
Una occasione unica, questa mostra dedicata al Maestro Aligi Sassu a Bari, nei locali del Museo dei Pigmenti del Colore diretto da Miguel Gomez. Una occasione di incontro con uno tra i più grandi artisti del secondo Futurismo e di un rinnovato e ri-innovante espressivismo costruttivista i cui soggetti ritratti nelle opere sono l’incarnazione di un mito, di una ispirazione, del mito del movimento, in definitiva di una nuova percezione del dinamismo. Opere di grande impatto visivo ed emotivo, nella grazia del colore celebrato, qui, nelle sue profonde capacità di raccontare l’uomo, si dispiega attraverso la rappresentazione dell’uomo nel lavoro, nell’azione del lavorare, specie in opere come “L’operaio” o “I Costruttori”, financo ne “La Fabbrica” e il superbo “I minatori”, tutte opere realizzate tra il 1928 e il 1929, ancora che guardano Boccioni ma già, in sé, quasi a volerlo tradire, distaccandosene attraverso un accenno di morbidezza e un attenuarsi del tratto.

Le forme umane ritratte, spesso uomini appartenenti alla fase degli “uomini rossi”, spesso lavoratori, come i due pescatori del capolavoro “Tobiolo”, presente nella stessa mostra solo in occasione dell’inaugurazione ed esposto alla 60° edizione della Biennale di Venezia nella sezione “Nucleo Storico”, esigono una nuova forma ed una nuova dimensione: ad originarsi dal Sironi, esse si stagliano ingigantendosi, prendendo forme primitive, accendendosi di colore (rosso), diventando il rezzo informe di una sorta di nostalgica catarsi, muovendo in chi guarda una promessa di dinamicità futura, non immediata, ma anche rassicurante, per via dell’esplosione di Bellezza che questo movimento impone, contribuendo alla necessaria vittoria della totalità corporea sull’inganno dell’immagine desiderata. Le prospettive si adattano alle necessità imposte da una dinamicità che prende le forme dell’essere a cui dà vita. In questa “riforma muscolare”, elaborata e riportata nel Manifesto della Pittura che Sassu redasse con Bruno Munari nel 1928, si ottengono degli esseri che conservano una qualche forma umana ma hanno anche una muscolatura più potente e dinamica, in posizioni antiprospettiche che vanno, cioè, ad abolire le prospettive naturali.

Chiaramente, in questa posizione che il dinamismo assume, una posizione di potenza e di volontà, di un oltre – uomo figurativo, cioè un uomo che supera la propria immagine, alberga il genio pittorico di Aligi Sassu: un primitivo “che” inquieto dentro un primitivo “come”. C’è l’Arte, c’è Sassu e c’è la sua Arte. Tre elementi che, con altrettanta dinamicità, muovono oltre se stessi ma fermandosi un attimo prima della “sparizione”, del totale scioglimento delle figure, delle linee, dei confini, per tornare al primordiale brodo di colore, e trattenendo, semmai, la necessità al volersi definire con nuove prospettive, come nell’immenso “Il Cavallo Azzurro”: come non dolcemente declinarsi negli ideali espressionisti di Franz Marc? Ma in Sassu, l’origine avviene nel futuro, il dipinto non la trattiene: è una sorta di incanto, questo, poiché essa è tangibile da lì a poco e sempre fuori dall’opera, il suo stanziarsi avviene nell’atto di una possibilità tangibile e al contempo immateriale, quel “terzo elemento” che è il divenire del mito. Dentro questa occasione di incontro, noi guardiamo anche ad un’epoca che teneva in sé ciò che questo futuro presente conserva: se osserviamo, ora, la potenza che si dispiega dalle opere di Sassu, come di Boccioni o Carrà, noi avremo attorno a noi il luogo dove le nostre sensazioni future hanno doviziosamente aperto alla contemporaneità e quel luogo si chiama e si chiamerà: Arte. Appesi alla luce della conoscenza e della percezione, il mito rappresentato applica in noi che guardiamo nuove possibilità: noi che apparteniamo a noi stessi, capiamo che siamo fuori dal racconto del mondo se dell’arte rappresentata non ci sforziamo di coglierne l’origine, l’incanto, il movimento perpetuo che è l’eterno fluire del colore.

Andrea Cramarossa