
Cosa c’è di peggio dell’umiliazione? Della vergogna? In questo momento, probabilmente, il Bari.
Confesso che già domenica mattina nell’aria si percepiva qualcosa di stonato. Non una certezza, ma un presentimento. Le due vittorie contro Sampdoria ed Empoli avevano sì tolto alla squadra l’intubazione, ma l’ossigeno restava ben saldo al naso. Questo Bari continuava a essere un malato grave: una squadra costruita male, fragile in tutti i reparti, figlia di un mercato estivo che definire improvvisato sarebbe quasi un complimento. Che potesse arrivare una sconfitta lo si poteva persino mettere in conto. Che potesse arrivare una figuraccia di queste proporzioni, no.
E invece a Pescara, città natale di Gabriele D’Annunzio, il Bari ha scritto una pagina che difficilmente verrà dimenticata. Non per nobiltà letteraria, purtroppo. Piuttosto per il tono tragico-grottesco della rappresentazione. Il 4-0 finale racconta solo una parte della storia. Il resto lo hanno spiegato gli ottanta minuti abbondanti in cui il Pescara ha preso a pallonate i biancorossi come se stesse disputando una partitella del giovedì contro la Primavera.
Il paradosso è stato totale. Il Pescara, ultimo in classifica e per giunta alle prese con assenze tra infortuni e squalifiche, è sembrato il Real Madrid delle grandi serate europee. Il Bari, invece, la squadra che nei ritiri estivi affronta i professionisti per allenamento: quella composta da dipendenti degli alberghi, qualche maestro di sci e il barista del paese, felici come bambini solo per poter chiedere una maglia a fine partita. Solo che qui il paradosso era completo: la squadra titolata sembrava l’ultima in classifica, mentre quella che avrebbe dovuto salvarsi appariva come la comparsa.
E dire che questo tipo di miracolo calcistico accade con inquietante puntualità quando di mezzo c’è il Bari. Squadra decimata? Avversario pieno di infortunati? Squalificati a raffica? Perfetto: la vittoria diventa quasi matematica. Ma per gli altri. Il precedente più famoso resta Virtus Francavilla-Bari del 2017, quando i pugliesi si presentarono contro una squadra priva di una decina di titolari tra squalifiche e infortuni, con mezza dirigenza pure appiedata dal giudice sportivo. Risultato: 3-0 per la Virtus e Bari annichilito. Un capolavoro di archeologia calcistica che sembrava irripetibile. Evidentemente ci sbagliavamo.
La partita, in realtà, si è indirizzata subito. Approccio leggero dei biancorossi, quasi distratto, mentre il Pescara ha capito immediatamente che quella poteva essere la sua serata. Due gol nel primo tempo, almeno altre tre occasioni clamorose e Cerofolini costretto a intervenire ripetutamente per evitare che il risultato assumesse proporzioni imbarazzanti già prima dell’intervallo. Il Bari, nel frattempo, sembrava muoversi con il freno a mano tirato, come se qualcuno avesse dimenticato di accendere il motore.
Nel secondo tempo Longo ha provato a cambiare qualcosa: dentro Esteves, Cistana, poi Bellomo, Cuni. Ma quando una squadra entra in quello stato di smarrimento quasi ipnotico, cambiare uomini serve a poco. Il Pescara ha continuato a spingere, a tirare, a dominare. Il quarto gol è arrivato quasi per inerzia e altri sarebbero potuti arrivare se Cerofolini non avesse continuato a metterci una pezza.
E qui il punto non è perdere. Nel calcio si può perdere ovunque, anche contro l’ultima in classifica. Il punto è come si perde. Nemmeno in certe goleade internazionali — quelle partite in cui piccole nazionali centroamericane o africane affrontano colossi del calcio mondiale — si vede una resa così totale. In quelle partite, almeno per orgoglio, qualcuno prova a contrastare, a rincorrere, a mordere le caviglie. Qui no. Qui si è vista una squadra svuotata, quasi rassegnata.
E allora qualche interrogativo nasce spontaneo. Non accuse, perché le accuse richiedono prove. Ma stupore sì, quello è inevitabile. Perché in un momento delicatissimo del campionato, quando la classifica impone sangue, carattere e cattiveria agonistica, il Bari è sembrato votarsi a una specie di resa rituale. Viene quasi in mente ciò che accadde nel 1978 a Jonestown, quando i seguaci della setta del Peoples Temple si abbandonarono a un suicidio collettivo guidati dal loro leader Jim Jones. Naturalmente qui siamo nel calcio e nessuno muore, ma l’impressione di una squadra che accetta il proprio destino senza opporre resistenza è stata difficile da ignorare.
Il paradosso più grande è che i sei punti conquistati nelle due giornate precedenti sembrano già evaporati come una sbornia del sabato sera. Nessun progresso reale, nessuna crescita. Il Bari visto a Pescara è tornato quello dei momenti peggiori della stagione: spaesato, fragile, senza muscoli e senza anima.
Tra i singoli poi si potrebbe aprire un capitolo a parte. Nikolaou, ad esempio, ha offerto una prestazione che rischia seriamente di entrare nella lunga e pittoresca tradizione dei difensori improbabili passati da Bari. E dire che di esempi ce ne sono stati. Ma il greco sembra avere le carte in regola per salire rapidamente sul podio. Perfino il peggior Nestor Lorenzo, quello che prima di diventare campione del mondo nel 1982 fece disperare più di un allenatore, sembrava offrire maggiori garanzie. Certo, Cistana non si reggeva in piedi quando è entrato, segno che forse Longo non aveva molte alternative. Ma proprio questo è il punto: questa squadra è stata costruita male e i nodi, prima o poi, vengono sempre al pettine.
Il dato più doloroso resta però un altro. Mentre le concorrenti per la salvezza corrono, vincono, mostrano carattere e voglia di lottare fino all’ultimo minuto, il Bari sembra procedere con una rassegnazione quasi filosofica. E non nel senso nobile dello stoicismo di Seneca, che insegnava a sopportare le avversità con dignità, ma in quello più prosaico di chi subisce senza combattere.
L’ultima immagine della serata è forse la più eloquente. Due soli minuti di recupero concessi dall’arbitro. Non per fretta, ma per manifesta inferiorità. Come se anche il direttore di gara avesse compreso che prolungare quella sofferenza non avrebbe avuto alcun senso.
Ecco, forse questa è la fotografia più precisa della Waterloo pescarese del Bari. Una disfatta sportiva che entrerà di diritto negli annali delle figuracce biancorosse. E che lascia una sensazione amara: quella di una squadra che, nel momento in cui il campionato chiedeva carattere e orgoglio, ha scelto invece la strada opposta. E quella della retrocessione ormai certa nonostante la classifica che sembra ancora dare chance al Bari. Ma se si continua con certe prestazioni, come si fa ad essere ottimisti? Ditemelo voi, non vorrei passare per pessimista e tirapiedi. Magari mi sbaglio.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari