
C’è un tratto che accomuna molte delle vicende che hanno animato il dibattito pubblico in questi giorni. Un filo conduttore che passa dalle dichiarazioni di Roberto Vannacci all’uso improprio di una canzone di Lucio Dalla, dagli slogan urlati dai militanti della destra estrema fino agli attacchi ai giornalisti che osano fare domande. È la trasformazione della politica in spettacolo permanente, dove la provocazione sostituisce il ragionamento e il clamore prende il posto delle idee.
In questo esercizio Roberto Vannacci sembra aver trovato la sua dimensione ideale. Ogni giorno una dichiarazione, una polemica, un argomento destinato a monopolizzare l’attenzione. L’ultima riguarda il femminicidio, che secondo lui non esisterebbe. Una frase che ha provocato indignazione e dibattito, ma che soprattutto ha avuto il risultato che probabilmente si proponeva: far parlare di lui. Del resto, parlare di lavoro, sanità, salari, pensioni, giovani costretti a emigrare o del futuro del Paese richiede studio, proposte e competenza. Molto più semplice è lanciare una provocazione e attendere che i media facciano il resto.
Persino la scelta di utilizzare Futura di Lucio Dalla come colonna sonora politica merita una riflessione. Vannacci probabilmente era convinto di aver trovato la canzone perfetta per accompagnare il suo progetto. In realtà ha ottenuto l’effetto opposto, dimostrando una sorprendente incomprensione del significato stesso del brano. Futura nasce davanti al Muro di Berlino e parla di speranza, di ponti anziché muri, di incontro anziché separazione, di un futuro condiviso anziché di una società divisa in categorie contrapposte. Insomma, tutto ciò che difficilmente può essere associato all’immaginario politico che Vannacci propone quotidianamente.
La vicenda racconta qualcosa che va oltre il singolo episodio. Una certa destra continua a utilizzare la cultura come un accessorio da esibire quando serve, senza preoccuparsi troppo di comprenderla davvero. Del resto, parlare alla pancia è più semplice che parlare alla testa. È uno sport nel quale molti leader della destra contemporanea si sono dimostrati particolarmente abili: evocare paure, indicare nemici, semplificare problemi complessi fino a ridurli a uno slogan. Molto più difficile è stimolare il senso critico, invitare alla riflessione, spiegare che il mondo non si divide tra buoni e cattivi come in un fumetto.
Per questo l’appropriazione di Futura appare quasi simbolica. Vannacci credeva di aver trovato una colonna sonora e invece ha trovato uno specchio. Uno specchio che riflette tutta la distanza esistente tra il mondo raccontato da Lucio Dalla e quello evocato dai suoi comizi. Non a caso la famiglia del cantautore è intervenuta per ricordare che le canzoni, prima di essere utilizzate, andrebbero almeno comprese. E in questo caso l’equivoco è stato talmente clamoroso da risultare quasi comico.
Ma il problema non si esaurisce in una canzone. Il problema è il clima culturale e politico che si respira attorno a certe manifestazioni. Lo si è visto a Roma durante il corteo sulla cosiddetta “remigrazione”. Il giornalista Marco Sales, inviato di Cartabianca, aveva semplicemente fatto il proprio mestiere: porre domande. Non provocare, non insultare, non interrompere. Fare domande. Una pratica che in una democrazia dovrebbe essere considerata normale. La risposta ricevuta è stata invece illuminante. Luca Marsella, dirigente di CasaPound, gli ha rovesciato dell’acqua addosso con l’aria di chi considera il confronto un fastidio da liquidare con una sceneggiata. E mentre accadeva questo, un altro militante tatuato praticamente da capo a piedi, come se non avesse voluto concedere tregua nemmeno a un centimetro della propria pelle, cercava di intimidirlo da distanza ravvicinata.
Una scena che vale più di molti discorsi. Perché quando le domande vengono percepite come un’aggressione e chi le pone diventa un nemico, il problema non è il singolo episodio. Diventa una mentalità. La stessa mentalità che consente a qualcuno di salire su un palco e rivolgersi ai presenti chiamandoli tranquillamente “camerati”, raccogliendo applausi anziché imbarazzo. La stessa mentalità che considera il giornalismo libero un ostacolo e non una garanzia democratica.
In questo contesto si inseriscono anche certe operazioni simboliche provenienti dai vertici della destra di governo. Perfino nel ricordare Enrico Berlinguer si è riusciti a spostare l’attenzione su Giorgio Almirante. Un esercizio di cattivo gusto politico che ha lasciato perplessi molti osservatori. Perché quando si celebra una figura storica di quella statura, il protagonista dovrebbe essere lui e non il suo avversario politico. Eppure anche in quel caso è sembrato prevalere il desiderio di lanciare un messaggio identitario piuttosto che rendere omaggio alla storia.
Alla fine Silvia Salis ha probabilmente centrato il punto quando ha osservato che dietro molte di queste uscite sembra esserci soprattutto una continua ricerca di attenzione. Perché il vero problema non è soltanto ciò che viene detto. È ciò che non viene detto. Mentre il dibattito si concentra sull’ultima provocazione di turno, i problemi reali del Paese scivolano sullo sfondo.
È il trionfo della politica-spettacolo. Quella che vive di slogan anziché di programmi, di nemici anziché di soluzioni, di applausi anziché di risultati.
Vannacci, in fondo, non è la causa ma il sintomo più evidente di questo fenomeno. Un fenomeno che produce consenso rapido e visibilità immediata, ma che raramente lascia qualcosa di duraturo. La storia insegna che i capipopolo costruiti più sul clamore che sui contenuti attraversano il tempo come i fuochi d’artificio: fanno rumore, attirano gli sguardi, illuminano il cielo per qualche istante e poi si spengono lasciando dietro di sé soltanto il fumo.Le idee restano. La cultura resta. Le canzoni restano. Il rumore, prima o poi, passa.
Cadetto di Guascogna