
Photo: Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza.
Le colonne di questo maestoso Palazzo antico che si staglia di fronte all’Adriatico metropolitano, lanciate verso un possibile sopra del mondo, contengono segni di presenze metalliche, forgiate dall’artista Pamela Diamante, sotto il titolo “Le invisibili. Esistenze radicali”.
L’installazione ambientale, frutto di un processo di ascolto e confronto con alcune lavoratrici migranti incontrate grazie alla collaborazione con il progetto Sweetnet di Actionaid International Italia E.T.S. e Fondazione CDP, forma una sorta di itinerario riflessivo in quanto esperienza tratta dal contatto umano, verbale-visivo-emotivo, nonché storico-sociologico-antropologico, con quella parte di umanità costretta e ristretta al quel mondo di lavoro spesso sottopagato, sfruttato, umiliante, mondo abitato da coloro che hanno avuto la sfortuna di nascere nella parte “sbagliata” di quel tondo e, dunque, puniti dal Destino. Ma se di Destino si tratta, allora, bisogna pur comprendere che ciascun passaggio gestuale, in un contesto lavorativo che rimanda ad un centro arcaico legato, ad esempio, al mondo agricolo, porta con sé il segno indelebile di una Umanità unita e protesa verso una possibilità di esistenza volta alla costruzione di un tassello di memoria che ancor oggi interroga ognuno di “noi”.

Acquisita dalla Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” di Bari con il sostegno del PAC2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Photo: Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza.
Il “noi” che si muove intorno all’installazione è un magma in pieno ascolto di quel tutto che si è manifestato nella stasi del metallo. Esagoni di ferro sono le basi di questo castello, del quale, la ricerca dell’entrata, è diventata per me fondamentale. L’opera, purtroppo, non può essere attraversata, pur suggestionando lo spettatore a compiere questo ardito passo, ma senza l’invito del proprietario del castello: il vuoto. Esso ha costruito quei pilastri di ferro, ciascuno in proporzione all’altezza di ogni bracciante che ha aderito al progetto con Pamela Diamante, raddoppiandosi, guardando, cioè, finalmente, il mondo tutto dall’alto, dopo una vita trascorsa al doversi adattare alla costrizione di un incomprensibile e insensato “basso”. Alti minerali/persone costituiscono per sé stesse l’immagine della statua che essi stessi contengono, che tutti noi esseri umani conteniamo in quanto materia che contiene altra forma, talvolta in attesa di essere “scolpiti” da qualcun altro, oppure noi stessi scultori della nostra propria forma esteriore che dovrebbe corrispondere a ciò che dentro siamo. Il vuoto reclama l’origine di questo castello; è da esso che parte la costruzione dell’opera; il castello-alveare posto al centro di una sapienza collettiva, dove ciò che è antico viene a farsi modello per un futuro in continua espansione, reclama anche, grazie al suo lancinante grido interiore fatto di note acutissime e vivide, il senso globale di una esperienza portata al suo apice dall’artista Diamante, nell’alveo di tutti quegli intrecci di sentieri che sono le conoscenze “con-suonanti” con le parti di noi pronte all’ascolto.

Acquisita dalla Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” di Bari con il sostegno del PAC2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Photo: Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza.
Il “noi” che ancora si muove assieme all’eco delle spirali d’aria che il castello di corpi di umano metallo produce, resta nel fascino della corrispondenza di riflessi dall’atto del vedere, compiendo la metamorfosi dello sguardo che invita il corpo ad una penetrazione che esso traduce in un “fiutare la strada”: esiste la porta d’ingresso al castello, uno spazio che è oltre il valico, tra la memoria di ciò che è stato e ciò che, ora, rappresenta, un vuoto padre-figlio che ha costruito la madre dell’incanto, una lacrima d’oro nella stanza del trono. I minerali/persone tengono un segreto stretto nel loro cuore: il processo che ha permesso l’individuazione di una trasformazione dalla carne al metallo, laddove tutto un mondo di tanti “noi” è stato calato tra le colonne di uno stupefatto marmo a sostegno delle immagini che ruotano nel cervello di chi guarda, puntando alle capacità fantastiche di ognuno nel mentre è alla ricerca di un volto e di una forma umani.
Come Amadriadi, tali forme umane, sembrano aleggiare se immaginate con l’aria sopra la tensione dell’apparire, in prossimità della soglia: il rito s’è compiuto: abbiamo saputo, abbiamo visto, abbiamo ammirato, abbiamo sostato e, soprattutto, abbiamo udito le parole e i sussurri delle ninfe del lavoro che hanno composto e suonato il sacro corale alla Libertà. Ora, nella danza di ciò che il monumento “Le invisibili” suggerisce, c’è tutta la sperimentazione di una necessità civile e comunitaria, quella condivisione che è la struttura del pane, della chimica del vino e dei profumi, della campagna cantata e solcata, di tutto questo incantesimo di bestie sonore che è il palmo su cui poggiamo il nostro infinito anelito all’immortalità, quella luminosa iteratio che svuota di senso la nostra inutile, occidentale e tormentata insistenza a riempire un vuoto che è l’essenza miracolosa della creazione.

Acquisita dalla Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” di Bari con il sostegno del PAC2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Photo: Michele Alberto Sereni, courtesy Magonza.
“Le invisibili. Esistenze radicali” è visibile fino al 21 aprile 2026, presso la Sala del Colonnato del Palazzo della Città Metropolitana di Bari.
Andrea Cramarossa