Sviluppo e stampa: la foto che vale più di mille comizi

Le fotografie hanno sempre avuto un destino curioso. Alcune finiscono nei libri di storia, altre negli album di famiglia, altre ancora in qualche scatolone dimenticato in soffitta insieme alle bollette dell’Enel del 1987, a una cartolina spedita da Rimini quando ancora si scrivevano le cartoline, a lettere d’amore finite male e a ricordi che il tempo ha scolorito. Poi esistono fotografie ancora più strane: quelle che forse non sono nemmeno importanti, ma che diventano il centro del mondo. E in questi giorni la politica internazionale sembra ruotare attorno a una foto. O meglio, attorno alla richiesta di una foto. Una vicenda che, paradossalmente, sta facendo discutere più di guerre, dazi, economia e crisi internazionali.
Le fotografie hanno raccontato la storia dell’umanità. C’è quella di Churchill, Roosevelt e Stalin a Yalta, simbolo di un mondo che stava per essere ridisegnato. C’è quella di Willy Brandt inginocchiato a Varsavia. Ci sono immagini che hanno segnato epoche e cambiato la percezione della realtà. Poi c’è questa storia, che probabilmente non entrerà nei manuali scolastici ma che racconta molto bene la politica contemporanea, trasformata sempre più spesso in una continua ricerca dello scatto perfetto, della stretta di mano, del sorriso da consegnare ai social.
La cosa che colpisce non è tanto stabilire chi abbia ragione tra Donald Trump e Giorgia Meloni. Non possediamo la macchina del tempo e probabilmente non sapremo mai con assoluta certezza cosa sia accaduto. La vera ironia è un’altra. Per anni una parte della destra italiana ha raccontato Trump come un alleato naturale, quasi un amico di famiglia, un punto di riferimento politico e culturale, una sorta di campione del sovranismo mondiale. Ogni sua uscita veniva giustificata, ogni sua esagerazione spiegata, ogni sua provocazione trasformata in prova di genialità. Chi osava criticarlo veniva dipinto come uno scollegato dalla realtà o come uno che non comprendeva la volontà del popolo.
Poi, improvvisamente, arriva il giorno in cui il presunto amico decide di usare il linguaggio che usa con tutti: quello della derisione pubblica. E qui, devo confessarlo, una minima solidarietà verso Giorgia Meloni mi viene spontanea. Non per condivisione politica, che resta inesistente, ma perché quando il presidente degli Stati Uniti prende di mira il presidente del Consiglio italiano, il fastidio riguarda tutti gli italiani, anche quelli che siedono all’opposizione. Nessuno merita di essere esposto al pubblico ludibrio da chi, fino al giorno prima, veniva descritto come un partner privilegiato.
Tuttavia la vicenda contiene una lezione che forse meriterebbe di essere studiata più della fotografia stessa. Gli uomini forti, quelli che tanta parte della destra ama elevare a modello, hanno una caratteristica molto semplice: non coltivano amicizie, coltivano convenienze. Oggi ti sorridono, domani ti ignorano, dopodomani ti prendono in giro. Funzionano così. È la loro natura. Chi li considera amici finisce spesso per scoprire di essere stato soltanto un personaggio di passaggio nel loro racconto.
E allora viene da immaginare un vecchio album fotografico della politica. Nella prima pagina troviamo le immagini dell’entusiasmo: sorrisi, strette di mano, dichiarazioni reciproche di stima. Nella seconda pagina troviamo i commentatori che spiegano quanto sia forte il rapporto personale tra i due leader. Nella terza pagina, improvvisamente, qualcuno strappa la fotografia e la usa per accendere il camino. È una metafora perfetta di certi rapporti internazionali costruiti più sulla simpatia personale che sugli interessi reali dei Paesi.
Perché la politica estera non dovrebbe mai ridursi a una collezione di selfie. Uno Stato non è un profilo Instagram e un capo di governo non dovrebbe misurare il proprio prestigio dalla vicinanza al leader di turno. Eppure negli ultimi anni abbiamo assistito a una continua personalizzazione dei rapporti internazionali. Si è alimentata l’idea che bastasse essere politicamente affini per appartenere alla stessa famiglia. Poi arriva la realtà e ricorda che nelle relazioni tra Stati contano gli interessi e non gli affetti.
Forse questa storia finirà presto. Arriveranno nuove strette di mano, nuovi vertici, nuove fotografie ufficiali con le bandiere sullo sfondo e i sorrisi d’ordinanza. Forse tutto verrà archiviato come un incidente diplomatico. Ma resterà il retrogusto amaro di una vicenda che racconta molto bene la fragilità di certi miti politici. La differenza è che le vecchie fotografie ingiallite almeno conservano la memoria. Certi rapporti politici, invece, non resistono nemmeno al tempo necessario per sviluppare il rullino.
Perché alla fine le fotografie passano, ingialliscono, si scoloriscono e finiscono nei cassetti. Le lezioni che dovrebbero lasciare, invece, quasi sempre vengono dimenticate. Chissà se questa volta sarà diverso. Chissà se qualcuno, guardando quella foto vera, presunta o immaginaria, capirà finalmente che la dignità di un Paese non si costruisce stando nell’inquadratura di qualcun altro, ma avendo la forza di camminare anche quando il fotografo spegne la macchina e se ne va.

Cadetto di Guascogna

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