Quando il giornalismo smette di fare giornalismo

Confesso una cosa fin dall’inizio: Libero non entra mai in casa mia. Non perché qualcuno debba essere censurato o perché non ne riconosca il diritto di esistere, ma semplicemente perché non fa parte della mia idea di informazione. La mia rassegna stampa quotidiana è composta da altri giornali: La Gazzetta del Mezzogiorno, la Repubblica, il Corriere della Sera, La Stampa. È lì che cerco le notizie, gli approfondimenti, le analisi. È lì che provo a capire il mondo ogni mattina. Per questo motivo non ho speso un euro per acquistare Libero. Quella copertina l’ho vista circolare su internet, come ormai accade per tante prime pagine costruite più per provocare che per informare. Eppure mi è bastata per provare un sentimento che raramente provo da giornalista: il disagio. Perché quando una prima pagina riesce a far discutere non per ciò che racconta ma per ciò che insinua, significa che qualcosa si è rotto nel rapporto tra informazione e responsabilità.
Il titolo è lì, a caratteri cubitali: “La Salis bollente”. Sopra, l’annuncio di una presunta “burrasca in vista”. Sotto, una fotografia della sindaca di Genova in costume da bagno a Forte dei Marmi, mentre passeggia nell’acqua accanto a un uomo. Fine della notizia. O meglio, fine di ciò che dovrebbe essere una notizia, perché in realtà una notizia non c’è. C’è una donna che va al mare, come milioni di italiani in questi giorni d’estate. C’è una sindaca che, terminati gli impegni istituzionali, si concede qualche ora di svago. C’è una fotografia. E c’è un quotidiano nazionale che decide di trasformare tutto questo in una prima pagina.
A quel punto la domanda non riguarda più Silvia Salis. Riguarda il giornalismo. O meglio, riguarda ciò che una parte del giornalismo italiano è diventata.
Perché una prima pagina è una scelta. Ogni giorno i direttori decidono cosa merita di stare in apertura e cosa no. Decidono quali fatti siano più importanti di altri. E allora viene da chiedersi se davvero, nell’Italia del 2026, tra guerre, crisi internazionali, salari che non crescono, liste d’attesa infinite nella sanità, giovani costretti a emigrare, aziende che chiudono e famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, la notizia più importante sia una sindaca fotografata in spiaggia.
La verità è che non siamo di fronte a un episodio isolato. È un copione già visto. Anzi, è un vecchio vizio. Nel 2017 lo stesso quotidiano pubblicò una prima pagina passata tristemente alla storia: la fotografia dell’allora sindaca di Roma Virginia Raggi accompagnata dal titolo “Patata bollente”. Una scelta che finì nelle aule di giustizia e che portò anni dopo a una condanna per diffamazione aggravata. Sarebbe stato lecito immaginare che quella lezione fosse servita a qualcosa. Evidentemente non è stato così. Cambiano i nomi, ma il metodo resta identico. Ieri la Raggi, oggi la Salis, domani chissà chi. Quando non si vuole discutere delle idee, delle decisioni o delle responsabilità di una donna che ricopre un ruolo pubblico, si sposta l’attenzione sul suo corpo, sulla sua immagine, sulla sua vita privata. È una scorciatoia tanto facile quanto meschina.

E chi ha qualche anno sulle spalle sa bene che questa deriva non nasce oggi. Ricorda inevitabilmente un’altra pagina imbarazzante dell’informazione italiana. Era il 2009 quando una troupe televisiva seguì e filmò il magistrato Raimondo Mesiano, colpevole di avere emesso una sentenza sgradita alla Fininvest. Telecamere nascoste, pedinamenti, immagini rubate. E quale sarebbe stato il clamoroso elemento di interesse pubblico? I suoi calzini turchesi. Sì, i suoi calzini. Per giorni si parlò di quei calzini come se fossero una questione nazionale. Non una sentenza, non il merito della vicenda giudiziaria, non il diritto o il torto delle parti in causa. I calzini. Oggi quei calzini si sono trasformati in un costume da bagno e in una passeggiata sulla spiaggia. Ma la logica è la stessa. Quando mancano gli argomenti si cercano dettagli irrilevanti da esibire al pubblico come se fossero prove di qualcosa.
È questo che preoccupa. Non la fotografia in sé, ma il messaggio culturale che contiene. Perché un sindaco uomo fotografato in costume probabilmente non finirebbe mai in prima pagina con un titolo allusivo sul suo fisico. Verrebbe giudicato per ciò che fa, non per come appare. Alle donne, invece, continua a essere riservato un trattamento diverso. Non importa che siano sindache, ministre, parlamentari o dirigenti pubbliche. Troppo spesso vengono trascinate sul terreno dell’aspetto fisico, dell’allusione, del pettegolezzo.
E qui il problema non è soltanto Libero. Il problema è un certo modo di intendere l’informazione che da anni caratterizza una parte della destra mediatica italiana. Una destra giornalistica che sembra aver progressivamente sostituito il ragionamento con la provocazione, l’approfondimento con lo slogan, l’analisi con l’ammiccamento. È la stessa cultura che alimenta tanti talk show dove non si discute ma si urla, non si ascolta ma si interrompe, non si argomenta ma si recita una parte davanti alle telecamere. Una gigantesca macchina del rumore che produce polemiche a getto continuo e lascia sempre meno spazio alla comprensione dei fatti.
E forse non è nemmeno un caso. Perché questa vicenda non riguarda soltanto una brutta prima pagina. Riguarda una certa idea di società e di informazione che da anni si sta affermando. Da una parte si restringono gli spazi della cultura, dall’altra si amplifica il rumore. Da una parte vengono cancellati, ridimensionati o accompagnati all’uscita programmi che invitano a riflettere, dall’altra prosperano trasmissioni costruite sullo scontro permanente. Penso a Stefano Massini e alla sua Riserva Indiana, a Gianrico Carofiglio e alla rubrica culturale che gli era stata affidata, a Stefano Bollani e Valentina Cenni con Via dei Matti n. 0. Programmi diversi tra loro, ma accomunati da una caratteristica: chiedevano agli spettatori di fermarsi, ascoltare, leggere, ragionare. Chiedevano di usare il cervello anziché la pancia.
Naturalmente qualcuno dirà che si tratta di semplici scelte editoriali. Può darsi. Ma è difficile non vedere un filo che lega questi episodi. La cultura non è mai stata particolarmente amata dai poteri che preferiscono cittadini obbedienti a cittadini consapevoli. Perché la cultura ha un difetto: insegna il dubbio. Insegna a verificare. Insegna a non accettare tutto ciò che viene raccontato. Insegna a farsi domande. E le domande, per chi vive di slogan, sono sempre state un problema.
Così accade che una fotografia in costume diventi una prima pagina e che un programma culturale venga considerato sacrificabile. Accade che il gossip venga promosso a informazione e che l’approfondimento venga considerato un lusso per pochi. Accade che il rumore prenda il posto della conoscenza. Ed è forse questo il dato più inquietante dell’intera vicenda. Non la fotografia di Silvia Salis, ma il contesto culturale che rende possibile considerarla una notizia.
Naturalmente ogni giornale ha il diritto di scegliere la propria linea editoriale. La libertà di stampa è sacra e va difesa sempre. Ma proprio perché è sacra, occorre avere il coraggio di distinguere il giornalismo dal giornalismo-spettacolo, l’informazione dal pettegolezzo, il racconto dei fatti dalla ricerca compulsiva dell’allusione. Esistono prime pagine che aiutano i cittadini a capire il mondo e altre che sembrano concepite soltanto per strappare un sorriso malizioso o qualche clic in più. La prima pagina dedicata a “La Salis bollente” appartiene purtroppo a questa seconda categoria.
La solidarietà a Silvia Salis, dunque, non nasce da una condivisione delle sue idee politiche. Nasce da una convinzione molto più semplice e molto più profonda: una sindaca deve essere giudicata per ciò che fa, per le sue decisioni, per i suoi risultati, per i suoi errori e per i suoi meriti. Non per una fotografia scattata mentre fa il bagno. Se un giornale rinuncia a questa distinzione fondamentale, il problema non è più la politica. Il problema è il giornalismo che ha smesso di fare giornalismo. E quando il giornalismo rinuncia alla propria missione per inseguire il pettegolezzo, l’allusione e il rumore, a perdere non è soltanto una categoria professionale. A perdere è la qualità della nostra democrazia.

Cadetto di Guascogna

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