Quando la memoria suona ancora: Bologna, Lolli e il tempo che non si arrende

Ci sono concerti che si ascoltano e altri che si attraversano. Quello del 7 aprile 2026 al teatro Galliera di Bologna appartiene decisamente alla seconda categoria. Perché qui non si trattava soltanto di celebrare un anniversario, ma di rimettere in moto una storia, riportarla dentro il presente senza imbalsamarla.

Lo si è capito fin dai primi istanti. Prima ancora che la musica iniziasse davvero, sono arrivate le immagini. Un bianco e nero ruvido, quasi tagliente, che raccontava una Bologna anni Settanta attraversata da cortei, studenti, operai, funerali delle stragi fasciste. Bare portate a spalla, volti scavati, politici, piazze dense. Le bandiere rosse, private del colore, diventavano grigie, e in quel grigio sembravano pesare ancora di più. A tratti apparivano anche le immagini dei treni devastati, le lamiere accartocciate, il segno concreto di una stagione in cui la violenza non era un’astrazione ma una presenza quotidiana. Non era un semplice fondale: era il cuore di ciò che stava per accadere.

Perché quella musica nasce esattamente lì. All’inizio del 1975, dentro il centro culturale Tolomelli, nel quartiere Irnerio, quando un gruppo di giovani musicisti decide di muoversi in autonomia, senza riferimenti e senza protezioni. Si definiscono “collettivo autonomo musicisti”, un nome che all’epoca poteva suonare come una provocazione politica, ma che in realtà era soprattutto una dichiarazione di indipendenza.

Tra loro c’è Claudio Lolli, venticinquenne, già con qualche disco pubblicato, ma soprattutto con un’idea precisa: rompere il modello del cantautore solitario e costruire qualcosa di collettivo. Non una sequenza di canzoni, ma un’unica ballata lunga, dove i brani si intrecciano e i musicisti partecipano attivamente alla scrittura sonora. Un progetto ambizioso, che prende forma tra prove improvvisate e un garage alla periferia di Bologna.

Poi arrivano i concerti. Estate 1975. Le prime date, i primi riscontri, e subito la sensazione che stia accadendo qualcosa di diverso. Da lì un lungo tour di nove mesi attraversando tutta Italia, spesso in condizioni precarie: strumenti arrangiati, impianti presi in prestito, furgoni noleggiati all’occorrenza, un fonico-autista improvvisato e tanto entusiasmo. Si viaggiava stretti, senza troppe regole, ma con una convinzione che bastava a compensare tutto il resto.

Il disco, inizialmente non previsto, arriva dopo, su impulso della EMI. Ma anche lì con una scelta netta: totale autonomia, nessuna interferenza esterna. Così, tra febbraio e marzo del 1976, a Milano, quella lunga ballata diventa finalmente un album. Il 7 aprile 1976 esce “Ho visto anche degli zingari felici”.

Cinquant’anni dopo, quel disco torna sul palco. Non in forma ridotta, non come selezione, ma nella sua interezza. Ed è questa la scelta più coraggiosa.

L’inizio è affidato proprio a “Ho visto anche degli zingari felici”, che riapre un percorso rimasto sospeso per mezzo secolo. Poi, senza interruzioni, scorrono “Agosto”“Piazza, bella piazza”“Primo maggio di festa”“La mosca”“Anna di Francia”“Albana per Togliatti”, fino al finale della suite. Non è un semplice elenco: è un viaggio continuo, che mantiene intatta la sua struttura originaria.

A interpretarlo sono i musicisti di allora: Roberto Soldati alla chitarra, Roberto Costa al basso, Adriano Pedini alla batteria, Danilo Tomasetta al sax. Accanto a loro, a raccogliere l’eredità di Lolli, Mirco Menna, chiamato a dare voce e corpo a un repertorio che non permette scorciatoie. La sua presenza è misurata, rispettosa, mai imitativa.

Le immagini continuano a scorrere, dialogando con la musica, creando una tensione costante tra passato e presente. Non è nostalgia, è consapevolezza. È la dimostrazione che certi contenuti non appartengono a un’epoca chiusa, ma restano aperti, interrogano ancora.

Nel secondo tempo la serata cambia ritmo. Sale sul palco Paolo Capodacqua, storico collaboratore di Lolli, che alterna racconto e musica, riportando alla luce altri brani e altri momenti di un percorso artistico più ampio. Poi tornano i musicisti, con “Piccola storia di un dio”“Analfabetizzazione”“Folkstudio”, fino alla chiusura affidata a “Borghesia”, che suona come una conclusione coerente, quasi necessaria.

Ma la serata non si chiude lì. C’è ancora spazio per un bis fuori programma, una sorta di appendice intima. Sul palco arriva Enzo De Giorgi, grafico degli album di Lolli, per una volta lontano dalle copertine e vicino al microfono, affiancato da Chiara Campomori. Insieme danno vita a una jam session che si conclude con “Io ti racconto”, un finale semplice, umano, privo di qualsiasi costruzione.

Poi il silenzio. O meglio, la voce di Lolli che ritorna, registrata, mentre scorrono immagini. “Il grande freddo” chiude idealmente il cerchio, lasciando il pubblico in una sospensione che è difficile tradurre in parole.

Alla fine resta una certezza: non è stato un evento celebrativo. È stato un atto di restituzione. Un modo per riportare nel presente qualcosa che non si è mai davvero esaurito.

E forse è proprio questo il senso più profondo della serata: dimostrare che certe storie, se sono vere, non invecchiano. Si trasformano, si spostano, ma continuano a suonare.

Massimo Longo
Foto di Massimo Longo

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.