
“Il primo ostacolo, per chi guarda la guerra da lontano, è l’incapacità di capirla. D’immedesimarsi. Sembra un videogioco, ma gli attori, in questo caso, non sono sagome. Sono ciascuno di noi trasportato in un altro spazio. La guerra ha bisogno di essere definita, per essere comprensibile. E le parole sono determinanti, come la cassetta degli attrezzi di un falegname.” (Pace e Guerra. Proteggere i diritti e costruire la democrazia – Paola Caridi)
Entrare nel foyer del Teatro Kismet di Bari è sempre un piacere che sa di casa. Forse è per la naturalezza con cui avviene il passaggio dall’esterno all’interno, o per quella sottile sensazione di attesa: la certezza che ogni incontro genererà una nuova consapevolezza. Questo spirito anima la rassegna “Umano non Umano“, curata da Nicola Lagioia, che nasce con l’ambizione di indagare le metamorfosi dell’essere umano in un tempo inquieto, intrecciando letteratura, politica, arte e identità. Con l’anima predisposta a cogliere ciò che vibra sotto la superficie, la sera del 19 febbraio mi sono lasciata attraversare dal dialogo tra Lagioia e la giornalista e scrittrice Paola Caridi, profonda esperta del mondo arabo.
Sin dalle prime battute, Lagioia ci conduce al cuore dell’incontro introducendo una dimensione politica cruciale: l’Oriente, così prossimo geograficamente a noi, eppure, così distante nelle nostre rappresentazioni, resta per noi un oggetto misterioso. Un paradosso che smaschera l’illusione della distanza e apre il dialogo al presente. Il fulcro della discussione è la riedizione aggiornata del lavoro di Caridi Hamas, dalla resistenza al regime (Feltrinelli), lente indispensabile per comprendere la storia futura. L’autrice, attingendo alla sua lunga esperienza sul campo, evidenzia un punto nodale: quando una città perde gli spazi di incontro, smette di funzionare. E quando una città non funziona, la politica implode. Questa verità non riguarda una città in particolare e non evidenzia solo la fragilità delle città coinvolte nei conflitti contemporanei, ma tutti noi. Per Caridi, le città non nascono come fortezze, ma come luoghi di relazione. Dove il legame è impedito, il conflitto prende il sopravvento. Non è retorica urbana, è infrastruttura democratica. Come Gerusalemme è diventata il laboratorio di una frattura che privilegia muri di divisione o le autostrade rispetto alle piazze: uno sviluppo che favorisce lo scorrimento ma cancella l’incontro. L’erosione dello spazio pubblico crea solitudine e radicalizzazione. Come sottolineato nel dialogo, le piazze non sono semplice arredo urbano, ma dispositivi politici dove le differenze si attraversano invece di murarsi.
“Alla stregua di un sussurro, i sudari di Gaza sono un suono flebile e fragile, eppure costante. La colonna sonora del genocidio. […] Sono loro, i sudari, a difendere in questo modo i morti dall’oblio.” (Sudari, Elegia per Gaza – Paola Caridi)
Il discorso si sposta inevitabilmente su Gaza. Non esiste convivenza senza città, né pace senza infrastrutture civiche. In questo contesto, gli autori richiamano un’iniziativa di forte impatto: “50.000 sudari per Gaza” (hashtag #ultimogiornodigaza), lanciata non solo dallo storico dell’arte Tomaso Montanari, ma anche dalla scrittrice Claudia Durastanti e dalla stessa Caridi.
“Il linguaggio non serve solo a comunicare, ma a dare forma al mondo.” (Umberto Galimberti)
Lagioia pone poi una questione fondamentale: perché le piazze italiane e mondiali hanno risposto con tanta forza a questo evento terribile? Caridi chiarisce citando implicitamente Galimberti: “Bisogna chiamare le cose con il loro nome, perché esistano”.
Aver chiamato ciò che accade come “genocidio”, e non guerra come avrebbe voluto l’intero occidente, significa opporsi a una narrazione coloniale che vorrebbe un Oriente senza storia per poterlo schiacciare.
E dopo la distruzione totale, mentre il cemento avanza, le piazze scompaiono e le città si avvicinano a modelli artificiali simili a Dubai, dove i corpi vengono espulsi dallo spazio pubblico, si capisce che in queste “città-laboratori” si cerca di creare monadi isolate. Eppure, ci siamo riconosciuti uniti proprio nelle piazze. Caridi attribuisce questa reazione alla nostra formazione scolastica. Siamo stati educati alla consapevolezza che non si può passare indenni attraverso un genocidio. È un tributo alla scuola pubblica, spazio di confronto e mediazione, livello superiore della piazza stessa. Ci siamo riconosciuti come corpo sociale perché l’essere umano vive di comunità, specialmente nel dolore. Il lutto richiede presenza, non isolamento.
Alla domanda finale di Lagioia — se si sarebbe mai aspettata l’attacco del 7 ottobre — la risposta di Caridi è stata un secco e onesto “No”. Forse nessuno di noi sa quanto quell’Oriente sia vicino, o forse preferiamo non saperlo.
“Il mosaico è diverso dal puzzle. Entrambi hanno la base un disegno su cui creare le forme. Ma il puzzle non ha possibilità di essere modificato: i pezzi devono entrare nel posto giusto. Il mosaico è diverso: prevede un po di libertà, di modificare la disposizione delle tesserine di pietra, di scegliere e abbinare in modo diverso i colori. Cosa ci suggerisce il paragone col mosaico? Metti in evidenza che la mediatrice o il mediatore deve ascoltare le parti in conflitto, quelli che si sono fatti la guerra. Ogni pezzo del racconto è una tessera del mosaico. La composizione del mosaico è il primo passo perché anche il conflitto si possa comporre, e cioè possa sistemarsi in modo tale da arrivare a una tregua, un cessate il fuoco, un armistizio. E infine alla pace. Ma quale pace?” (Pace e Guerra. Proteggere i diritti e costruire la democrazia – Paola Caridi)
Le parole di Caridi e Lagioia non si dissolvono facilmente. Quella sala ascoltava come un unico corpo. Sono uscita dal teatro con la sensazione di aver attraversato uno spazio interiore, resa più inquieta e, paradossalmente, più umana.
I prossimi appuntamenti di “Umano non Umano” proseguiranno con Paolo Pecere e Domingo Milella (12 marzo) e Francesca Lagioia (23 aprile), continuando a tracciare i contorni delle urgenze del nostro presente.
Maurizia Limongelli