La settimana sportiva: l’analisi di Catanzaro – Bari

Tra San Nicola e l’Aspromonte, il Bari rimanda l’inferno ma non il processo.

Una vittoria che apre le porte dei playout e chiude, almeno per ora, quelle della Serie C. Ma guai a scambiarla per redenzione: questa resta una stagione che il Bari dovrà ricordare con vergogna, non con orgoglio.

Certe volte il calcio barese sembra scritto da un autore sudamericano in una notte di maestrale e superstizione. Perché le premesse, diciamolo subito, erano da tragedia greca più che da resurrezione sportiva. La statua di San Nicola impossibilitata a salpare per il mare agitato, i marinai costretti a rinunciare all’imbarco del Santo, il cielo plumbeo sopra Bari quasi fosse un presagio funesto. Per molti tifosi, soprattutto quelli cresciuti con la religione laica del pallone intrecciata alla devozione nicolaiana, era un segnale inquietante.

E invece, con un’ironia che forse soltanto Nicola da Myra può permettersi, il Santo patrono deve aver pensato bene di concentrare le proprie attenzioni direttamente sul Bari, spedendole oltre lo Ionio, fin dentro quella Calabria ruvida e severa raccontata da Corrado Alvaro, figlio autentico di San Luca, uno che scriveva come “la disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”. Ecco, per mesi il Bari aveva dato proprio questa sensazione: una squadra smarrita, sfiduciata, incapace persino di credere in sé stessa. Ma a Catanzaro, almeno per una notte, qualcosa ha interrotto quella malinconia da resa annunciata.

Alla fine il Bari ha vinto. E già questa, visto l’andazzo degli ultimi mesi, sembrava quasi materia da consulto astrologico più che da analisi tattica. Come nelle *“meccaniche celesti”* di Franco Battiato, tutto è sembrato dipendere da invisibili allineamenti cosmici, da energie misteriose sparse tra mare, monti e pallone.

Ma guai a equivocare. Questa non è una resurrezione sportiva, né un traguardo da festeggiare con trombe e fanfare. È semplicemente un rinvio della sentenza. Perché, tirando le somme, al Bari è andata persino bene. E già questo basta a raccontare l’assurdità di un campionato fallimentare oltre ogni tentativo diplomatico di addolcirlo. Fino a pochi giorni fa la retrocessione diretta appariva non solo possibile, ma quasi meritata, figlia di figuracce, crolli nervosi e prestazioni indegne della storia biancorossa.

Invece il Bari si aggrappa ai playout contro un Sudtirol che, paradossalmente, rappresenta l’incrocio meno complicato possibile. Non semplice, perché in Serie B nessuno regala nulla, ma certamente meno proibitivo di un Empoli che avrebbe avuto un altro peso tecnico, psicologico e ambientale. Gli altoatesini arrivano a questo spareggio in evidente caduta libera: fino a poche settimane fa respiravano aria di playoff, convinti di avere ormai la salvezza in cassaforte, poi si sono ritrovati improvvisamente inghiottiti dalla paura. E quando una squadra spegne il motore, riaccenderlo diventa complicato.

A Catanzaro, però, si è intravisto finalmente qualcosa che somigliava al carattere. Non una grande squadra, non un Bari convincente per novanta minuti, ma almeno una squadra viva. Cerofolini ancora una volta ha sorretto il destino biancorosso con una parata che potrebbe aver cambiato il senso dell’intera stagione. Se fosse arrivato il pareggio in quel momento, probabilmente oggi si starebbe parlando di altro.

E allora viene quasi da sorridere pensando che San Nicola, distratto per settimane dal maltempo, da processioni e cortei non convincenti e silenzi calcistici, abbia improvvisamente deciso di volgere lo sguardo verso questi colori ormai scoloriti da mesi di delusioni. Adesso ci si affida alle solite combinazioni astrali, ai pianeti da riallineare di cui parlo spesso da mesi (concetto poi puntualmente ripreso da altri, ma ormai è un classico, non me la prendo più), a quell’equilibrio misterioso tra sorte e merito che nel calcio spesso conta quanto uno schema provato in allenamento.

Ma la fortuna, come ricordava Seneca, non resta mai a lungo dalla parte di chi non sa meritarsela. E il Bari, diciamolo senza ipocrisie, questa fortuna non l’avrebbe meritata. Il calcio però possiede una componente quasi pagana, crudele e misericordiosa insieme: talvolta concede una seconda possibilità anche a chi sembrava già condannato. Tucidide, raccontando i destini degli uomini travolti dalle guerre, scriveva che spesso gli eventi prendono pieghe imprevedibili proprio quando ogni speranza appare perduta. Ecco, il Bari adesso vive dentro questa sottile crepa aperta dall’imprevedibilità.

Ma attenzione: questa squadra troppe volte ha fallito proprio quando sembrava avere l’occasione giusta davanti. Ecco perché serviranno due partite sporche, cattive, nervose, ma soprattutto serie. Perché salvarsi dopo una stagione simile non sarebbe un’impresa da celebrare: sarebbe semplicemente il minimo indispensabile per evitare una vergogna storica.

E poi diciamolo chiaramente: Bari non può abituarsi a queste miserie. Non può trasformare i playout in una consuetudine. Era già accaduto a Terni due anni fa dopo un altro campionato disastroso. Basta. Una piazza come Bari dovrebbe discutere di vertice, di programmazione, di ambizioni. Ma evocare certe parole davanti ai De Laurentiis rischia ormai di somigliare a un esercizio di retorica stanca.

Gli unici che meritano davvero la Serie B sono i tifosi. Quelli che hanno continuato a macinare chilometri, abbonamenti, rabbia e delusioni. Quelli che dopo ogni disfatta giuravano di aver chiuso col Bari e poi puntualmente si ritrovavano ancora lì, allo stadio, davanti alla televisione o in trasferta. A loro bisognerebbe consegnare non soltanto le chiavi della città, ma un riconoscimento civile per sopravvivenza emotiva.

Ed è proprio questo che lascia addosso un retrogusto amaro persino dopo la vittoria. Perché vedere il Bari lottare finalmente con orgoglio fa nascere inevitabilmente una domanda: dove era rimasto nascosto questo temperamento durante il resto della stagione?

Niente feste allora. Nessun trionfalismo. Al massimo il sollievo momentaneo di aver evitato, per ora, l’abisso.

Adesso bisogna meritarsi la fortuna che il calcio, inspiegabilmente, ha deciso ancora una volta di concedere.

Massimo Longo
Foto di @SSC Bari

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