
Ci sono calciatori che lasciano ricordi. E poi ci sono calciatori che diventano parte dell’identità di una città. Igor Protti appartiene a questa seconda categoria. La notizia della sua scomparsa lascia un vuoto profondo non soltanto tra gli appassionati di calcio, ma in un’intera comunità che, a distanza di decenni, continuava a considerarlo uno dei suoi.
Per Bari, infatti, Igor Protti non è mai stato soltanto un attaccante. È stato un simbolo. Uno di quei rarissimi giocatori capaci di incarnare l’anima di una tifoseria e il carattere di una città. Aveva il talento del centravanti, certo, ma soprattutto possedeva quelle qualità che i baresi hanno sempre amato: la generosità, il sacrificio, la determinazione, la capacità di lottare fino all’ultimo pallone.
Non è un caso che il popolo biancorosso gli abbia attribuito soprannomi destinati a entrare nella storia. Per tutti era “il Sindaco”. Per tantissimi era “lo Zar”. Titoli che non nascono da operazioni di immagine o da campagne pubblicitarie, ma che vengono assegnati spontaneamente dalla gente quando riconosce in qualcuno autenticità e appartenenza.
Ma i soprannomi, da soli, non bastano a spiegare cosa sia stato Igor Protti per Bari. Per comprenderlo davvero basta porsi una domanda semplice: chi non ha una fotografia con lui? Probabilmente nessuno. O quasi. Nel corso degli anni, ogni volta che tornava in città, si formavano spontaneamente piccoli pellegrinaggi di tifosi desiderosi di incontrarlo, stringergli la mano, scambiare una parola, portare a casa un ricordo. Un selfie, una fotografia, un autografo. E lui non si è mai sottratto. Mai una smorfia di fastidio, mai un gesto di insofferenza, mai la distanza di chi si sente una celebrità. Igor trovava sempre il tempo per tutti. Per il bambino che non lo aveva mai visto giocare ma ne aveva sentito parlare dal padre, per il cinquantenne che conservava ancora nel cuore le sue domeniche al San Nicola, per il semplice tifoso che desiderava soltanto dirgli grazie. Alla disponibilità verso la gente univa una sensibilità non comune verso le iniziative di solidarietà. Ogni volta che c’era da sostenere una causa benefica, da prestare il proprio volto a una raccolta fondi o da dare una mano a chi era meno fortunato, Protti rispondeva presente con la discrezione che ha sempre contraddistinto il suo carattere. È anche per questo che il suo legame con Bari è rimasto così forte nel tempo. Perché non è stato soltanto un campione amato. È stato una persona capace di restare vicina alla gente anche quando avrebbe potuto vivere soltanto dei propri ricordi sportivi.
Con Anderson e Tovalieri formò uno degli attacchi più amati della storia biancorossa. E poi arrivò quell’impresa che ancora oggi resta scolpita nella memoria collettiva. Igor Protti e Giuseppe Signori chiusero una stagione in testa alla classifica dei cannonieri della Serie A. Un risultato straordinario per una città che raramente ha avuto il privilegio di guardare dall’alto il calcio italiano. Ma Protti non ha lasciato soltanto gol e record. Ha lasciato immagini. Come quel celebre trenino biancorosso che ideò per festeggiare le reti del Bari e che divenne uno dei simboli più riconoscibili di quegli anni. Un’esultanza semplice, spontanea, capace di rappresentare perfettamente lo spirito di una squadra e di una città che in quel gruppo si identificava completamente.
Eppure, anche in quella circostanza, il destino sembrò voler giocare uno dei suoi scherzi più crudeli. Mentre il suo centravanti diventava il re dei bomber del campionato più difficile del mondo, il Bari retrocedeva. Una di quelle assurdità che sembrano appartenere esclusivamente alla storia biancorossa. Una storia costellata di occasioni sfumate, episodi sfortunati, partite perse in maniera inspiegabile e traguardi sfiorati senza riuscire ad afferrarli. Come se ogni gioia dovesse inevitabilmente essere accompagnata da una dose di amarezza.
E come se non bastasse, arrivò un’altra vicenda che i tifosi del Bari non hanno mai completamente digerito. Protti e Signori erano i due capocannonieri della Serie A, eppure la Nazionale di Arrigo Sacchi non spalancò loro le porte come molti si sarebbero aspettati. Una scelta che alimentò ulteriormente quella sensazione, diffusa nel calcio meridionale, secondo cui per chi gioca al Sud il percorso verso il pieno riconoscimento sia spesso più difficile. Sarà stata una decisione tecnica, sarà stata una diversa visione del calcio, ma la domanda continua ancora oggi a riecheggiare tra i tifosi: cosa avrebbe dovuto fare di più Igor Protti per ottenere tutto ciò che meritava?
Al di là delle statistiche, però, ciò che ha reso Protti immortale è stato il rapporto costruito con la città. Un legame che non si è mai spezzato nemmeno dopo il suo addio al Bari. Significativo, in tal senso, fu il suo ritorno in città in occasione della manifestazione “Fieramente Bari”. Fu il sottoscritto, nelle mie vesti di giornalista sportivo, a riportarlo per la prima volta nel capoluogo pugliese dopo oltre vent’anni di assenza, consentendo ai tifosi di riabbracciare uno dei loro idoli più amati. Quell’iniziativa rappresentò anche il primo ritorno a Bari, dopo lunghi anni lontano dalla città, di altri protagonisti della storia biancorossa come Joao Paulo, Bivi, Bergossi, Scarrone, Iorio, Galluzzo, Messina, Cavasin, Sigarini, Florio, Salvemini e numerosi altri ex calciatori che da decenni mancavano dal capoluogo pugliese. Molti di loro accolsero quell’invito con emozione e gratitudine, felici di ritrovare una città che non avevano mai dimenticato e che, a sua volta, non aveva dimenticato loro. Negli anni successivi quei ritorni sarebbero diventati sempre più frequenti, ma il primo abbraccio tra Bari e molti dei suoi beniamini arrivò proprio grazie a quell’intuizione.
L’affetto che Bari ha continuato a riservare a Protti negli anni è la dimostrazione più evidente di quanto profondo fosse quel legame. Perché alcuni giocatori passano, altri restano. Restano nei racconti dei padri ai figli, nelle immagini custodite negli album di famiglia, nei cori di uno stadio, nei ricordi di chi ha avuto la fortuna di vederli giocare.
Per questo oggi Bari non piange soltanto un grande calciatore. Piange il suo Sindaco. Piange il suo Zar. Piange un pezzo della propria identità. Piange uno di quei personaggi che riescono a mettere d’accordo generazioni diverse, accomunate dallo stesso sentimento di gratitudine.
Ma se è vero che la sua scomparsa lascia un vuoto enorme, è altrettanto vero che Igor Protti continuerà a vivere nella memoria collettiva di una città che non ha mai smesso di considerarlo uno dei suoi. Perché esistono uomini che riescono a diventare più grandi del tempo. E quando questo accade, la loro storia non finisce mai davvero.
Igor Protti se ne va fisicamente. Il Sindaco e lo Zar di Bari, invece, resteranno per sempre. E continueranno a vivere nelle migliaia di fotografie custodite nelle case dei baresi, negli album di famiglia, nei telefoni cellulari, nei ricordi di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo almeno una volta. Perché i gol possono essere superati, i record possono essere battuti, persino gli stadi possono cambiare volto. L’affetto autentico della gente, invece, appartiene all’eternità. E Igor Protti, da oggi, appartiene definitivamente a quell’eternità.
Massimo Longo