La situazione è grave (anzi gravissima), ma non è seria

Tralasciando i numeri impietosi che inchiodano questo governo al ruolo di irresponsabile (sanità, lavoro, scuola, immigrazione, situazione economica e mille altre cose), c’è un punto che ormai non può più essere ignorato nel racconto di questa amministrazione: non tanto l’errore singolo, che appartiene a qualunque stagione politica, quanto la continuità quasi industriale dell’imbarazzo. Una catena di inciampi, gaffe, uscite surreali, dimissioni negate, giustificazioni improbabili e casi giudiziari che finiscono per trasformare Palazzo Chigi in una specie di teatro dell’assurdo che, ogni settimana, registra una nuova puntata. Altro che “governo dei migliori”: qui sembra di assistere a una commedia di Eugène Ionesco, recitata però con la seriosità di chi pensa di stare scrivendo la storia.

Da Augusta Montaruli, condannata in via definitiva per peculato dopo le spese allegre coi fondi pubblici, fino al caso Sangiuliano-Boccia, che ha trasformato il Ministero della Cultura in un feuilleton sentimentale più vicino a certi rotocalchi che a Benedetto Croce, il problema non è il singolo episodio: è la somma. La stratificazione. Il senso di precarietà permanente.

E, a proposito di vicende sentimentali, la destra italiana sembra avere una certa familiarità con i copioni da commedia scandalistica. In tempi più recenti, sono circolate indiscrezioni e pettegolezzi, sulla scorta delle dichiarazioni della concubina interessata, anche attorno al ministro Matteo Piantedosi, voci rapidamente evaporate nel nulla mediatico, quasi assorbite da quella strana coltre protettiva che spesso avvolge il potere quando conviene abbassare il sipario. Nulla, certo, rispetto ai tempi epici del bunga bunga berlusconiano, delle cene eleganti, della celebre “nipote di Mubarak” evocata dallo stesso Silvio Berlusconi in una delle pagine più surreali della Seconda Repubblica. Una stagione che sembrava irripetibile e che invece, a tratti, pare aver lasciato eredi spirituali nell’arte di trasformare le istituzioni in un romanzo da gossip permanente.

Poi c’è il deputato Pozzolo e il colpo partito nella notte di Capodanno, episodio che pare scritto da un autore di grottesco cinema italiano anni Settanta. Oppure il ministro Lollobrigida che fa fermare un Frecciarossa a Ciampino come se fosse un taxi ministeriale. Una scena che avrebbe fatto sorridere persino Alberto Sordi: il potente che piega la normalità pubblica alle proprie esigenze private, salvo poi spiegare che “era tutto regolare”. Certo. Come no.

E ancora, nel marzo 2026, è esplosa la polemica sulle parole del deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia, eletto in Basilicata, che durante un incontro pubblico sul referendum per la giustizia invitò i presenti a utilizzare il “solito sistema clientelare” per raccogliere voti e consensi. Una frase pronunciata con una leggerezza quasi disarmante, come se il clientelismo fosse ormai percepito non come una patologia della politica italiana ma come una prassi folkloristica da evocare serenamente davanti ai microfoni. E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante: la normalizzazione dell’anomalia.

E intanto il ministro Matteo Piantedosi parla dei migranti con espressioni da logistica portuale, quasi fossero container in eccedenza; Giuseppe Valditara riesce a infilarsi in polemiche continue tra “umiliazione educativa”, crociate culturali e dibattiti surreali su Manzoni, salvo poi inciampare anche nella storia repubblicana attribuendo alle Brigate Rosse l’omicidio di Piersanti Mattarella, confondendo terrorismo brigatista e mafia in uno dei passaggi più delicati della memoria italiana. Una gaffe che non sarebbe tollerabile nemmeno in una interrogazione liceale, figurarsi da parte del Ministro dell’Istruzione.

Carlo Nordio, invece, alterna riforme delicate a dichiarazioni che spesso sembrano pronunciate davanti al bancone del più sgaruppato bar di provincia più che in un’aula istituzionale. E proprio sul Guardasigilli si è abbattuto anche l’imbarazzo del caso della richiesta di grazia per Nicole Minetti, arrivata fino al Quirinale senza le necessarie verifiche e garanzie procedurali. Un corto circuito istituzionale enorme, perché il Ministero della Giustizia avrebbe dovuto vigilare con rigore assoluto prima che certi dossier arrivassero sulla scrivania del Capo dello Stato. Invece anche lì si è avuta la sensazione di una macchina amministrativa confusa, approssimativa, distratta.

Nel frattempo, Daniela Santanchè continua a trascinarsi dietro vicende giudiziarie e societarie che imbarazzerebbero chiunque, Donzelli e Delmastro si sono ritrovati dentro il caso delle informazioni riservate usate contro l’opposizione; Galeazzo Bignami ha dovuto spiegare vecchie fotografie in uniforme nazista, Anastasio si è dimesso dopo aver imitato Mussolini in una mail, mentre periodicamente riemerge il disagio della destra italiana davanti al 25 Aprile, quasi fosse ancora una data da trattare con cautela e non la festa che ha restituito dignità democratica al Paese. Emblematico, in questo senso, anche l’atteggiamento dell’emergente Roberto Vannacci, che ha più volte ridimensionato il significato della Liberazione preferendo ricordare il 25 aprile soprattutto come festa di San Marco e occasione per fare gli auguri di onomastico ai “Marco” d’Italia. Un modo apparentemente innocuo, quasi folkloristico, di svuotare lentamente la memoria storica del suo significato politico e antifascista. Come se il sangue della Resistenza, le torture, le deportazioni, le montagne partigiane e la liberazione dal nazifascismo potessero essere ridotti a una ricorrenza da calendario parrocchiale.

E ancora più amaramente grottesca appare la posizione della seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, quando prova a teorizzare una memoria “unificata”, quasi indistinta, che metta insieme il sacrificio dei partigiani con quello dei repubblichini di Salò, i morti della Resistenza con quelli che combattevano dalla parte della dittatura fascista e dell’occupazione nazista. Una lettura che vorrebbe trasformare il 25 Aprile in una sorta di contenitore neutro di tutti i dolori italiani, di tutti i terrorismi, di tutti i caduti, annacquando le responsabilità storiche dentro una pacificazione astratta.

Ma la storia non è un minestrone indistinto dove tutto si equivale. Non si possono sovrapporre chi combatteva per restituire libertà, democrazia e dignità a un Paese oppresso con chi difendeva un regime responsabile delle leggi razziali, della soppressione delle libertà, della violenza politica e della collaborazione con il nazismo. I partigiani morirono per liberare l’Italia. I fascisti della Repubblica di Salò morirono difendendo un’idea autoritaria dello Stato ormai al tramonto e alleata di Hitler. La differenza non è nell’umanità del dolore individuale — ogni morte resta una tragedia — ma nella direzione morale e storica di quella scelta.

Per questo il 25 Aprile non può essere trasformato in una giornata indistinta della “memoria di tutti”, perché significherebbe cancellare il senso stesso della Liberazione. Sarebbe come mettere sullo stesso piano chi abbatteva il muro e chi lo custodiva armato. E forse il punto più inquietante è proprio questo continuo tentativo di sterilizzare l’antifascismo, renderlo neutro, tiepido, innocuo, quasi imbarazzante. Quando invece la Costituzione italiana nasce esattamente da quella scelta di campo: dalla sconfitta del fascismo e dalla vittoria della Resistenza.

E poi ci sono le polemiche infinite attorno a Gioventù Nazionale, tra saluti romani, nostalgie mai del tutto sopite e imbarazzanti ambiguità identitarie che ciclicamente riaffiorano. Come se una parte della destra italiana non riuscisse mai davvero a chiudere i conti con la propria archeologia politica. E intanto gruppi come CasaPound continuano a sfilare per le strade tra braccia tese, cori, simbologie e richiami espliciti al fascismo, a Hitler e a Mussolini, spesso in una zona grigia di sostanziale impunità nonostante l’apologia del fascismo sia vietata dalla legge italiana. E colpisce il silenzio imbarazzato di una parte della politica: il placet implicito di certi ambienti di Fratelli d’Italia, gli iscritti che minimizzano, i Salvini che opportunamente fanno gli gnorri, come se tutto ciò fosse folklore da stadio e non una ferita mai davvero rimarginata della storia nazionale.

E allora, paradossalmente, diventa quasi rassicurante sapere che un vecchio pugno chiuso resta semplicemente un simbolo storico della sinistra, non un reato, non un richiamo a dittature o leggi razziali, non una nostalgia autoritaria. Con buona pace di questa “destra destra” che ancora oggi fatica a distinguere tra memoria e revisionismo, tra patriottismo e indulgenza verso il peggio del Novecento.

E Giorgia Meloni continua a rivendicare con orgoglio la longevità del suo esecutivo, ricordando spesso come questo sia ormai tra i governi più duraturi della storia repubblicana e destinato — nelle sue intenzioni — ad arrivare serenamente ai cinque anni della legislatura. Ma il punto non è arrivare in fondo. Tutti, teoricamente, possono restare in piedi fino al traguardo se ignorano ogni crepa, ogni incidente, ogni richiesta di responsabilità politica. La differenza sta nel come ci si arriva.

Perché un governo longevo non diventa automaticamente un buon governo. Anche una nave può continuare a galleggiare mentre l’equipaggio litiga sul ponte, mentre le falle vengono rattoppate alla meglio e mentre i passeggeri fingono che nulla stia accadendo. La longevità, in politica, dovrebbe essere figlia della credibilità, non della semplice resistenza biologica al potere. Altrimenti si rischia di celebrare non la stabilità, ma l’assuefazione allo scandalo.

Ed è qui che emerge forse il nodo più inquietante: l’assenza quasi totale del senso delle dimissioni come gesto politico. In altre stagioni repubblicane bastavano molto meno di certe vicende odierne per aprire crisi, imporre passi indietro, almeno suggerire pudore istituzionale. Qui invece tutto viene metabolizzato, assorbito, normalizzato. Ogni polemica dura quarantotto ore, poi arriva la successiva. Una specie di catena di montaggio dell’imbarazzo.

Persino nella vicenda Almasri, la premier parlò pubblicamente di “avviso di garanzia”, salvo poi emergere che si trattava di una comunicazione dovuta prevista dalla legge per il Tribunale dei Ministri. Anche lì, più che il merito, colpì il riflesso immediato della teatralizzazione: il video solenne, il tono da persecuzione politica, il richiamo al “non sono ricattabile”. Come se ogni atto giudiziario dovesse automaticamente trasformarsi in una sceneggiatura da assedio.

E allora viene in mente Ennio Flaiano quando scriveva: “La situazione politica in Italia è grave ma non seria”. Ecco, il punto è proprio questo. Perché il problema non è soltanto ideologico o politico: è estetico, culturale, perfino istituzionale. Governi di ogni colore hanno avuto scandali e figuracce, ma raramente si era vista una tale frequenza di episodi che oscillano continuamente tra il tragicomico e il provinciale.

La sensazione è quella di una classe dirigente arrivata al potere dopo anni di opposizione permanente senza essersi davvero preparata alla gravità del governare. Come studenti che per anni hanno criticato il professore e poi, una volta chiamati alla lavagna, scoprono improvvisamente che bisogna conoscere la materia.

E la Premier, spesso costretta a difendere i suoi fedelissimi uno dopo l’altro, appare talvolta più una capoclasse impegnata a sedare il caos durante l’intervallo che una presidente del Consiglio nel pieno controllo della situazione.

Il paradosso è che questo governo aveva promesso sobrietà, disciplina, patriottismo istituzionale. Invece si ritrova quotidianamente intrappolato in polemiche che sembrano uscite da una caricatura di Petrolini. Con ministri, sottosegretari e dirigenti che troppo spesso offrono all’opposizione materiale satirico già pronto, senza bisogno neppure di inventarlo.

E a questo punto qualunque persona dotata di un minimo di buonsenso avrebbe sentito almeno il dovere morale di fermarsi, riflettere, forse persino dimettersi. A cominciare dalla stessa Giorgia Meloni, che quei “soldati” li ha scelti, difesi, rivendicati uno dopo l’altro. Nella storia repubblicana in tanti si sono dimessi per molto meno. Persino Silvio Berlusconi, nel 2011, davanti al collasso politico e finanziario del Paese, ebbe almeno un impeto finale di realismo politico e lasciò Palazzo Chigi. Perché la dignità istituzionale dovrebbe avere un peso. Dovrebbe esistere un limite oltre il quale il potere smette di essere servizio e diventa ostinazione.

Perché la dignità, in politica come nella vita, non dovrebbe avere prezzo.

Cadetto di Guascogna

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