
Ci sono sconfitte che si spiegano con gli episodi e altre che, invece, nascono da una distanza evidente, quasi strutturale. Quella di Monza appartiene alla seconda categoria. Il Bari è apparso inferiore non solo nel punteggio, ma nella sostanza stessa del gioco, come se tra le due squadre ci fosse una differenza di categoria prima ancora che di classifica.
Eppure, per un tempo, si era intravista una parvenza di ordine. Non gioco, non qualità, ma almeno una certa attenzione difensiva, un atteggiamento composto, quasi disciplinato. Il Monza faceva la partita, gestiva il possesso, cercava varchi con pazienza; il Bari si limitava a occupare gli spazi, a chiudere linee di passaggio, senza però mai trasformare la fase difensiva in qualcosa di attivo. Era un contenimento passivo, più subito che scelto.
In quella prima parte, qualcosa era anche successo: qualche intervento puntuale di Pissardo, un paio di situazioni in cui il Bari ha provato ad affacciarsi, più per inerzia che per costruzione, e l’unica occasione capitatale è stata quella prodotta da un traversone di Rao dai cui sviluppi per poco non è scaturita una seconda autorete clamorosa, ma il Bari, si sa, certi favori li incassa una volta ogni settant’anni: dopo quello col Modena, chiedere il bis sarebbe stato davvero troppo. Ma erano episodi isolati, quasi casuali, che non modificavano la percezione generale: il Monza aveva il controllo, il Bari aspettava.
Poi, come spesso accade quando si vive sul filo della resistenza, è bastato un episodio a spezzare l’equilibrio. Il vantaggio dei padroni di casa ha fatto cadere l’ultimo velo. Da quel momento la partita ha preso una direzione unica, quasi inevitabile. Il Bari non ha avuto la forza – tecnica prima ancora che mentale – per reagire. Nessuna accelerazione, nessuna verticalizzazione, nessuna capacità di portare palla o di creare superiorità. Il gioco si è dissolto in una serie di passaggi orizzontali, sterili, incapaci di produrre anche solo un accenno di pericolo.
Il secondo tempo ha confermato tutto questo, con un Monza che, pur senza forzare continuamente i ritmi, ha saputo colpire nei momenti giusti, sfiorando più volte il raddoppio prima di trovarlo. E ogni volta che affondava, dava la sensazione di poter far male con facilità. Il Bari, al contrario, sembrava non avere nemmeno gli strumenti per disturbare davvero l’avversario. Un possesso lento, prevedibile, mai accompagnato da inserimenti o da idee. Una squadra che non attacca e che, quando prova a farlo, si scopre e paga.
È qui che si misura la vera fragilità. Non solo nella fase difensiva, ma nell’assenza totale di proposta. Perché perdere può capitare, soprattutto a Monza, ma non si può perdere senza tirare una sola volta in porta, senza creare, senza fare un cross, ottenendo due soli calci d’angolo peraltro dubbi, senza obbligare l’avversario a un intervento vero. Il portiere del Monza è rimasto spettatore, e questo dato, più di ogni altro, racconta la partita. Le certezze non esistono su questa terra se non una sola, quella proverbialmente macabra, tuttavia sono assolutamente persuaso (per dirla alla Montalbano) del fatto che qualunque squadra di medio bassa classifica – quindi Reggiana, Spezia, Pescara, Padova, Entella, Empoli, Mantova, Sampdoria e compagnia cantando – qualche brivido sulla schiena glielo avrebbero messo ai brianzoli, poi magari avrebbero perso lo stesso.
Longo ha provato a intervenire, a cambiare qualcosa, ma più per necessità che per reale possibilità di incidere. Le scelte, anche quelle obbligate dalle assenze, hanno finito per confermare un limite evidente: questa squadra non ha alternative. Quando prova ad alzare il baricentro, si disunisce; quando resta bassa, concede comunque. Così si finisce per difendere lo svantaggio, più che per inseguire il pareggio.
Non è una questione di volontà. I giocatori non si sono tirati indietro, ma il livello complessivo resta quello che è. Una squadra costruita senza una vera identità, che nel corso della stagione non è riuscita a trovarne una. E ora il tempo per correggere è finito.
In questo scenario, spicca – quasi per contrasto – la prestazione di Pissardo. Chiamato a sostituire un titolare importante, ha risposto con personalità, tenendo in piedi il risultato finché ha potuto. Se il passivo non è stato più pesante, lo si deve soprattutto a lui. Ed è significativo che il migliore in campo sia stato il portiere: è un indizio che diventa prova.
Il resto è una constatazione amara. Per restare agganciati almeno ai playout servirebbe continuità, servirebbe muovere la classifica, servirebbe soprattutto dare l’idea di potersela giocare. Questo Bari, invece, trasmette l’opposto: una squadra che subisce, che aspetta, che sembra rassegnata prima ancora di iniziare.
Viene naturale pensare a Tucidide, quando nella sua *Guerra del Peloponneso* scriveva che “i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”. A Monza si è vista esattamente questa dinamica: una squadra che impone e una che si adatta, senza mai riuscire a invertire il rapporto di forza.
E allora la chiusura, inevitabilmente, scivola verso Pirandello: “così è, se vi pare”. I numeri lasciano ancora aperto uno spiraglio, è vero, ma il campo racconta una verità più cruda. Perché la salvezza, oggi, non è una corsa: è un’illusione che resiste solo sulla carta.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari