
Certe notizie non si leggono soltanto: ti attraversano, ti chiamano e in un attimo ti riportano indietro nel tempo.
Quando ho saputo che lunedì 13 aprile, nella sala consiliare “Enrico Nicola Dalfino” del Comune di Bari, il sindaco Vito Leccese avrebbe consegnato la Sacra Manna di San Nicola a Claudio Baglioni, ho capito immediatamente che non potevo mancare. Non era semplice curiosità, né solo interesse culturale: era qualcosa di più intimo, quasi necessario.
Il mio pensiero è corso al 1992. A una telefonata, a un sogno che prende forma: registrare un disco con il mio cantante preferito. Da studentessa della Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo, mi ritrovai coinvolta in quello che sarebbe diventato Io sono qui (1995). Fu lì che conobbi davvero Baglioni. Non solo l’artista – che avevo ammirato, cantato e di cui conoscevo a memoria ogni singola canzone – ma l’uomo: schivo, ironico, sorprendentemente disponibile. Non c’erano distanze, ma domande e risposte, foto, conversazioni. E poi quella notte finale, una cena fatta di canzoni, risate, emozioni, fino all’alba sulle note di Questo piccolo grande amore.
In un turbine di ricordi, arrivare davanti alla sala consiliare è stato come entrare in una soglia sospesa tra passato e presente, il presente richiamato dal pubblico di fan in attesa all’ingresso. Quando Baglioni è apparso nella sala, l’emozione è stata rapida e familiare, identica a quella prima volta: lui al pianoforte in sala di registrazione. La stessa eleganza, lo stesso carisma, la stessa capacità di trasmettere valori musicali ed etici ancora prima di articolare parole o note. Ho subito percepito che l’emozione non era solo mia, ma avvolgeva tutti i presenti in un turbinio di sensazioni e ricordi, ognuno legato a qualche successo della sua straordinaria carriera.

La cerimonia – introdotta dal Presidente del Consiglio Comunale di Bari Romeo Ranieri e moderata dalla giornalista Serena Manieri – ha restituito concretezza a quella vibrazione collettiva. Si è ricordato il legame storico tra Baglioni, il Teatro Petruzzelli di Bari e la Puglia, dal lontano 1970 (con il concorso La Caravella dei successi), fino al prossimo Grand Tour LA VITA È ADESSO (che prevede tre prestigiose tappe pugliesi).
Ma è stato il ricordo dell’incendio del Petruzzelli, nella notte tra il 26 e il 27 ottobre 1991, a dare profondità all’incontro. Il sindaco Vito Leccese ha evocato il concerto Per incanto e per amore del 5 gennaio 2002 tra le macerie del politeama: un gesto capace di accendere le luci “sulla carne viva della comunità”. Il Petruzzelli non è semplicemente un edificio, ma un simbolo identitario, e Baglioni ha avuto il coraggio e la sensibilità di mostrarne la possibile rinascita, offrendo alla città “un cielo smarginato di speranza”. Prezioso il contributo dato dall’artista non solo alla musica, ma alla costruzione di un immaginario condiviso, fondato sulla bellezza e sull’umanesimo. Concetto ribadito dalla pergamena consegnata con la Sacra Manna: “un invito a credere nella forza trasformatrice dell’amore e della bellezza”, lo stesso amore universale di cui San Nicola è simbolo.
Anche Baglioni ha ripreso il doloroso tema dell’incendio del Petruzzelli. Ha ricordato quella vigilia dell’Epifania del 2002, quando tutti si sentivano come Re Magi, desiderosi di portare un dono, ma anche attraversati da un sentimento di rabbia per lo stato del teatro. Ha parlato di “simbolo” della città, parola che originariamente indicava un oggetto spezzato in due parti, ciascuna conservata da persone diverse, che potevano riconoscersi ricongiungendo i frammenti. E così il Petruzzelli, Bari stessa, e persino la musica diventano simboli: strumenti per unire, per creare connessioni. “La vita è l’arte dell’incontro”, ha detto Baglioni, sottolineando come gli artisti non abbiano il potere di cambiare gli eventi, ma possano intervenire sulla bellezza, accendere una luce, indicare una possibilità.
Con elegante ironia ha raccontato dei difficili inizi, degli ultimi posti a Napoli e a Venezia e del penultimo proprio a Bari nel 1970. Le sconfitte fanno parte del percorso e possono trasformarsi, col tempo, in qualcosa di prezioso. Il suo senso dell’umorismo è stato anche richiamato dai musicisti presenti in sala, attraverso un aneddoto legato a quella fredda notte del 2002.

Con la consegna della Sacra Manna di San Nicola e la visione di frammenti del concerto si è avuta davvero la percezione di un momento che andava oltre il rito ufficiale: era il riconoscimento di un legame profondo tra un artista e una città, tra una storia personale e una memoria collettiva. Rivedere quell’esibizione su una melodia di Bach, l’orchestra il coro, significava riaprire una ferita, ma anche mostrarne la cicatrice. Un evento straordinario, una sorta di “sgrammaticatura del palinsesto” che, su insistenza dello stesso Baglioni, era stato trasmesso in diretta su RAI 1 subito dopo il telegiornale.
Poi, lentamente, la dimensione ufficiale ha lasciato spazio a quella più umana. Giornalisti, addetti alla stampa, musicisti, personalità presenti: tutti hanno cercato di avvicinare l’artista per un saluto, una parola, una fotografia. Anch’io ho provato a farmi strada, con il desiderio – forse ingenuo, ma urgente – di fermarlo un istante, di condividere il mio ricordo.
Non è stato facile. La folla era fitta e l’ho raggiunto solo un attimo prima che salisse in auto. “Claudio, ho registrato con te nel ‘92”. Poi lo sportello si è chiuso. La guardia del corpo ha fatto il suo lavoro. Lui mi ha salutata con la mano. Sono rimasta lì, con quella scena sospesa davanti agli occhi e una domanda dentro. Chissà se ha sentito davvero. Chissà se, per un istante, quel frammento si è ricongiunto al mio.
Camilla Zonno
Foto di Angelo Trani