La settimana sportiva: l’analisi di Bari – Empoli

Con il Bari bisogna sempre partire da un presupposto: la sincerità. Dopo più di sessant’anni passati a seguirne vita, morte e miracoli, tra passioni e dissezioni quasi anatomiche di ogni stagione, viene spontaneo dirlo senza giri di parole: se l’Empoli fosse rimasto in undici uomini per tutta la partita, non è affatto certo che il Bari avrebbe vinto.

La squadra di Dionisi vista al San Nicola è stata una delle migliori affrontate quest’anno. Compatta, organizzata, capace di pressare alto e di muoversi con armonia. Nel primo tempo, se il risultato fosse stato 0-3, nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Il Bari è partito come spesso gli accade: sbandando, schiacciato nella propria metà campo, salvato più volte da Cerofolini e da una difesa che, pur con qualche affanno, ha provato a reggere l’urto.

Eppure il calcio ha una sua logica misteriosa. Jorge Luis Borges scriveva che «il calcio è popolare perché la stupidità è popolare», frase provocatoria che in realtà racconta bene quanto questo gioco sfugga a ogni previsione razionale. L’Empoli domina, crea, segna persino – ma il gol viene annullato – e poco dopo resta in dieci. Da lì la partita cambia direzione, anche se non immediatamente.

Va ricordato un dettaglio non secondario: nel girone d’andata il Bari si era trovato quattro volte in superiorità numerica e non ne aveva mai approfittato, arrivando perfino a perdere una di quelle partite. Stavolta invece sì. Non senza soffrire, anzi.

Il primo tempo resta di marca empolese, con giocatori di categoria come Elia e Shpendi capaci di mettere costantemente in difficoltà la retroguardia barese. A centrocampo Artioli, Esteves e Maggiore sembrano a lungo spaesati, quasi invisibili dentro una partita che scorre tutta nella metà campo biancorossa. Quando arriva il gol dell’Empoli – inevitabile per quanto si era visto – l’impressione è quella di una via crucis già tracciata, con lo spettro di ricadere nell’inferno della classifica. Poi l’espulsione di Lovato ed il gol di Rao riaccendono gli animi e con essi le speranze di potercela fare.

Poi succede qualcosa. Non un’esplosione di gioco, non una rivoluzione tattica, ma un lento cambio di inerzia. Nel secondo tempo il Bari comincia finalmente a respirare, a costruire qualcosa, pur senza travolgere l’avversario. Il rigore prima concesso e poi tolto dal VAR, giustamente, sembra uno di quei segnali che nel calcio si leggono quasi come presagi.

E infatti arriva il gol di Maggiore. Un gol che non incendia gli stadi ma che pesa come il piombo per una squadra che ha il peggior attacco del campionato.

Da lì in avanti è sofferenza pura. L’Empoli, pur in dieci uomini, resta stabilmente nella metà campo del Bari. Non crea moltissime occasioni limpide, ma tambureggia, spinge, costringe la difesa agli straordinari. Ed è proprio lì che si intravede una delle poche vere novità della stagione: la retroguardia.

Non più quella formata da Vicari, Nikolaou e Meroni — trio spesso immobile e confuso — ma il nuovo assetto con Odenthal, Cistana e Mantovani. Non saranno i tre migliori difensori della Serie B, ma hanno mostrato solidità, maturità e quella qualità minima indispensabile per resistere nelle partite sporche. Qualche gol lo subiranno ancora, inevitabile, ma l’imbambolamento visto per mesi sembra alle spalle.

Il Bari così conquista la seconda vittoria consecutiva, cosa che era già accaduta in stagione contro Mantova e Cesena, ma allora in modo quasi miracoloso: due partite in cui i biancorossi erano stati presi letteralmente a pallonate – una cinquantina di tiri complessivi contro – riuscendo comunque a portare a casa sei punti con un tiro e mezzo in porta. Stavolta la sensazione è diversa.

Non è stata una grande partita del Bari. Per lunghi tratti ha sofferto, anche troppo. Ma ha mostrato qualcosa che mancava: carattere, spirito di squadra, capacità di resistere.

Rao ormai è una certezza: gamba, personalità, fantasia. L’asse con Dorval è quello che crea scompiglio e produce le azioni migliori. Moncini tocca pochi palloni, ma quando lo fa spesso pesano tre punti. Il centrocampo è cresciuto nella ripresa, trovando equilibrio e dando ossigeno alla difesa.

Molto del merito è anche di Longo. Viene naturale chiedersi perché si sia aspettato tanto per richiamarlo quando era già sotto contratto. I due mesi persi con Vivarini rischiano di pesare, ma ora la squadra sembra aver ritrovato un’anima. Longo ha ridato vita a giocatori che sembravano smarriti – Maggiore su tutti – e ha avuto il coraggio di credere nei nuovi arrivati di gennaio, cosa tutt’altro che scontata.

Non è cambiato tutto. Sarebbe ingenuo pensarlo. I limiti restano e il calendario non è benevolo. Ma qualcosa si è mosso. Il Bari non è più quel corpo inerte visto per mesi. Forse è uscito dal coma, anche se respira ancora con l’ossigeno.

E allora tornano in mente le parole di Edoardo Bennato: «Seconda stella a destra, questo è il cammino…».

Forse da Genova in poi qualche pianeta si è davvero allineato: il palo della Sampdoria, la vittoria inattesa, mercoledì il gol annullato all’Empoli, l’espulsione, il rigore prima dato e poi tolto, il gol decisivo e infine la sofferenza finale.

Il calcio vive anche di questi misteriosi incastri tra episodi e destino.

Ma adesso arriva Pescara. E lì non ci saranno pianeti o costellazioni che tengano. Servirà vincere, perché il pareggio varrebbe quasi una sconfitta. Il Pescara è rinato a gennaio, le squadre là sotto – Mantova, Entella, le altre – sono vive e combattono.

Il Bari si è svegliato dal torpore. Ma la lotta per la salvezza è appena entrata nella sua fase più dura. Prepariamoci a un finale di stagione col fiato sospeso. Perché, come sa bene chi tifa Bari, la sofferenza non è un incidente di percorso: è parte integrante della storia.

Verrebbe da ricordare Battiato: “…Ed è in certi sguardi che si vede l’infinito…”

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari

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