L’argine della legge: quando la giustizia ferma i sovranismi

Per districarsi nella comprensione di questo periodo storico, in fondo non ci vogliono né la toga né la cattedra, ma semmai occorre coltivare un vizio semplice: leggere, incrociare le versioni, provare a capire dove finisce la politica e dove cominciano le regole e il complottismo. E in questi giorni, tra Italia e Stati Uniti, la scena è curiosamente la stessa: le destre alzano la voce, si mettono in posa da “uomini forti”, e poi sbattono contro un muro che non si sposta con un video su TikTok o con un post su Truth. Quel muro, a volte, è la giustizia.

Da noi il copione lo conosciamo: due vicende diverse, impacchettate come se fossero un’unica prova del “complotto delle toghe”. Prima, il caso del migrante irregolare risarcito con 700 euro: nel racconto governativo diventa la favola tossica dell’“uomo con precedenti premiato dallo Stato”. Ma la sostanza della decisione, per come è stata ricostruita, non è “premiare” qualcuno: è valutare come si è comportata l’amministrazione durante un trasferimento e un trattenimento, con passaggi contestati sul piano delle garanzie, delle comunicazioni, delle modalità coercitive e persino dell’impatto su una situazione familiare già delicata. I 700 euro non sono un applauso al curriculum dell’interessato: sono il segno che, quando lo Stato limita la libertà personale, deve farlo rispettando regole e procedure, a prescindere da quanto sia facile trasformare la persona coinvolta in un mostro da prima pagina.

Secondo episodio: la Sea Watch e la “subcomandante” Carola Rackete. Qui si è scelto il registro dell’indignazione patriottica: “speronatori”, “italiani costretti a pagare”, come se un risarcimento civile fosse un premio al crimine e un invito a “portare immigrati irregolari”. Ma anche qui il nocciolo non è l’epica, è il diritto: si parla di un contenzioso che ruota attorno a un fermo o a un sequestro e ai danni o ai costi che un giudice ha ritenuto risarcibili. Non è un santino né una condanna morale: è una decisione che riguarda atti dello Stato e le conseguenze economiche che possono derivarne quando quegli atti vengono ritenuti non legittimi.

Il passo successivo della destra, ormai automatico, è usare tutto come benzina per la propaganda: se un tribunale riconosce un risarcimento, allora “la magistratura ci impedisce di contrastare l’immigrazione”, e il finale è sempre lo stesso: voto al referendum, chiamata alle armi, “chi non è con noi è complice”. In pratica: la complessità viene tritata e servita come slogan. E soprattutto si fa finta di non vedere – o non si vuole vedere – la differenza elementare tra piani diversi: il penale, che giudica reati e responsabilità personali; il civile (o l’amministrativo), che valuta danni e responsabilità dell’amministrazione. È la confusione perfetta per chi vive di indignazione: se tutto è “sentenza contro il governo”, non serve più capire nulla, basta arrabbiarsi.

Ora spostiamoci di colpo a Washington, dove il personaggio è diverso ma il metodo è identico: Donald Trump e la sua idea di governo come braccio di ferro permanente. L’uomo dei dazi come clava, del commercio come ricatto, della politica estera come teatro muscolare, quello del Board of Peace travestito da affaristi e immobiliari pronti a edificare a Gaza sopra i morti. Uno che si vede come arbitro del mondo: pronto a parlare di pace e magari a sognare perfino un Nobel, e nello stesso tempo a brandire minacce commerciali o a evocare nuove tensioni internazionali come strumenti di pressione. Contraddizioni a grappoli: paladino di pace a parole, incendiario quando serve; sovranista in patria, commissario del mondo quando gli conviene.

Eppure, proprio lì, è arrivata una frenata che pesa anche simbolicamente: la Corte Suprema ha dichiarato illegittimi i suoi dazi globali varati facendo leva su poteri d’emergenza, perché quel tipo di potere – così ampio, così indeterminato – non spetta al presidente senza un passaggio del Congresso. Tradotto in lingua non giuridica: non puoi tassare il mondo per decreto e chiamarlo “emergenza” come se bastasse pronunciare una parola magica. Nella maggioranza che ha stoppato Trump ci sono stati anche giudici conservatori, perfino espressione della sua stessa area. Difficile liquidarli come sabotatori di professione.

È qui che il parallelo diventa limpido: c’è un argine della giustizia verso Trump e Meloni. In Italia, quando si tenta di piegare le procedure a una narrazione politica; negli Stati Uniti, quando si prova ad allargare il potere esecutivo fino a farlo diventare personale e illimitato. In entrambi i casi, la risposta non è uno slogan, ma una sentenza. Non un post, ma una motivazione scritta.

La reazione dei leader è altrettanto speculare: indignazione, accuse ai giudici, allusioni a complotti, promesse di “alternative” per aggirare lo stop. Come se ogni limite istituzionale fosse un affronto personale. E invece è il contrario: è il funzionamento normale di una democrazia che non si affida al carisma di un capo ma a un sistema di pesi e contrappesi.

Il paradosso – e forse anche la piccola consolazione – è che ogni tanto il sistema respira e risponde. Non sempre, non ovunque, non con la velocità che vorremmo. Ma risponde. E allora sì: forse, oltre al celebre “giudice a Berlino”, c’è qualche timido giudice anche a Washington e a Roma. E finché esiste qualcuno che, almeno ogni tanto, alza la mano e dice “No, così non si fa”, una briciola di speranza resta in questo Paese e nel mondo.

Cadetto di Guascogna

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