La tavolata dei magnaccioni (conto escluso) e le dimissioni tardive

C’è un tempo per alzare la voce e uno, inevitabile, per abbassarla. E poi c’è quel tempo tutto italiano in cui si finge che il silenzio sia stato una scelta, quando in realtà è solo l’ultima via d’uscita rimasta.

Dopo la vittoria del No al referendum – che qualcuno aveva archiviato con troppa leggerezza – arrivano le dimissioni. Non un colpo di scena, piuttosto un copione già scritto che si ostinava a non andare in scena. Quelle della Bartolozzi, segnate da parole gravi, pesanti come macigni, quando arrivò a evocare un “plotone di esecuzione” contro la magistratura: non una metafora qualsiasi, ma il segno di un clima avvelenato in cui il confine tra critica e delegittimazione è stato attraversato con troppa disinvoltura. E poi quelle di Del Mastro, appesantite da immagini che, come spesso accade, parlano più di qualsiasi smentita.

E qui il dettaglio diventa sostanza. Perché quelle foto non arrivano da un luogo qualunque, ma da una bisteccheria romana. E allora il pensiero scivola, inevitabile, verso una riscrittura un po’ amara, quasi da osteria dei Castelli romani fuori tempo massimo:
ma che ce frega, ma che ce importa,
se sulla bistecca c’abbiamo messo l’acqua…

Una scena che vorrebbe essere conviviale e finisce invece per sembrare una caricatura, con quella leggerezza ostentata che in certi casi diventa colpa più delle parole. Perché non è il contesto a tradire, ma la naturalezza con cui ci si sta dentro.

E allora torna utile il latino, quello che non consola ma inchioda: “Sero venientibus ossa”. Ai ritardatari restano le ossa. E mai espressione fu più calzante, visto il contesto carnivoro della vicenda: quando si arriva tardi, sul tavolo restano solo gli avanzi. E qui, più che una scelta, le dimissioni sembrano il momento in cui ci si accorge che la tavolata è finita e qualcuno ha già portato via anche il conto.

È esattamente quella sensazione, tutta terrena e poco istituzionale, che dalle nostre parti si riassume senza giri di parole: “Mo ve ne site accorte? Mo?” (adesso ve ne siete accorti? adesso?)

La domanda resta sospesa, perché il problema non è l’epilogo, ma il tempo che ci è voluto per arrivarci.

Acta est fabula, verrebbe da dire. Ma sarebbe troppo semplice pensarlo davvero. Perché la sensazione è che questo sia solo il primo atto di una resa più ampia, quella che ancora non ha trovato il coraggio di dichiararsi.

E forse, senza bisogno di nomi, c’è una poltrona più pesante delle altre che continua a restare al suo posto, come se nulla fosse. Ma anche lì il tempo, prima o poi, presenta il conto.

Perché a ben vedere, queste due dimissioni non chiudono nulla. Semmai aprono una crepa. E dentro quella crepa si intravede un elenco lungo, troppo lungo, di responsabilità che aspettano ancora di essere chiamate per nome.

E allora sì, la commedia forse non è finita.
Ma il pubblico ha già capito tutto.

Cadetto di Guascogna

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