“Come gli uccelli”, il testo premiato agli Ubu torna in Puglia: amore e identità in scena tra Foggia e Barletta

Premio Ubu 2024 come Miglior nuovo testo straniero “Come gli uccelli” arriva in Puglia nei teatri di Foggia e Barletta: il 14 e 15 aprile al Teatro Umberto Giordano di Foggia (ore 21.00) 

dal 17 al 19 aprile al Teatro Curci di Barletta (17 e 18 ore 20.30 e 19 ore 18.30), nell’ambito delle stagioni dei Comuni, organizzate in collaborazione con Puglia Culture. Per l’occasione è stata attivata una promozione Speciale Associazioni con biglietto ridotto a 15 euro. 
Info https://www.pugliaculture.it/spettacolo/come-gli-uccelli/

Un progetto del Mulino di Amleto prodotto da A.M.A. Factory, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale e Teatro Nazionale di Genova, TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi, con il sostegno di Bando ART-WAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo. 

Potente e lacerante, il capolavoro drammaturgico del franco-libanese Wajdi Mouawad, tradotto in italiano da Monica Capuani per la prima assoluta italiana diretta da Marco Lorenzi, racconta della storia d’amore tra Eitan, giovane di origine israeliana, e Wahida, ragazza di origine araba, in una realtà storica fatta di conflitti, dolore, odii, attentati. Un labirinto di storie, eredità dimenticate, lotte fratricide che dà vita a un’indagine emotiva sulla propria identità culturale e sulle proprie origini. Una riflessione toccante e profonda sull’amore, l’incontro e l’identità. 

Disperatamente giovani e innamorati, Eitan e Wahida, si conoscono a New York, in una delle scene d’incontro d’amore tra le più belle finora scritte per il teatro. A dispetto delle loro origini, il loro amore fiorisce e cerca di resistere alla realtà storica con cui i due ragazzi devono inevitabilmente fare i conti. Ma nel loro destino, qualcosa va storto sull’Allenby Bridge (Hebrew: גשר אלנבי Gesher Allenby), il famoso ponte che collega (ma allo stesso tempo divide perché i controlli sono serratissimi e non a tutti è permesso il passaggio) Israele e Giordania. 

Eitan rimane vittima di un attentato terroristico proprio su quel ponte (luogo e simbolo) e cade in coma. La storia personale dei protagonisti si intreccia alla Storia, con la “S” maiuscola, di attentati, conflitti, odii che ormai da troppi anni continua in quelle terre e tra le due culture di cui i protagonisti sono inevi- tabilmente esponenti. Durante il coma, in una dimensione sospesa, simbolica e potente, i piani tempo- rali si intrecciano, si sospendono e si sovrappongono. Da luoghi diversi, infatti, arrivano, i genitori e i nonni a fare visita al ragazzo. Per tutti loro sarà l’occasione di guardare negli occhi la verità più nasco- sta, di affrontare il dolore dell’identità, il demone dell’odio, le ideologie più rigide che appartengono a ognuno dei personaggi e quindi a ognuno di noi. Sarà l’occasione per capire come resistere all’uccello della sventura che si scaglia contro il cuore e la ragione di ciascuno. 

Con questo testo teatrale si superano il tempo e lo spazio, percorrendo vicende familiari di diverse generazioni ambientate in diversi luoghi geografici e si percorre un’indagine emotiva sulla propria iden- tità culturale e genetica e sulle proprie origini. Cosa sappiamo dei segreti del nostro passato, della storia delle nostre famiglie? Di quanti momenti oscuri della storia e di quali violenze siamo eredi senza sa- perlo? Siamo davvero il DNA che ci scorre nelle vene oppure è tutto molto più complesso? Se nasciamo nel letto del nostro nemico, come possiamo evitare che il sangue che scorre nelle nostre vene diventi una mina antiuomo? So davvero chi sono? 

In scena Aleksandar Cvjetković, Elio D’Alessandro, Said Esserairi, Lucrezia Forni, Irene Ivaldi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Federico Palumeri, Rebecca Rossetti, un cast internazionale di attori, carat- terizzato da un’eterogeneità linguistica e culturale che riproduce quel percorso di “incontro” verso l’Altro che – per Mouawad come per Lorenzi e Il Mulino di Amleto – è una ragione di vita e di poetica. Agli attori è stato chiesto di immergersi in un viaggio di conoscenza non scontato e di imparare a recitare in altre lingue (italiano, ebraico, tedesco, arabo) oltre alla propria con l’aiuto di esperti linguistici e culturali. 

Il 9 gennaio 2024 è uscito per Einaudi editore il testo teatrale di Come gli uccelli con traduzione di Monica Capuani. 

Gli dica che lo amo e che voglio che vada in fondo al suo abisso come io cercherò di andare in fondo al mio 

(Wahida, II atto, Come gli uccelli) 

Per una di quelle coincidenze – Mouawad parlerebbe forse di Uccello del Caso – che la vita e il grande Teatro ci mettono di fronte con più o meno gentilezza, a un anno di distanza non solo dal debutto di Come gli uccelli, ma anche dai fatti dolorosi e strazianti che dal 7 ottobre 2023 hanno innescato una catena micidiale di sangue e ingiustizia, mi ritrovo a leggere le note che abbiamo scritto esattamente 12 mesi fa. Cosa è successo nel frattempo? Anzi, cosa non è successo? 

Le intollerabili conseguenze sono davanti agli occhi passivi e complici di tutti noi. Ormai la sofferenza umana, una volta che il sensazionalismo iniziale si affievolisce, viene sostituita da qualche altro evento di cronaca che “vende” di più, come qualsiasi prodotto di consumo. Tutto è consumo, anche il dolore. Mi chiedo: “questo vuol dire essere umani”? 

Gli eventi che ci accompagnano da un anno a questa parte nel Medio-Oriente (non si tratta più di Israele e Palestina, è evidente l’evoluzione di un conflitto insensato su scala più ampia) non trovano uno straccio di risposta dalla politica internazionale in quanto – inutile negarlo – cieca, sorda e muta a causa di interessi, connivenze, ottusità, ricatti. Gli eventi non trovano riposta all’interno di un dibattito pubblico quasi sempre incapace di sollevarsi al di sopra di piccole prese di posizione faziose, pretestuose, insensibili. Infatti risulta troppo faticoso e compromettente ogni tentativo di guardare la verità dei fatti di ciò che sta accadendo. L’atrocità che si consuma davanti ai nostri occhi in nome di un non ben preciso “diritto a difendersi”. 

Che possibilità abbiamo allora di fronte a questa follia? Resta l’Arte. 

L’Arte ha ancora la possibilità e il compito di urlare a pieni polmoni l’ingiustizia che si sta consumando non solo verso uno o l’altro popolo, ma verso lo status di essere umano. L’arte può ancora emettere un urlo contro l’ingiustizia, contro il razzismo evidente che ci porta a considerare legittima una guerra da una parte del mondo e illegittima la guerra da un’altra parte del mondo. Spesso solo perché gli interessi economici ci riconsegnano questa narrazione balbettante, mistificatoria e contraddittoria. Un urlo di ribellione contro uno stato di fatto non più accettabile per chiunque voglia continuare a definirsi essere umano. Lo stesso urlo che nel nostro spettacolo lancia Eitan contro quel muro imponente e immanente che tutto schiaccia, tritura, divide e separa rendendoci impotenti e sterili spettatori di un ennesimo massacro. 

L’arte deve continuare ad essere quell’urlo per non rassegnarsi al silenzio della Storia, silenzio di cui stiamo facendo parte e che, non voglio pensare, consegneremo ai nostri eredi senza aver provato a fare nulla. Quello che sta accadendo non sposta di un millimetro la fiducia nelle parole che con Il Mulino di Amleto scrivemmo un anno fa a pochi minuti dal debutto… 

È vero che talvolta noi artist* ci sentiamo sopravanzati dalla semplice realtà della Storia. Una realtà che bussa alla porta per ricordarci le assurdità da cui è attraversata e che spesso rischiano di rendere superfluo o inutile tutto ciò che facciamo. È lecito perciò, in quanto donne e uomini che abitano questo folle mondo, come artist* che ogni singolo giorno si interrogano sul senso della nostra Arte e del nostro lavoro, porci una domanda fondamentale: il mondo che stiamo interpretando, come lo stiamo interpretando? Sarebbe ingenuo pensare che quando parliamo di “interpretazione” ci limi- tiamo a parlare del rapporto tra un attore e il suo ruolo. Credo fermamente che il nostro ruolo di artist* della scena abbia a che vedere anche e soprattutto con l’interpretazione del mondo, con la responsa- bilità di riconsegnare un punto di vista che in qualche modo non sia alieno dalla Storia. 

Non a caso la scelta di lavorare a Tous des oiseaux – Come gli uccelli, risale a molto tempo fa per noi del Mulino di Amleto. Da più di due anni abbiamo abbracciato un testo attraverso il quale Wajdi Mouawad ci sembra voglia ricordare che “il Teatro può essere il luogo e l’occasione per creare spazi dove i “nemici” possano ancora dialogare e far sentire insieme una voce, anche se infinitamente pic- cola, che non è quella dell’odio. […] In questo senso il teatro può essere questo spazio.” 

Gli ultimi efferati accadimenti avvenuti in Israele e a Gaza, ci ricordano che tutto questo è vero, vivo e dolorosamente attuale. Ma noi insistiamo a credere che grazie a capolavori come quelli di Mouawad, il 

Teatro sia ancora l’unico luogo dove le assurdità della Storia possono essere rappresentate, per discu- terle insieme, perchè pensiamo – forse utopisticamente – che non si debbano più ripetere. Le vogliamo sul palco per cercare di comprenderle in ogni loro sfumatura, soprattutto attraverso le antinomie pre- senti negli esseri umani, attraverso le loro paure e speranze. 

Pensiamo che sia giusto non tirarci indietro di fronte ad un testo quanto mai attuale nello scandagliare la guerra, l’odio tra i popoli, le pretese e le indissolubili identità che ci formano. Pensiamo che sia giusto non cambiare una virgola, ma riconsegnare Come gli uccelli nella sua forza dolorosa e luminosa…così come è stato concepito. Perchè se è vero che il mondo intorno a noi, oggi, riverbera ancora più cupo all’interno del nostro spettacolo, sentiamo anche che la luce e l’amore che lo attraversano lasciano un segno. E abbiamo la fiducia che questo segno possa essere il lascito profondo per gli spettatori. 

Incontri straordinari. 

«Ci sono testi teatrali e spettacoli con cui fai un pezzo di strada, passi del tempo insieme, diventano un viaggio di conoscenza per te e per chi percorre quella strada insieme a te, e poi, quando tutto è finito ci si lascia come è normale che sia. Poi, ci sono testi teatrali e spettacoli che sconvolgono tutto, come una bomba piazzata nel bel mezzo della tua vita d’artista. Incontri che ti segnano per sempre. 

Come gli uccelli / Tous des oiseaux fa parte del secondo tipo di incontro. Di recente a New York, io e Barbara, siamo entrati per caso in un negozio, ad Harlem. Parlando con il proprietario gli abbiamo chiesto perchè avesse scelto come simbolo di quel negozio una tartaruga. Ci ha risposto: “Perchè la tartaruga procede in avanti solo quando tira la testa fuori dal guscio”. E lo porto nel cuore mentre mi addentro nella storia complessa e magnifica scritta da Wajdi Mouawad. Il grande teatro, infatti, ci sa stupire nel momento in cui decidiamo di “uscire di casa”, di andare verso l’Altro a costo di andare contro la nostra propria tribù – come direbbe Mouawad stesso. E Tous des oiseaux è grande teatro. Il grande teatro che intreccia la grande Storia con quelle più piccole e intime che appartengono alla nostra vita e ai nostri desideri, che dilata il tempo mentre ci perdiamo in un rito potente e emozionante che parla non solo di noi, ma dei grandi movimenti della Storia stessa. Che ci tocca profondamente l’anima mentre urla con prepotenza le sue domande politiche e umane. Che non ci lascia indifferenti di fronte all’amore e alla crudeltà dell’essere umano. Tous des oiseaux è grande teatro, forse il miglior tipo di teatro, perchè sa giocare con la forma, con i linguaggi, portarli alle estreme conseguenze del virtuosismo senza però perdere mai il contatto con quel bisogno ancestrale che il teatro porta scritto nel suo codice genetico: farci emozionare. A questo punto diventa una grande sfida portarlo in scena. E farsi “veicolo” di tutto questo. Ma penso che da sempre faccia parte del mio percorso e del Mulino di Amleto ricercare instan- cabilmente di spostare i confini del teatro qualche metro più in avanti rispetto a dove pensiamo che siano. Mouawad ci ha regalato una materia densa e infuocata, perfetta per farlo. 

Parola. Tempo. Emozione. 

Come gli uccelli è stata l’occasione per costruire un cast unico, che mescolasse attori italiani ad attori provenienti da altri paesi, origini e biografie, con un’eterogeneità linguistica e culturale che durante il processo di creazione dello spettacolo potesse riprodurre quel percorso di “incontro”, quell’andare verso l’Altro che – come per Mouawad così per il Mulino – è una ragione di vita e di poetica. 

Ho chiesto a questo incredibile cast di interpreti (e a me stesso) di lasciare alle spalle quello che sap- piamo sul teatro per andare alla ricerca di un significato più sottile delle parole che usiamo, delle rela- zioni che costruiamo, dell’ascolto che porgiamo all’altro. Ho chiesto loro di entrare in uno spettacolo che, per tre ore, si reggerà interamente sulle loro spalle, sulla loro forza, sul loro grande talento. Ho chiesto loro di immergersi in un viaggio di conoscenza non scontato e di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria, con l’aiuto di esperti linguistici e culturali. Come gli uccelli risuonerà infatti di una molteplicità linguistica per cui, oltre all’italiano, gli attori reciteranno in ebraico, tedesco, arabo. 

Anche la scelta della durata dello spettacolo è conseguenza inevitabile dell’epica costruzione del testo di Mouawad. La sua capacità di costruire una saga familiare che si snoda per tre continenti, tre gene- razioni, diversi luoghi e momenti storici, ci porta a fare i conti con il tempo. Il tempo passato che non è passato perché continua a lasciare profonde tracce che influenzano il nostro presente, che continua a 

ripetersi in un paradosso quantico per cui passato, presente e futuro si sommano e sovrappongono non lasciandoci apparentemente mai liberi nelle nostre scelte… La durata dello spettacolo diventa uno strumento per entrare in un respiro narrativo emotivamente fortissimo, melodrammatico, coerente- mente incoerente, che progressivamente innalza la tensione drammatica a mano a mano che ci avvi- ciniamo alla verità. E che non abbandona mai lo spettatore. 

Allo stesso tempo, il racconto, la parola detta, raccontata, sono per Mouawad uno strumento di forza e di guarigione. Grazie alla forza della narrazione disseppelliamo la verità nascosta nel passato, accom- pagniamo i morti fino all’ultimo passo, guariamo le ferite dei vivi, ci riscopriamo umani e uniti nella vulnerabilità che ci accomuna. Per questo (penso) Mouawad ama costruire storie. Storie in cui perderci per poi ritrovarci dopo un viaggio lungo e commovente. 

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