
Il Bari e l’arte di arrendersi: cronaca di un’umiliazione annunciata
La verità è che questo Bari non finisce mai di stupire. In negativo, s’intende. Ma qui non siamo più nel campo delle semplici sconfitte: siamo oltre, dentro una sequenza di umiliazioni che, a memoria d’uomo, non trova paragoni nemmeno nelle retrocessioni più dolorose. Non Pescara, non le disfatte casalinghe senza un tiro in porta o quelle tre vinte in casa nel girone di andata con tre mezzi tiri in porta e 30 tiri degli avversari a partita: domenica si è toccato un punto ancora più basso, perché non si è persa solo la partita, si è persa la dignità. e temo sia quello del non ritorno.
La Carrarese – squadra modesta, nulla più – ha fatto quello che fanno tutte le squadre normali: ha segnato e ha continuato ad attaccare. Il Bari, invece, ha fatto qualcosa che nel calcio semplicemente non esiste: ha preso gol e ha iniziato a difendere lo svantaggio. Poi lo 0-2. Poi lo 0-3. Come a Pescara, dove si difendeva addirittura lo 0-4. Una scena che nemmeno nei campionati più periferici – da Andorra al Liechtenstein, passando per Rovaniemi o l’Antartide – si vede. Qui sì.
E allora viene in mente Albert Camus e il suo “assurdo”: continuare a cercare una logica dove la logica non esiste. Perché è impossibile spiegare una squadra così arrendevole, così vuota. I limiti tecnici sono evidenti, la condizione atletica precaria, una rosa costruita male – e qui le responsabilità sono chiare – con giocatori fermi da mesi o anni. Ma questo non basta a giustificare l’assenza totale di reazione.
Qualche pensiero storto, qualche ombra, inevitabilmente attraversa la mente. Ma senza prove, meglio fermarsi lì, sul bordo del sospetto.
Calabro capisce che può vincere e cambia per vincere. Longo cambia e peggiora la situazione, come in una tragicommedia degna di Luigi Pirandello, dove tutto si muove ma nulla ha senso. Scelte discutibili, tempi sbagliati, uomini palesemente fuori condizione. Il cambio Pagano-Dikmann resta lì, sospeso, come una domanda senza risposta.
E poi i singoli. Dorval ormai è una costante negativa: tra Ramadan, amnesie e limiti evidenti, incapacità assoluta di difendere, vive in un mondo tutto suo, lontano dal campo e dalle sue esigenze. Ma qui non si giudica la fede, si giudica il rendimento: e il rendimento è insufficiente, sempre. E non è il solo. Questa è una squadra che non si regge in piedi, piena di giocatori fragili, nervosi, fuori condizione. Bellomo sempre sul filo, giocatore dal rosso facile soprattutto quando è in panchina, uno dal linguaggio inesprimibile di cui, francamente, se ne ha abbastanza. Questo fatto che è l’unico barese non è una positività, è un danno. Mica stiamo parlando di Giovanni Loseto o di Giorgo De Trizio. Rao, ventenne, spremuto oltre ogni logica sul quale grava la responsabilità di mandare avanti un giocattolo comprato già difettato, altri che sembrano reduci da stagioni senza calcio.
Il risultato è inevitabile: chiunque può permettersi di prenderla a schiaffi. Anche una Carrarese che, tecnicamente, non è nulla di speciale ma che sembrava il Real Madrid, semplicemente perché aveva fame, ordine, dignità.
Dopo il fallimento si era ripartiti con orgoglio, sfiorando la Serie A. Poi, solo un lento calvario. E oggi la sensazione è che questa squadra meriterebbe l’ultimo posto, per manifesta inferiorità. Non è pessimismo, è realismo.
Il calendario non aiuta: Venezia, Monza, Modena, Entella, Avellino, Catanzaro. Squadre con obiettivi, motivazioni, struttura. Il Bari, invece, sembra poter raccogliere uno o due punti, forse, se tutto gira bene. Certo, il calcio sorprende, certe squadre sono capaci di vincere col Venezia o fare un blitz in Brianza per poi perdere miserabilmente contro l’Entella e Modena in casa rimanendo penultimi. Ma questo Bari sorprende sempre nello stesso modo: in peggio.
E allora sì, si può anche parlare di miracoli. Ma i miracoli, per definizione, non si ripetono, già se n’è compiuto uno a Terni due anni fa. E qui viene da pensare a Samuel Beckett: aspettare Godot sapendo che non arriverà. Solo che il Bari non è nemmeno capace di aspettarlo: si sta già gettando nel vuoto. Quel vuoto che Claudio Lolli cantava come un “pozzo profondo”, dove si cade senza nemmeno la forza di aggrapparsi.
I tifosi fischiano, ma ormai anche la contestazione si è svuotata: persino la rabbia si è arresa. E allora resta solo una domanda, semplice e brutale: e adesso? La sosta servirà a qualcosa? Il ritiro, Matera bis, le parole, le promesse? Difficile crederlo.
Ammiro chi ancora dice “non è finita”. Davvero. Anch’io, da tifoso, lo spero. Ma chi guarda le cose per quello che sono sa che la strada è segnata. E porta dritto verso la Serie C.
Perché si può retrocedere, certo. Ma si dovrebbe farlo a testa alta. Non così. Non senza dignità.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari