
Ho parcheggiato l’auto nello stesso punto dove la parcheggiavo trent’anni fa, quando allo stadio venivo semplicemente da tifoso. Lo stesso identico posto. E, come per uno scherzo della memoria o forse per una piccola gentilezza del destino, l’ho trovato libero.
Da lì ho iniziato a camminare verso il San Nicola con uno stato d’animo che faccio fatica a descrivere. Avrei potuto entrare con l’accredito, stare a bordo campo, mescolarmi ai colleghi, fare fotografie, raccogliere dichiarazioni, annotare impressioni e raccontare la serata da giornalista. Ma questa sera non ne avevo alcuna voglia.
Non amo particolarmente la spettacolarizzazione del dolore e non mi sarei sentito a mio agio tra telecamere, microfoni, cellulari puntati verso l’urna contenente le ceneri di Igor Protti o nella corsa ad arrivare per primi a immortalare un momento che, per me, non apparteneva alla cronaca ma ai sentimenti. Questa sera non mi sentivo giornalista. Mi sentivo tifoso. E così sono salito fin lassù, all’ultimo seggiolino in alto della Tribuna Est, proprio sopra i ragazzi della Curva Nord che erano stati sistemati in quel settore. Mi sono seduto sopra di loro non per prendere le distanze, ma perché mi sentivo uno di loro. Volevo stare da solo e insieme a loro. Volevo ascoltare il silenzio che a volte riesce a dire più di qualsiasi discorso. Non volevo persone accanto. Non volevo parlare con nessuno. Volevo soltanto osservare.
Da lassù il San Nicola sembrava una grande cattedrale laica raccolta in preghiera. E quando le ceneri di Igor hanno iniziato il loro lento cammino attraverso i vari settori dello stadio ho avuto la netta sensazione di assistere a qualcosa che non avevo mai visto prima. In tanti anni di calcio, di giornalismo, di trasferte, di partite, di promozioni, retrocessioni e celebrazioni, non avevo mai assistito a una cerimonia tanto intensa, tanto struggente, tanto autentica.
Non era un funerale. Non era uno spettacolo. Non era nemmeno una commemorazione nel senso tradizionale del termine. Era il saluto di una città a uno dei suoi figli adottivi più amati. Era l’abbraccio finale tra Bari e Igor Protti. Lo stesso amore dei baresi verso San Nicola l’8 maggio. E forse la cosa più commovente era sapere che tutto questo lui lo aveva desiderato. Aveva chiesto di tornare qui. Aveva espresso la volontà che le sue ceneri passassero in mezzo alla sua gente. Come un marinaio che, prima di lasciare il mare per sempre, desidera rivedere il porto del cuore un’ultima volta.
Mentre osservavo quella scena mi scorrevano davanti agli occhi decine di ricordi. Con Igor ci siamo sentiti praticamente fino a dieci giorni prima della sua morte. Ci siamo scritti, telefonati, raccontati pezzi delle nostre vite, i gusti musicali e quelli politici comuni. Sono andato a trovarlo a Cecina, dove viveva. Ci siamo confrontati tante volte. Eppure, nonostante l’amicizia, non ho mai smesso di guardarlo anzitutto con gli occhi del tifoso. Perché il nostro rapporto è nato così e così è rimasto. Anzi, se devo essere sincero, devo a lui una parte importante della mia vita professionale. Scrivevo già, certo. Ho sempre scritto. Ma è stato raccontando lui, seguendo lui, emozionandomi per quello che accadeva in campo grazie a lui, che ho capito che il giornalismo sarebbe stato il mio mestiere. Se un anno dopo la sua partenza da Bari decisi di prendere il tesserino da giornalista, una parte di quella scelta la devo proprio a Igor Protti. È stato lui, senza saperlo, a farmi innamorare ancora di più della penna.
Per questo questa sera non riuscivo a prendere appunti. Non riuscivo a fare il cronista. Le lacrime, a tratti, rendevano sfocato persino il campo. Eppure, paradossalmente, accanto al dolore sentivo anche una strana serenità. Perché sapevo che questa era la sua serata. Ero triste per noi che restiamo, ma felice per lui. Felice perché il suo desiderio si stava realizzando. Felice perché Bari gli stava restituendo tutto l’amore che lui aveva regalato a Bari.
Mi è tornato in mente anche un altro pensiero. Molti anni fa fui il primo a riportarlo pubblicamente in città per una grande manifestazione davanti ai tifosi. In seguito è tornato tante altre volte, per iniziative benefiche, eventi pubblici, incontri e celebrazioni. Ma allora nessuno aveva ancora pensato di riconsegnarlo ufficialmente alla sua gente. Lo feci io per primo e lui non smise mai di ricordarmelo e di ringraziarmi per questo.
Era fatto così Igor: non dimenticava mai un gesto di affetto. E forse proprio per questo questa sera il San Nicola sembrava pieno non soltanto di tifosi ma di amici. Alla fine, osservando quella marea di persone commosse, non ho potuto evitare una riflessione. Per quello che si è visto questa sera, per l’amore che questa città continua a nutrire nei confronti di Igor Protti, per ciò che ha rappresentato per il Bari e per Bari, continuo a pensare, e sottolineo che si tratta soltanto di una mia opinione personale, non di una verità assoluta, che forse avrebbe meritato qualcosa in più dell’intitolazione della sola Curva Nord. Che già è un riconoscimento importante e prestigioso, sia chiaro. Ma vedere migliaia di persone raccogliersi attorno alle sue ceneri in questo modo, vedere un intero stadio fermarsi per lui, mi porta a pensare che forse il suo nome avrebbe potuto convivere con quello di San Nicola anche nell’intitolazione dell’intero impianto. È una riflessione personale, niente di più.
Però mi domando quanti altri, fra cento o mille anni, quando altre bandiere biancorosse lasceranno questo mondo, riusciranno a ottenere ciò che Igor ha ottenuto questa sera: attraversare idealmente tutti i settori dello stadio, accompagnati dall’affetto di un popolo intero. Forse nessuno. O forse pochissimi. Ed è proprio questo che rende ancora più evidente la straordinarietà della sua storia.
Quando tutto è finito sono rimasto ancora qualche minuto lassù, nell’ultimo seggiolino in alto. Da solo. In silenzio. Guardando il prato ormai vuoto. E ho pensato che ci sono persone che continuano a occupare un posto preciso nella vita di una città anche quando non ci sono più. Igor Protti appartiene a questa rarissima categoria. E questa sera Bari glielo ha detto nel modo più bello che conosce: con il cuore.
Massimo Longo