Il candidato (e il partito) di un Paese che non c’è più

C’è un merito che va riconosciuto a Lilli Gruber e Lina Palmerini: non hanno trasformato la puntata di Otto e Mezzo incentrata su Roberto Vannacci, presente in studio, in un processo. Hanno fatto qualcosa di molto più efficace. Lo hanno lasciato parlare.

E Vannacci, come spesso accade, si è incaricato da solo di spiegare Vannacci.

Per oltre un’ora gli italiani hanno assistito a una sorta di viaggio nel tempo. Non verso il futuro, che dovrebbe essere il territorio naturale di chi aspira a guidare un Paese, ma verso un passato idealizzato, ordinato, rassicurante, dove tutto sembra avere un posto prestabilito: la famiglia, i ruoli sociali, le identità, perfino le persone.

Ascoltandolo, a tratti si aveva l’impressione di trovarsi davanti a un programma politico; altre volte sembrava di assistere alla riunione di un club nostalgico impegnato a spiegare perché il mondo abbia avuto il torto di cambiare.

Il generale continua a presentarsi come il difensore del buonsenso contro il politicamente corretto. È una formula che funziona. Molto meno chiaro è capire quale Italia abbia in mente. Perché, puntata dopo puntata, intervista dopo intervista, emerge un Paese dove il diverso viene osservato con sospetto, l’immigrazione è raccontata quasi esclusivamente come una minaccia, i diritti civili appaiono concessioni da discutere più che libertà da garantire e la complessità della società contemporanea viene affrontata con la stessa delicatezza con cui si consulta un manuale militare.

Il momento più rivelatore della serata è arrivato quando il discorso si è spostato sui diritti delle persone omosessuali. La domanda di Lilli Gruber era semplice: cosa accadrebbe se fosse lui stesso a trovarsi nella condizione di chi oggi giudica o considera diverso? È una domanda che non richiede ideologia ma immaginazione. Non richiede slogan ma empatia. Ed è forse proprio l’empatia la grande assente del racconto vannacciano.

Norberto Bobbio scriveva che «la tolleranza è la conseguenza necessaria del rispetto della persona altrui». Ecco, ascoltando il generale, si aveva la sensazione che il problema non fosse la tolleranza in sé, ma la difficoltà ad accettare che una società moderna non possa essere costruita a immagine e somiglianza di una sola categoria di cittadini.

Poi c’è l’aspetto politico, forse il più interessante. Vannacci oggi può permettersi quasi tutto. Può alzare i toni, semplificare problemi complessi, lanciare messaggi identitari e raccogliere applausi. Non deve approvare una legge finanziaria, non deve trattare con Bruxelles, non deve affrontare crisi internazionali, non deve rispondere delle promesse fatte. In altre parole, può interpretare il ruolo più antico e redditizio della politica: quello del tribuno che indica i problemi senza essere chiamato a risolverli.

È una posizione invidiabile. Se qualcosa va male, la colpa è sempre di qualcun altro. Se qualcosa funziona, si può sempre sostenere che con lui avrebbe funzionato meglio.

Giorgia Meloni, invece, per quanto vicina a una parte di quell’elettorato, vive una condizione opposta. Deve governare. Deve fare i conti con i mercati, con l’Europa, con gli alleati, con le tensioni internazionali e persino con le periodiche gaffe che affiorano dalla sua stessa maggioranza. Deve amministrare la realtà, mentre Vannacci può continuare a fare campagna elettorale permanente.

Ed è proprio qui che nasce il paradosso. Più cresce Vannacci, più si indeboliscono le forze che oggi sostengono il governo. Perché quei voti arrivano dalla stessa area politica. È una sorta di concorrenza interna alla destra: chi governa è costretto alla prudenza, chi non governa può permettersi il lusso della radicalità.

La vera forza di Vannacci, probabilmente, non è ciò che propone. È ciò che evita accuratamente di fare: governare.

Per questo la puntata di Otto e Mezzo è stata così interessante. Non perché abbia mostrato un leader pronto a guidare l’Italia del futuro, ma perché ha consentito agli italiani di osservare senza filtri una visione del mondo che sembra guardare nello specchietto retrovisore mentre il Paese prova, tra mille difficoltà, a procedere in avanti.

E qualche volta il miglior contraddittorio non è una domanda incalzante. È semplicemente lasciare che una persona parli abbastanza a lungo da raccontarsi da sola.

Cadetto di Guascogna

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