
Il vuoto del San Nicola e la fine di ogni illusione
Meno di trent’anni fa, all’antistadio, vidi una di quelle partitelle infrasettimanali che appartenevano a un calcio ancora normale, persino familiare: la prima squadra contro la Primavera, gli adulti che provavano schemi, i ragazzi che correvano per mettersi in mostra. In quel Bari c’erano Giorgetti, Guerrero, Mancini, De Ascentis, De Rosa, Osmanovsky. E tra i ragazzini ce n’era uno che faceva impazzire tutti: insolente, accentratore, dribblomane, uno che prendeva palla e pensava di poter risolvere il calcio da solo. Accanto a me c’era Biagio Catalano. Gli chiesi chi fosse quel ragazzo così sfacciato. Mi rispose: “Ricordatelo bene, Massimo, perché questo diventa un fenomeno. Si chiama Antonio Cassano”.
Ecco, sabato il Venezia ha giocato proprio una partitella del genere. Con una differenza sostanziale e umiliante: l’ha fatta fuori casa. In uno stadio che avrebbe dovuto almeno sporcare la gara, mettere pressione, costringere i dogi a sudare. Invece il Bari ha fatto da comparsa. Il Venezia, capita l’antifona, ha montato i suoi tre gol con una facilità disarmante, come quei mobili dell’Ikea già pronti sul pavimento: pochi gesti, nessuno sforzo, risultato garantito. Poi gestione tranquilla, quasi elegante, come un piatto di spaghetti ‘ngann a mare con due ricci e un bicchiere di prosecco freddo.
Ed è questo che pesa. Non tanto la sconfitta, che contro la capolista può anche essere messa in conto. Ma il modo. Perché si può perdere anche male, si può retrocedere con tutti i propri limiti, ma restando vivi. Qui invece no.
Anche nelle stagioni peggiori, quelle finite male, il Bari lasciava intravedere almeno un segno di reazione: uno scatto d’orgoglio, una giocata sporca, perfino un gesto istintivo che tradisse nervi scoperti. Qualcosa, insomma, che dicesse che la squadra era ancora viva. Sabato, invece, nulla. Non è solo il risultato a pesare, ma quella sensazione di assenza totale, di vuoto profondo che resta addosso. E quello, più di tutto, è difficile da accettare. Viene quasi da pensare a Alessandro Manzoni quando scriveva: “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. Qui, più che una citazione, sembra una diagnosi.
Dopo la mezz’ora del primo tempo si è capito che non stavamo più assistendo a una partita ma alla certificazione di un fallimento. Un Bari fragile, debole, che agli evidenti limiti aggiunge errori gravi, quasi inspiegabili. Il Venezia, che non vinceva fuori casa da febbraio, ha ritrovato proprio qui ritmo e sicurezza, spalancando di fatto la porta della Serie A. E, come se non bastasse, c’è stata anche la doppietta di Haps – la prima della sua carriera – a rendere il quadro ancora più amaro, nel pieno rispetto di quella legge di Murphy che a Bari sembra avere residenza stabile: certe cose accadono sempre e solo qui. Perché è facile immaginare che contro Mantova, Empoli o Pescara lo stesso Haps si sarebbe fermato a un solo gol, e magari il Venezia non avrebbe nemmeno ritrovato la vittoria in trasferta dopo tre mesi. Ma col Bari no, col Bari tutto si compie fino in fondo, nel modo più beffardo possibile.
E viene quasi voglia di non scrivere. Perché anche nelle retrocessioni più dure si intravedeva almeno una traccia di resistenza. Qui no. Qui siamo davanti a un fallimento collettivo dove non si salva nessuno. Dopo il 3-0 i leoni di San Marco hanno smesso di giocare. Non serviva più. E allora torna inevitabile Franco Battiato: “sul ponte sventola bandiera bianca”. Più che una citazione, una diagnosi.
Non siamo nemmeno davanti a un leone ferito. Siamo davanti a qualcosa che non reagisce più. Un malato terminale che il campo tiene in vita solo per inerzia, mentre la realtà suggerisce che forse l’unica via sarebbe azzerare tutto. Purché spariscano davvero tutti. Perché questo è un fallimento totale: proprietà assente, dirigenti sbagliati, uomini sbagliati, giocatori inguaribili, scelte sbagliate. Tutto sbagliato. Questa squadra e questa società lotterebbe per non retrocedere anche in C e probabilmente arrancherebbe anche in D dove, forse, con in po’ di fortuna , si potrebbe pure salvare. Forse.
Anche il resto si è rotto. Lo stadio, innanzitutto. Il San Nicola è una cattedrale nel deserto. Contestazione alla famiglia De Laurentiis, squadra fischiata, pazienza finita da tempo. Molti hanno lasciato gli spalti in anticipo, qualcuno con le lacrime agli occhi. Non bambini, ma tifosi storici. E questo dice tutto. Anche il tifo si è spezzato: la curva resiste, pochi irriducibili seguono la squadra ovunque, ma la città si è allontanata.
I numeri confermano la sensazione: settimo ko interno, venticinque gol subiti in casa, uno stadio che non fa più paura a nessuno. Qui ormai passeggiano tutti. E quella di sabato è stata forse la mazzata più pesante, perché priva persino della dignità della lotta.
E allora tornano anche certe parole, quelle di Aurelio De Laurentiis, che oggi suonano come una sentenza. Il Bari ridotto a seconda squadra, la Serie B come orizzonte. Non era una provocazione. Era una previsione.
Mai si era vista una squadra perdere 3-0 con cinque difensori, mai con questa arrendevolezza. Con Longo che ormai, visto il materiale a disposizione, è andato in tilt pure lui preparando le gare per limitare i danni, conservativamente e non per provare a vincerle. Non è una retrocessione – che pure potrebbe arrivare – è qualcosa di peggio: una dissoluzione lenta, senza dignità, senza reazione. Un finale che ricorda certe atmosfere da The Road, dove non resta più nulla da salvare, solo cenere e silenzio.
E allora sì, forse l’unica cosa sensata è davvero questa: fare terra bruciata e ripartire da zero. Perché più in basso di così non si può scendere. O almeno, si spera.
La matematica ancora non condanna, è vero. Ma il campo sì. E il campo dice che questo Bari non ha nulla per andare a vincere ad Avellino o a Catanzaro, piazze storicamente difficili anche per squadre vere. Figuriamoci per questa. E allora viene in mente Eugenio Montale: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Perché questo Bari non riesce più nemmeno a raccontare ciò che potrebbe diventare: mostra soltanto ciò che ha smesso di essere.
E allora resta solo una sensazione, amara e silenziosa: non è ancora finita, ma ci somiglia terribilmente.
Non so se sono stato bravo ad esprimere quel che penso. Poi me lo direte. E’ che io “provo ad avere un mondo nel cuore ma non riesco ad esprimerlo con le parole” (Faber).
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari