La settimana sportiva: l’analisi di Avellino – Bari

Il Bari che non c’è più: cronaca di un’umiliazione annunciata

Tanta è la vergogna che provo per questo Bari che, lo confesso senza giri di parole, viene quasi voglia di smettere di occuparsene. Almeno finché non si farà piazza pulita, radicale, senza sconti: dal presidente fino all’ultimo dei dipendenti. Non per colpire chi è marginale, ma perché quando la contaminazione è totale, quando si è andati oltre il raschiamento del barile, non esiste più distinzione tra colpevoli e innocenti: tutto va azzerato, bonificato, rifondato.

E pensare che, paradossalmente, era più “vivo” raccontare un Portici-Bari, Locri Bari, Sancataldese Bari o un Troina-Bari. Umiliante, certo, ma almeno lì si intravedeva un briciolo di orgoglio, di dignità, una scintilla. Qui, invece, siamo oltre: non c’è più neppure la rabbia. Solo un vuoto pneumatico, una resa senza condizioni. E allora forse non servono nemmeno le parole per insultare questi giocatori: il silenzio, l’indifferenza, sono già una condanna più severa.

Quello visto ad Avellino non è stato calcio. È stata una rappresentazione grottesca, quasi pirandelliana: ventisei sagome che si muovono senza anima, senza identità, come personaggi in cerca non d’autore ma di una dignità smarrita. Dall’altra parte, una squadra normale, non irresistibile, ma vera: con un’idea, un passo, un’aggressività, una capacità di graffiare e mordere la partita. I lupi irpini hanno aspettato, annusato la preda, poi l’hanno stretta quando hanno capito che davanti non c’era un avversario ma un corpo già rassegnato. Il Bari, invece, non ha mai nemmeno sfiorato l’idea di poter incidere. Zero tiri in porta: un dato che non è statistica, è sentenza.

L’Avellino ha vinto con un risultato persino stretto. I biancoverdi hanno modulato la gara a piacimento, hanno gestito senza affanni e poi hanno colpito quando hanno deciso di farlo, come chi sa di avere il controllo assoluto della scena. Il Bari non è mai entrato davvero in partita, schiacciato più che da un sistema tattico da una propria incapacità cronica di leggere i momenti, di adattarsi, di reagire. Prima il dominio territoriale, poi le verticalizzazioni, poi i gol: Besaggio lasciato libero di colpire, Palumbo che scivola nella difesa barese come una lama nel burro. E meno male che non è arrivato anche il terzo, perché ci stava tutto. Questa è forse la cosa più umiliante: gli avversari, ormai, sembrano quasi impietosirsi.

E qui non è più questione di moduli o lavagne. È la mediocrità strutturale di un gruppo costruito male e gestito peggio. Longo ha le sue responsabilità, eccome. La scelta di avanzare Dorval alle spalle di Moncini è sembrata più una provocazione che un’intuizione, così come l’ostinazione nel concedere spazio a un Manè impalpabile e dannoso mentre si lasciava ai margini un Pucino che, pur con tutti i suoi limiti, porta in dote trecento battaglie in Serie B e quella esperienza che, in certe partite, può almeno tenere insieme i cocci. Segnali, questi, che raccontano di uno spogliatoio incrinato, di equilibri fragili, di qualcosa che si è rotto anche fuori dal campo. E quando le crepe diventano voragini, il crollo è inevitabile.

I nomi, a questo punto, vanno fatti. Perché nascondersi dietro il collettivo è troppo comodo. Nikolaou disastroso, Maggiore che sembra passeggiare in un pomeriggio di primavera, Dorval irritante nella sua inconsistenza, Artioli evanescente come se suonasse “La canzone del sole” di Battisti attorno ad un falò sulla spiaggia di San Francesco con gli amici a farne il coro, Cerofolini che da tempo ha smesso di essere argine diventando parte del problema. E poi Manè, Gytkjaer, Bellomo, Burgio, Cistana, Stabile, De Pieri, Cavuoti, Pucino, Odhental, Mantovani – difesa da brividi – Rao con l’autonomia di una candela al vento, Moncini incapace di trasformare anche le rare occasioni nonostante sia quello che ha fatto più gol permettendosi il lusso di sbagliare anche due rigori e segnandone altri. Un elenco che sembra un catalogo di errori più che una rosa di calciatori.

E qui la responsabilità è evidente. Il direttore sportivo Magalini, altro disastro professionale, ha pescato male, malissimo, tra giocatori logori, fuori condizione, in naftalina. Addirittura Di Cesare, a gennaio, che ne ha preso il posto, ha pescato dalla panchina di squadre che non rappresentano certo l’élite come la Juve Stabia, mica la settima scelta del Monza o del Venezia. Altro che rinforzi: questo è stato un assemblaggio casuale, senza logica né visione, un modellino da assemblare che si trova dentro le uova di Pasqua che ti cimenti goffamente a montare ma poi ti innervosisci e lo getti nella spazzatura. E l’alibi del budget non regge. La storia del calcio è piena di squadre costruite con poco ma con criterio, capaci almeno di lottare, di rendere la vita difficile agli avversari. Qui no. Qui siamo alla resa senza combattere.

E fuori dal campo il quadro non è meno desolante. Il pubblico barese, dopo essere stato umiliato per mesi, ha reagito come poteva, anche nel modo sbagliato. Ma il silenzio del dopo partita è stato forse ancora più indecoroso: nessuno che parli davvero, nessuno che si assuma una responsabilità vera. Circolano voci, ipotesi, fantasmi di cambiamenti last minute, ma il problema resta uno solo: qualcosa si è spezzato. E quando si spezza il rapporto tra squadra, società e città, non basta cambiare un allenatore per rimettere insieme i cocci.

E allora torna alla mente Omero, quando descrive eserciti che avanzano con fragore e orgoglio. Questo Bari, invece, ricorda più le ombre dell’Ade: presenze senza peso, senza voce, destinate a svanire senza lasciare traccia. Nemmeno nelle tre retrocessioni che ho vissuto in prima persona – e sono sessantaquattro anni che seguo questi colori prima in curva poi dalla tribuna stampa comprese quelle di San Siro, dell’Olimpico, del San Paolo, dell’Allianz Stadium di Torino e di tutte le squadre di serie A – ho visto un Bari così. Si perdeva, sì. Ma si usciva dal campo con la maglia sudata, con la dignità intatta. Oggi, invece, gli avversari quasi si fermano per pietà. E questa è l’umiliazione più grande.

È notte fonda, davvero. E non è una metafora abusata: è una condizione esistenziale. Il Bari è già con un piede e mezzo in Serie C, ed è inutile aggrapparsi a illusioni. Anzi, per una sorta di giustizia sportiva, questa squadra meriterebbe l’ultimo posto. Non i playout, non una scappatoia. L’ultimo posto, senza appello.

E poi? “Poi verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, ovvero la C. E lì non ci sarà alcuna indulgenza. Le squadre della regione e dintorni non aspettano altro che il Bari per riempire gli stadi, fare l’incasso della stagione e giocare la loro partita della vita. A Cerignola, a Casarano, ad Altamura, a Barletta, a Monopoli, a Scafati: prepariamoci a vedere avversari moltiplicare energie, correre il triplo, dare il trecento per cento. E vedrete che batteranno il Bari, senza esitazioni. Vi dirò di più: alcune di loro verranno anche al San Nicola a prendersi il lusso di una vittoria storica, da incorniciare. È già accaduto, nella lunga storia biancorossa, con realtà minuscole che hanno inciso nei loro ricordi una vittoria contro il Bari come fosse un trofeo: dall’Alcamo al Sorrento, dal Roccella alla Cittanovese. E accadrà ancora.

Il Bari in Serie C dovrà prepararsi a soffrire, e non poco. Altro che risalita immediata: qui si rischia di dover lottare per restare a galla con il reclutamento di giocatori in prestito scarsi, bidoni, scarti, giovani acerbi, qualche altro satollo da duecento gare di A e B che verrà a Bari per prendersi la pensione, giocatori come Menez insomma. Non è pessimismo, è realismo. Le premesse sono tutte lì, sotto gli occhi di chiunque voglia guardare senza illusioni.

Il futuro è una nebbia fitta. Il 2028 è un orizzonte che non si riesce nemmeno a immaginare. E intanto il presente è questo: uno stadio che si svuota, una città che si allontana, una passione che si spegne. Perché si può accettare la sconfitta, ma non l’assenza di dignità.

Povero Bari. Che fine. E resta, come nelle tragedie più amare, quell’umiliazione che non urla ma pesa: la stessa di chi, per dirla con Manzoni, “non ha torto abbastanza per ribellarsi né ragione sufficiente per sperare”.

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari

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