
Ci sono momenti in cui le istituzioni parlano anche senza alzare la voce. E ieri mattina uno di quei momenti ha assunto la forma solenne e quasi didascalica della presenza del Capo dello Stato al plenum ordinario del Consiglio Superiore della Magistratura. Undici anni di mandato e mai, prima d’ora, Sergio Mattarella aveva ritenuto necessario sedersi lì, in quella veste, per una riunione ordinaria. “Il momento lo richiede”, ha detto. E tanto basta per capire la gravità del clima.
Non è stato un intervento ornamentale. È stato un richiamo netto, misurato nei toni ma fermissimo nella sostanza: rispetto reciproco tra le istituzioni, sempre. Anche – e soprattutto – quando il confronto politico si fa acceso, quando incombe un referendum divisivo come quello sulla separazione delle carriere, quando la tentazione della parola grossa diventa scorciatoia mediatica.
Il Capo dello Stato ha ricordato che il CSM è un organo di rilievo costituzionale, che può essere criticato – come tutte le istituzioni – ma non delegittimato con etichette suggestive o insinuazioni che evocano scenari torbidi. E qui il pensiero corre inevitabilmente alle recenti esternazioni del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha parlato di una magistratura “condizionata” e addirittura “paramafiosa“, spingendosi poi fino a ventilare la richiesta dei nomi di chi finanzia i comitati per il No. Parole che non appartengono al lessico istituzionale di uno Stato maturo, ma piuttosto a un’arena da talk show del sabato sera.
Il paradosso è che a dover riportare tutti alla compostezza sia stato proprio il Presidente della Repubblica, nella sua funzione di garante dell’equilibrio tra i poteri. Un gesto che, per sobrietà e forza simbolica, ha fatto il giro del Paese e non solo. Perché quando il Capo dello Stato scende in campo in questo modo, non è mai per una questione di galateo: è per difendere l’architettura stessa della Repubblica.
Se fossi stato nei panni del Ministro, dopo un richiamo pubblico di tale portata, avrei cercato il punto più remoto della carta geografica per un periodo di silenziosa riflessione. Non per debolezza, ma per senso delle istituzioni. Per quella forma di pudore che dovrebbe accompagnare chi ricopre incarichi così delicati. Invece la sensazione è che tutto venga assorbito con una certa nonchalance, come se si trattasse di una schermaglia qualsiasi, da smaltire con un’alzata di spalle e magari con un brindisi alcolico consolatorio.
Eppure non è una schermaglia. È la credibilità dello Stato che viene messa alla prova. Quando un ministro usa parole che lambiscono l’accusa collettiva verso un Ordine dello Stato, non colpisce solo i magistrati: incrina la fiducia dei cittadini nell’equilibrio dei poteri. E quando il Presidente della Repubblica interviene per ricordare che il rispetto non è un optional, ma un dovere costituzionale, significa che la misura è colma.
Il Presidente Mattarella non ha difeso una corporazione. Ha difeso un principio: che le istituzioni si criticano, sì, ma non si delegittimano; si riformano, se necessario, ma senza trasformarle in bersagli retorici. È un confine sottile, ma è il confine che separa la dialettica democratica dall’erosione istituzionale.
Il richiamo è stato rivolto a tutti, certo. Ma è difficile non cogliere il riferimento a chi, negli ultimi giorni, abbia contribuito ad alzare l’asticella dello scontro. E in questo scenario, la figura che esce ammaccata non è quella del Quirinale, saldo e misurato, bensì quella di chi, investito di una responsabilità enorme, sembra aver scambiato la fermezza per provocazione e la critica per delegittimazione.
In politica si può sbagliare. Accade. Ma la differenza la fa la capacità di comprendere il momento e fare un passo indietro. Quando il Presidente della Repubblica ti invita pubblicamente ad abbassare i toni, non è un dettaglio di cronaca: è un segnale. Sta a chi governa decidere se coglierlo con senso dello Stato o archiviarlo come un incidente di percorso.
La Repubblica, nel frattempo, osserva. E ricorda.
Cadetto di Guascogna