
Ci sono fatti che, se presi singolarmente, sembrano episodi di cronaca nera. Ma quando li metti uno accanto all’altro diventano specchi. E negli specchi, a volte, non vediamo solo un volto: vediamo un sistema.
A Rogoredo, nel boschetto della droga di Milano, un poliziotto ha ucciso un pusher sostenendo di aver reagito a una minaccia armata. Per giorni la narrazione è stata quella ormai consueta: l’agente coraggioso, la legittima difesa, il degrado, l’immigrazione, la necessità di sparare prima che sia troppo tardi. Poi sono arrivate le indagini. La ricostruzione della Procura ha incrinato la versione iniziale: la pistola del pusher sarebbe stata finta, la dinamica diversa, i soccorsi tardivi. E soprattutto è emerso che quell’agente avrebbe avuto rapporti opachi con la vittima, richieste di denaro e droga, fino a un colpo alla testa che oggi viene contestato come omicidio volontario. Saranno i giudici, nei tre gradi di giudizio, a stabilirne definitivamente le responsabilità. Ma una cosa è già chiara: non eravamo davanti a un eroe sotto assedio, bensì – se le accuse saranno confermate – a un uomo che ha tradito la divisa e lo Stato che avrebbe dovuto rappresentare.
Eppure, prima ancora che la verità processuale prendesse forma, la propaganda si era già mossa. Solidarietà preventiva, appelli al “via libera” alle forze dell’ordine, inviti a votare Sì al referendum sulla giustizia per “non lasciare soli i poliziotti”. Il pusher era già stato condannato nell’arena mediatica, l’agente assolto in nome dell’ordine. E in quel clima qualcuno è arrivato perfino a evocare la pena di morte, con riferimenti a Mussolini pronunciati da chi occupa una delle più alte cariche dello Stato repubblicano e antifascista. Parole che dovrebbero gelare il sangue. Parole che non hanno ricevuto, dal governo, la censura che meritavano.
Qui sta il primo punto: nel caso italiano non siamo davanti a uno Stato che autorizza a sparare. Siamo davanti, semmai, a un individuo che avrebbe abusato del potere ricevuto, un balordo – se le accuse saranno confermate – travestito da integerrimo servitore dello Stato. È un tradimento personale, non una dottrina pubblica. Ed è proprio per questo che la giustizia deve fare il suo corso, senza scorciatoie, senza santificazioni, senza processi mediatici. La forza dello Stato democratico sta nel diritto, non nella pistola.
Poi guardiamo agli Stati Uniti. Lì, durante operazioni di contrasto all’immigrazione irregolare condotte da agenti federali dell’ICE sotto l’amministrazione Trump, a Minneapolis due persone – un uomo e una donna – sono state uccise nel corso di interventi che avrebbero dovuto essere di controllo e identificazione. Non si tratta di un agente isolato che devia. Si tratta di un clima politico che ha fatto della mano dura una bandiera, della retorica anti-immigrati una strategia elettorale, della forza uno strumento di governo. Qui non c’è il marcio individuale che tradisce lo Stato: c’è una linea politica che concede ampia copertura all’uso aggressivo della forza in nome della sicurezza.
Le due situazioni, in apparenza simili – uomini in divisa che sparano – sono in realtà profondamente diverse. In Italia, se le accuse saranno confermate, saremo davanti a un uomo che ha agito contro lo Stato, contro la legge, contro la divisa. Negli Stati Uniti, invece, la violenza si inserisce dentro una cornice politica che la legittima e la incoraggia. Nel primo caso il problema è il delinquente in uniforme; nel secondo, è l’idea stessa di governo che considera la forza una scorciatoia.
Io vedo un filo rosso che lega questi episodi: la tentazione di sostituire il diritto con l’istinto, la complessità con lo slogan, la giustizia con la vendetta. La destra italiana ha speculato su una morte prima ancora di conoscere la verità, puntando il dito contro immigrati, degrado, giudici “troppo garantisti”. Trump, dall’altra parte dell’Atlantico, ha costruito consenso su un’idea muscolare di Stato che non si fa scrupoli.
Ma la Democrazia non è questo. La nostra Repubblica nasce dalla sconfitta di un regime che faceva della violenza uno strumento politico. La Costituzione non è un orpello retorico: è un argine. Quando si evoca Mussolini per parlare di giustizia, si scavalca quell’argine. Quando si chiede di sparare senza troppe attese, si scavalca quell’argine. Quando si usa una tragedia per fare propaganda referendaria, si scavalca quell’argine.
La giustizia è lenta, imperfetta, faticosa. Ma è l’unica alternativa alla barbarie. E se oggi non siamo disposti ad aspettare che i giudici facciano il loro lavoro, se preferiamo la scorciatoia dell’applauso o dell’odio, allora il problema non si può identificare esclusivamente con chi ha premuto il grilletto: il problema è determinato dalla cultura che gli sta intorno.
La divisa deve essere onore, non impunità. Lo Stato deve essere diritto, non forza. E la politica dovrebbe avere il pudore di tacere, almeno finché la verità non emerge. Perché quando la propaganda corre più veloce dei fatti, a morire non è solo una persona: è un pezzo di democrazia.
Cadetto di Guascogna