
La prima cosa che ho pensato al triplice fischio è stata piuttosto semplice: finalmente il Bari non ha risolto la crisi ad una moribonda trascinandola al traguardo. Di questi tempi, con questa stagione che ha spesso assunto i contorni di una tragicommedia, non è un dettaglio da poco. Viene quasi da citare Eduardo De Filippo: “Ha da passà ’a nuttata”. Ecco, per una sera almeno la notte è passata.
Poi mi è venuto in mente un vecchio principio popolare: chi di quattro gol ferisce di quattro gol perisce. Una settimana fa il Bari aveva incassato quattro reti dall’ultimo in classifica, il Pescara. Sabato ne ha rifilati quattro alla Reggiana, terzultima. Non è la vendetta perfetta – il Pescara gioca altrove – ma è comunque una sorta di contrappasso calcistico: la Serie B, del resto, è un campionato dove la logica spesso si prende ferie.
Al San Nicola è andata in scena una vittoria larga, la più convincente della stagione, e anche la prima davvero senza storia. La Reggiana è apparsa smarrita, quasi la copia sbiadita del Bari visto a Pescara. Ma nel calcio i meriti di una squadra camminano sempre accanto ai limiti dell’altra: sarebbe ingeneroso non riconoscere che il Bari ha giocato finalmente da squadra, con un approccio aggressivo, intraprendente, ordinato. Avrei scritto le stesse cose anche con un semplice 1-0, purché ottenuto con questo spirito.
Calma però. Non è il caso di spiccare voli pindarici. Per dirla con Alessandro Manzoni nel capitolo XIII de I Promessi Sposi, “adelante, Pedro, con juicio”: avanti sì, ma con giudizio. I limiti tecnici restano e resteranno fino alla fine del campionato. Il Bari ha semplicemente fatto il suo dovere. Non miracoli, non imprese epiche: il compitino assegnato. E non è poco.
Quando il Bari sbaglia stagione, curiosamente capita sempre almeno una goleada salvifica: un modo per ricordare a tutti che, anche nei momenti peggiori, il Bari resta pur sempre il Bari. Viene in mente quel Bari-Brescia 6-2 di qualche anno fa, la roboante vittoria di Frosinone per 0-3 dello scorso anno, qualche 3-1 negli altri anni, pomeriggi in cui tutto gira bene quasi per caso, giusto per mettere una firma di orgoglio in mezzo al caos.
La partita di sabato, però, non è stata una copia di Pescara al contrario. Il Bari di Pescara fu una squadra rinunciataria, indegna, quasi stordita dalla sbornia delle vittorie di Genova e contro lo Spezia. Dopo le sbornie, si sa, arriva sempre il mal di testa. E infatti arrivò la Bérézina pescarese: nessuna reazione, nessuna dignità agonistica, solo un lento scivolare verso l’umiliazione.
La Reggiana, invece, pur fragile e disordinata in difesa, è rimasta viva. Ha provato a giocare, ha tirato in porta, Cerofolini ha dovuto lavorare. Nel finale ha trovato anche il gol della bandiera, quasi un gesto di dignità per non uscire dal campo completamente sconfitta nell’orgoglio. Due squadre diverse, due partite diverse. La Serie B è così: una pièce teatrale che cambia attori e copione ogni settimana.
Resta il dato di fondo: il livello del campionato è modestissimo e vedere il Bari laggiù racconta meglio di mille parole il pasticcio costruito in estate con un mercato sbagliato, guidato da un direttore sportivo costretto, certo, a comprare senza soldi ma non sempre lucidissimo nelle scelte. A gennaio qualcosa si è mosso, ma metà dei nuovi arrivati resta ancora un’ombra: Stabile, Traorè, De Pieri per ora hanno lasciato più tracce che sostanza.
Sabato, però, serviva soprattutto una reazione psicologica. Bisognava cancellare dal desktop della squadra la cartellina gialla chiamata “Pescara”. Formattare i cervelli, ripartire da zero. In questo senso il lavoro di Longo è evidente. Allenatore spesso bistrattato, forse anche sottovalutato dalla società, ma probabilmente l’uomo giusto per questo Bari. Con lui la squadra ha almeno ritrovato un minimo di logica. Dieci punti per tre vittorie, un pareggio ed una sola (imbarazzante) sconfitta sola nelle ultime cinque partite. Un range da squadra di medio alta classifica.
E poi, finalmente, una squadra avversaria non si è trasformata improvvisamente nel Real Madrid, cosa che spesso accade quando incontra il Bari. La Reggiana, stavolta, ha vestito i panni di ciò che probabilmente è: una squadra piena di limiti. Naturalmente senza togliere meriti ai baresi. Perché se a Pescara si è parlato soprattutto dei demeriti del Bari, sarebbe intellettualmente disonesto ignorare le difficoltà degli emiliani. Come dice un vecchio proverbio: la verità sta quasi sempre nel mezzo del campo.
Il Bari ha giocato in modo semplice, lineare, senza inutili esercizi di stile. Concretezza, concentrazione, pochi fronzoli. L’unico vero brivido iniziale è arrivato quando Dorval si è fatto infilare alle spalle e Novakovich non ha trovato la deviazione giusta. Da quel momento in poi la partita ha preso una sola direzione.
Tre punti pesanti, dunque. Anche simbolicamente: erano trentadue anni che il Bari non batteva la Reggiana al San Nicola. La classifica resta complicata, ma almeno il Bari è uscito dal terzultimo posto e si è reinserito nella lotta dei pericolanti. In fondo alla Serie B ormai c’è mezzo campionato.
Mercoledì si va a Frosinone, squadra che gioca forse il calcio più brillante della categoria. Ma la storia secondo cui quella sarebbe una trasferta proibitiva non può più essere accettata. Il livello del torneo è talmente basso che chiunque può battere chiunque. Il Bari deve andarci con umiltà ma senza timori reverenziali. Poi magari vinceranno i ciociari, ma quello che non si può più vedere è una prestazione indegna come quella di Pescara.
Infine una parola su Rao. Giocatore ritrovato, devastante nell’uno contro uno, capace di cambiare ritmo alla partita. E poi fa gol. Resta un mistero come sia stato utilizzato con il contagocce da Vivarini e Caserta. Se in settimana non si riescono a intravedere le poche qualità presenti nella rosa, forse – con tutto il rispetto – qualcosa sfugge nella lettura del gioco. E molte colpe ce l’hanno chi non lo ha visto, né tenuto in considerazione per quel ridicolo concetto del timore di “bruciarlo”. Ottimo pure Artioli che al di là del compito sufficiente di centrocampo, lavoro oscuro ma sostanzioso (come Oriali), tira in porta, e si sa quanto sia importante in una squadra un centrocampista che tiri in porta, cosa che non vedevamo a Bari da tempo.
E tra le note positive c’è anche Esteves, giocatore curioso, quasi d’altri tempi: mezzo centrocampista, mezzo trequartista, un ruolo ibrido che nel calcio moderno si vede sempre meno. Proprio per questo piace.
Il Bari resta in credito con il suo campionato. È stato troppo passivo per troppo tempo. Ma forse – chissà – con la primavera, come cantava Lucio Battisti, “i giardini di marzo si vestono di nuovi colori” o, se preferite Fabrizio De Andrè: “Primavera non bussa lei entra sicura come il fumo lei penetra in ogni fessura”. E in una Serie B così fragile, a volte basta davvero poco, magari anche con un volo di rondine perché i colori cambino. Anche se, ovviamente, una rondine non fa primavera.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari