La settimana sportiva: l’analisi di Sampdoria – Bari

Da mo’ vale? La notte che può cambiare tutto. Ovvero ‘Perfect day’, per dirla alla Lou Reed.

Inutile girarci attorno: alzi la mano chi, alla vigilia, pensava davvero che il Bari potesse vincere a Marassi contro la Sampdoria. Settantotto anni senza un successo in casa doriana non sono una semplice statistica: sono una consuetudine divenuta quasi legge non scritta. E questo Bari, reduce da settimane da terapia intensiva calcistica, con flebo attaccate e parametri vitali ballerini, non sembrava la squadra destinata a riscrivere la storia proprio lì, sotto la Lanterna.

Eppure è accaduto. A Genova, città simbolo del Risorgimento, Giuseppe Garibaldi pronunciò la celebre frase: “Qui si fa l’Italia o si muore.” Era il 1860, altra epopea, ma calcisticamente parlando venerdì per il Bari era qualcosa di simile: o si faceva l’impresa, o si scivolava verso un destino quasi segnato. Non c’erano alternative credibili. E il Bari ha scelto di farla.

Per venti minuti abbiamo temuto il solito copione. Il palo di Henderson ha fatto scattare quell’allarme interiore che conosciamo bene, come quando sai già come finirà un film visto troppe volte. Poi il gol di Moncini, nato da un errore doriano e dall’intuizione di Esteves, ha cambiato l’inerzia. L’attaccante vero è questo: può restare nell’ombra, ma alla prima occasione diventa sentenza. A Bari non ne transitano molti così, e senza chi la butta dentro ogni discorso resta teoria.

Da quel momento è uscita la squadra. Non brillante, non accademica, ma squadra. Ordinata, compatta, umile. Capace di non chiudersi a riccio – che sarebbe stato l’anticamera dell’ennesima beffa – ma di restare alta, di ribattere colpo su colpo, di respirare. La Samp ha attaccato, certo, ma più per obbligo che per reale superiorità. Una mischia salvata sulla linea, qualche conclusione, nulla che sapesse di assedio irresistibile. Il Bari ha sofferto senza sbandare, e questa è una novità sostanziale.

Longo ha dato struttura e coraggio. Difesa più alta, pressione nella metà campo avversaria, equilibrio tra copertura e ripartenza. Odenthal dominante, Mantovani ritrovato, Cistana guida sicura. Esteves in crescita evidente, mezzala e incursore con qualità. La squadra corre di più, ha più “gamba”, più fiducia. E la fiducia cambia la postura, cambia lo sguardo, cambia persino il modo di controllare un pallone.

Poi Bellomo. Il raddoppio è un manifesto barese. Dorval si proponeva, ma Nicola ha scelto la via diretta. Egoismo puro, quello dei ragazzini della città vecchia che vedono la porta e non chiedono permesso a nessuno. Tiro secco, partita chiusa. È andata bene. E meno male. Perché in certe serate non servono ricami, serve il colpo deciso. Ci fosse stato Braunoder o Verreth gliel’avrebbe passata la palla e l’azione sarebbe finita lì, e sapete cosa sarebbe accaduto ? Contropiede e pareggio Sampdoria e poi al 97′ gol della vittoria con beffa.

E mentre tutto questo accadeva, a pochi chilometri, a Sanremo, il Festival di Sanremo teneva incollata mezza Italia alla televisione. Lì si assegnavano voti, si discuteva di tonalità, si analizzavano testi come se fossimo diventati tutti critici musicali per una settimana. Qui, invece, i tifosi del Bari hanno cambiato canale: altro palco, altra musica. E in fondo un nesso c’è. Perché come al Festival, anche a Marassi serviva trovare la nota giusta dopo tante stonature. Serviva un ritornello semplice ma efficace, qualcosa che restasse in testa. Il Bari l’ha trovato: solidità, cinismo, carattere. Non una sinfonia perfetta, ma una canzone ruvida e vera che per una notte è salita in cima alla classifica delle emozioni biancorosse.

Ora però, conoscendo il Bari, entra in scena la celebre Legge di Murphy: “Se qualcosa può andare storto, lo farà.” E con noi Murphy non è mai stato un teorico, è un praticante. Hai osato sbarcare Marassi dopo quasi ottant’anni? Bene, preparati: magari non prenderai più un punto a Genova per i prossimi centottanta anni. Oppure – e qui tocchiamo ferro con entrambe le mani – perderai le prossime due partite contro Empoli e Pescara, così, giusto per riequilibrare il cosmo. Perché col Bari l’universo tende sempre a compensare.

Scherzi (più o meno) a parte, non è salvezza. Servono continuità e altre vittorie. Le altre devono ancora giocare, e questo campionato mediocre e imprevedibile può rimescolare tutto in poche ore. Però una cosa è certa: il Bari è risalito sul treno. Fino a una settimana fa sembrava sceso in una stazioncina deserta, abbandonato in aperta campagna. Oggi è di nuovo a bordo. Ha agganciato l’Entella, non è più solo laggiù. Poco? Forse. Ma non essere soli è già qualcosa.

Dante scriveva: “Qui parrà la tua nobilitate.” È nei momenti decisivi che si misura il valore. Il Bari ha mostrato una sua dignità calcistica. Ora arrivano le conferme. Possiamo dire “da mo’ vale”? Sarebbe prematuro. Ma per una notte almeno, con Sanremo a fare da sottofondo e Marassi finalmente violato, il Bari ha rimesso la propria canzone in tonalità maggiore. Tocchiamo ferro. Perché se Murphy ascolta, meglio non provocarlo troppo.

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari

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