeno musicale più imprevedibile esploso in Italia negli ultimi mesi. Due mondi lontanissimi, eppure sorprendentemente vicini.

Il Locus Festival, organizzato dalle belle menti di Bass Culture, anche quest’anno continua a confermarsi una delle rassegne più interessanti del panorama italiano, costruendo una line-up capace di mettere insieme artisti diversissimi senza mai perdere identità.

La Fiera del Levante è sold out. Ma la cosa che colpisce davvero non è il numero delle persone: è chi c’è.

Bambini, adolescenti, ventenni, quarantenni, famiglie intere, gruppi di amici, gente che probabilmente un concerto non lo vedeva da anni e ragazzi che vivono di live. È uno dei pubblici più eterogenei che abbia mai visto. Merito sicuramente della formula della serata, ma soprattutto di Tony Pitony, che nel giro di pochi mesi è riuscito ad abbattere qualsiasi barriera generazionale.

Elio: quando il virtuosismo diventa una presa in giro

Ad aprire la serata sono, naturalmente, Elio e le Storie Tese.

E, come da tradizione, non potrebbero mai limitarsi a fare “un concerto”.

Salgono sul palco vestiti da chef, trasformando l’intero spettacolo in una gigantesca esperienza culinaria. Ogni canzone diventa una portata. Ogni introduzione è un ingrediente. Ogni battuta è servita con il tempismo di chi questo mestiere lo fa da una vita.

L’antipasto è devastante: “Servi della Gleba”.

La Fiera del Levante esplode immediatamente. Ma è solo l’inizio del menù.

Arrivano altri “antipasti” come “Mio Cugino”, fino a quando entra finalmente in scena lui: il mitologico Mangoni durante il Vitello dai Piedi di Balsa. Ancora oggi resta difficile spiegare come una canzone così profondamente nonsense riesca comunque a emozionare. Forse è proprio questo il segreto degli Elii: trasformare l’assurdo in qualcosa di incredibilmente umano.

Apriamo una parentesi. È quasi inutile parlare della loro preparazione musicale. Stiamo parlando di musicisti mostruosi. Tempi dispari, modulazioni continue, cambi di tonalità improvvisi, dinamiche imprevedibili, arrangiamenti che mischiano rock, jazz, progressive, funk e qualsiasi altra cosa passi loro per la testa. Eppure sul palco tutto sembra semplice. Ed è forse questo il loro più grande talento. Non c’è mai quella fastidiosa voglia di dimostrare quanto siano bravi. La tecnica è completamente al servizio delle canzoni. Ti fanno ridere, ma mentre ridi stanno suonando roba che moltissimi musicisti faticherebbero anche solo a leggere.

Il menù continua con altri classici come “Parco Sempione”“Supergiovane” e tanti altri pezzi ormai entrati nell’immaginario collettivo italiano. Guardandomi intorno vedo padri che cantano insieme ai figli, fan storici e ragazzi arrivati soprattutto per Tony Pitony che finiscono inevitabilmente per divertirsi anche con Elio. Dopo circa un’ora e mezza arriva il dolce. “Tapparella”. E come sempre la Fiera del Levante diventa un gigantesco coro che urla “FORZA PANINO!”.
Fantastico.

Tony Pitony: il meme è diventato un concerto

Finito il servizio degli chef, arriva il momento del passaggio di consegne. Quasi una staffetta generazionale.

La band che ha scritto la storia della comicità musicale italiana lascia il palco all’artista che, probabilmente più di ogni altro oggi, ha capito come trasformare internet in un linguaggio musicale.

Tony Pitony è esploso con una velocità impressionante. Meno di un anno fa riempiva piccoli club. Oggi fa sold out praticamente ovunque. Sicuramente la vittoria della serata Cover di Sanremo insieme a Ditonellapiaga ha contribuito ad allargare il pubblico, ma sarebbe riduttivo attribuire tutto a quel momento.

La sensazione è quella di assistere a qualcosa di virale nel senso più puro del termine. Un passaparola gigantesco.

Il concerto si apre con la band che costruisce un medley strumentale delle sue canzoni. Una scelta semplice ma intelligentissima: il pubblico entra subito nel mood ancora prima che Tony salga sul palco. Lui arriva con l’ukulele e attacca “Rio de Janeiro”. Da lì in avanti non c’è praticamente un momento di pausa.

La band dà parecchio spessore ai brani, aggiungendo energia rispetto alle produzioni in studio, mentre Tony alterna continuamente musica e spettacolo. Meme. Provocazioni. Ironia. Battute. Atteggiamenti volutamente sopra le righe e assolutamente non politically correct. Probabilmente è proprio questo uno dei motivi del suo successo: in un momento storico in cui tutto sembra dover essere filtrato, Tony porta sul palco un personaggio completamente anarchico.
Può piacere o meno. Ma funziona. E lo si capisce da un dettaglio semplicissimo. Ogni singola canzone viene cantata a memoria.

Quando migliaia di persone conoscono ogni parola di brani come “Culo”“Donne Ricche” o “Balù”, significa che il bersaglio è stato centrato in pieno. Il concerto dura poco più di un’ora, inevitabilmente anche per una discografia ancora giovane. Tra una canzone e l’altra trovano spazio gag completamente assurde — dal riconoscere i piedi di alcune ragazze famose fino alle continue interazioni con il pubblico — che contribuiscono a costruire uno spettacolo più vicino a un varietà contemporaneo che a un concerto tradizionale. Il finale è affidato a “Strisce”, probabilmente il suo pezzo più riuscito fino a oggi.

Due artisti, due epoche, la stessa libertà

Uscendo dalla Fiera del Levante mi porto dietro una riflessione. Elio e Tony Pitony, a una lettura superficiale, potrebbero essere inseriti nello stesso grande contenitore della musica demenziale. In realtà appartengono a due epoche completamente diverse. Elio arriva dalla scuola del virtuosismo, della satira, del rock progressivo e della televisione degli anni Novanta. Tony Pitony è figlio dei meme, dei social, dell’assurdo postmoderno e della comunicazione velocissima di internet.

Cambiano il linguaggio, cambia il contesto storico, cambiano i riferimenti culturali. Ma c’è una cosa che li accomuna. Entrambi hanno costruito il proprio successo facendo esattamente quello che nessun altro stava facendo. E forse è proprio questo che il pubblico continua a premiare. L’ultima immagine che mi porto a casa, però, riguarda proprio Tony. In tanti anni di concerti non ricordo di aver mai visto un pubblico così trasversale. Persone diversissime per età, gusti musicali e provenienza che, per un’ora abbondante, hanno cantato all’unisono le stesse canzoni. E in fondo, al netto delle etichette e dei generi, è forse questa la fotografia più bella che un concerto possa lasciare.

Claudio Ladisa
Foto di Umberto Lopez Photography
dalla pagina Facebook di Bass Culture

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