
Io piango lacrime di cristallo/ io sono la voragine che ingoia il mio volto/ il mio ritratto/ godo/ nella notte buia e obliqua/ quando le voci di nude tempeste/ divorano la mia assenza/ e resto muto nel pianto di uno specchio/ godo – dico/ nel vedere il mio mondo farsi di fango e di trasformazione/ farsi ancora/ e ancora polvere dietro il mio fantasma.
Amo iniziare questo breve ma intensissimo viaggio nell’arte misteriosa di Man Ray, vista in accordo con quel magico luogo che è il Palazzo Reale di Milano, con questi versi di una poesia che ho appositamente scritto dedicandola alle immagini dell’artista e che hanno attraversato la nostra storia contemporanea. Immagini baluardo del Dada-pensiero, del Surrealismo e di tutto ciò che l’incantesimo del ritratto può congelare dentro una stampa fotografica.

Con impeto che definirei “dannunziano”, Man Ray, percorre gli stili d’arte, le frequenze sonore, gli incantevoli presagi dei passaggi tra epoche, artisti-amici-modelle-spettatori-genti-luoghi, un tutto unico e totale che sembra attraversagli l’anima così come l’esistenza. Un respiro lunghissimo con gli occhi lucidi dritti dritti verso la scoperta del mondo, inghiottendo o meglio, fagocitando il mondo stesso per restare inebriati sotto l’egida di una luce costante e perenne: la sostanza del mondo che si vuol ritrarre. Tutto il movimento che Man Ray, statunitense di origini russe, vuole imprigionare nell’esaustivo scatto fotografico, interrompe l’immagine finale, ciò-che-vedremo, per farne un segno di passaggio. Cosa c’è tra colui che vede attraverso l’obiettivo fotografico e la realtà? C’è innanzitutto il vedere stesso che, in questo caso, diviene visione, ossia guardare il paesaggio con occhi del sogno, guardare la realtà come se si stesse sognando ad occhi aperti. Il significato è nello spazio che esiste e che sussiste tra l’obiettivo della macchina fotografica e il soggetto.

Magnifiche “rayografie”, esplicitano ritardi d’amore sul ciglio delle visioni: si aprono gli oggetti ad una nuova indagine sonora; si aprono le qualità del contatto visivo per una più esatta metafisica dell’inesistente; la Luce compie il suo viaggio dentro lo spirito rappresentato dall’essere oggetto che vive la sua stasi; mille e più presagi ci attendono nell’immagine lo spostamento equivoco delle posizioni degli oggetti che, con la Luce, perdono la propria funzione, finalmente, la loro condanna alla logicità, per darsi in una forma nuova forzando la realtà.
Le rayografie sono l’elegante rappresentazione di oggetti sognanti, non immobili e inerti, ma sognanti, catturati mentre dormono, sognano, e non ci guardano ma si lasciano intuire. Le rayografie costituiscono uno dei tanti territori di indagine di Man Ray, forse il più enigmatico ma anche il più ipnotico, ammaliante, poiché riflesso di un ritratto umano, questo ritratto-di-oggetto, impronta di umana ideazione, (io vedo l’idea che ha partorito l’oggetto), e il fiato che ne ha dato l’anima (io vedo l’operaio che ha creato l’oggetto, mentre plasma quell’idea – oggi, diremmo, “io vedo la macchina”). Vedere il creatore dell’oggetto, ossia l’idea, è vederne l’anima, ritrarla e consegnarla alla veglia.

E, tornando all’umano, ecco che il ritratto di Man Ray è sempre il ritratto di una idea; lo spazio tra soggetto e obiettivo fotografico viene commutato in uno “spazio-tra-le-cose” dove la foto si riflette per farsi ambiente abitabile sonoro e il ritratto viene invitato a scambiarsi sempre in autoritratto. Il camuffamento è logica-del-presagio, un mistero che vuole racchiudere Sogno e Ignoto, la metamorfosi del soggetto amato, parassitato dal continuo anelito al possesso del corpo. Il soggetto vuole farsi ingabbiare, vuole conoscere e perlustrare per poter a sua volta catturare. Questo è il segreto di queste foto: esse continuano il meccanismo della fissazione delle immagini su carta; esse fotografano mentre sono fotografate e vogliono continuare l’azione su chi le guarda; è come un nutrirsi di sguardi per rendersi immortali.
Grati, noi siamo, verso la possibilità di toccare il senso dell’eternità, poiché ancora viventi nell’immagine dell’istante che è stato fotografato; non perdiamo il fluido di queste “personalità sognanti”, esse sono ciò che ancora determinano la nostra libertà assoluta nell’assoluto margine di un respiro.
Andrea Cramarossa