
Bari ha accolto la personale di Miguel Gomez, artista ben noto a livello internazionale e che ha casa in Puglia. Da anni cura magistralmente quel Regno del Colore che è il Museo dei Pigmenti Naturali e Colorati Centro d’Arte Santa Teresa dei Maschi a Bari nella Città Vecchia. Nel cuore della città, pulsa un cuore più piccolo in dimensioni ma più forte e più vibrante in termini di amore per l’arte e di promozione dell’arte pittorica, scultorea, performativa. Soprattutto, le grandi gocce di vetro che contengono le pregiate polveri di colore, poste dietro l’altare della Chiesa, proteggono calorosamente coloro che espongono le proprie opere in quel luogo sacro e coloro che vogliono ammirarle ma, soprattutto, sono un invito alla semina della fantasia, dell’immaginazione, della potenzialità vitale del colore che in sé contiene tutta l’energia necessaria per rendere il mondo un luogo speciale dove vivere. E già che nelle opere di Gomez, noi, di colore ne vediamo tanto, spalmato dentro forme, le più varie, ma sempre di umani calati nella loro quotidianità. Eppure, sembra che non ci si accorga di tutto quel nero volto a campire il paradosso del nulla.

Il dialogo che si crea tra le forme di colore ed il nero è un dialogo impressionate: esso è la resa viva della vita che scorre, esso è il principio che rende vive le figure immobili che scrutano un paesaggio, quello sì, di “normalità” e “pace”, almeno apparenti, almeno non paesaggi di guerra o di orrore nei quali al momento noi tutti visitatori siamo stati esentati dal precipitarvici. Madonne dalla pelle corrotta, quasi lebbrosa di colore ebbro, osservano i propri figli dietro reti di ferro; bambine e bambini spesso ritratti in posizioni plastiche scomode, una classicità del contemporaneo di una bellezza conforme all’attuale, coerente con lo scollamento di un mondo sofferente in perfetta distanza dal mondo migliore, produttivo e portatore di sani principi. Ma quali sani principi? Dalle tele di Gomez, questi umani, sembrano proprio guardarci, così come nella realtà se passeggiamo per strada e veniamo investiti da sguardi supplicanti fame e calore umano e ci sentiamo invasi, stuprati, infastiditi da tanta miseria e voltiamo la testa da un’altra parte ma, da quell’altra parte, c’è il ritratto, c’è il colore, c’è l’abbraccio ultimo della separazione, c’è l’arte che torna a tradurre la realtà per meglio mostrarcela.

Il classicismo ci ha sempre condotto, consolandoci, in un mondo altro, fatto sì di immagini prese dalla realtà, ma non solo, ma quelle della realtà mostrate in pose plastiche altre, divine, sublimi, perché l’arte ha da essere sublime e sempre deve esserlo. Gomez si attiene a questo principio ma lo sposta nel regno della “bruttezza” ponendo a tutti noi interrogativi etici di non indifferente portata. “Brutto” e “bello” si sovrappongono, perdono di significato, soprattutto perdono strascichi di moralismo, per lasciare spazio alla rappresentazione misterica di un altro mondo. Che creature sono, in realtà, quelle che popolano le opere di Gomez? Certo, è chiaro il realismo, è chiaro il naturale procedere del colore sulla tela che rende le forme morbide e discontinue, quasi a volersi corrompere con il mondo circostanze per dare a dimensioni fantasmatiche la vera essenza del soggetto ritratto, ossia la sua evanescente esistenza, ora però resa candidamente ferma nell’eternità dell’arte, in un espressionismo simbolico che somiglia tanto al grido primordiale di un uomo dell’origine che scopre l’emotività per la prima volta nella sua vita, per la prima volta osservando il corpo dell’amato esanime riverso nel selvatico sottobosco.

Soggetto e colore sembrano sciogliersi come in quadro di Dalì. Tutto ciò che è rappresentato potrebbe improvvisamente mischiarsi, il colore potrebbe corrompere altro colore, i confini delle forme potrebbero assottigliarsi ed è questo ciò che tale principio dinamico, ovvero il suo concetto, racchiude in sé: ciò che vedo, nella fissità della memoria, è anche mobilità verso lo spettatore, cioè un tentativo di avvicinamento, dal quadro all’osservatore, attraverso il movimento del colore, il suo perdersi, poi, nella realtà “vera” perché quel contatto tra umani, disilluso e disatteso nella realtà oggettiva, possa almeno compiersi nello spazio tra le cose, tra il quadro e me che lo sto guardando, in una azione che è puro movimento poetico. Questo movimenti, per certi versi “magico”, è sorretto dal dialogo tra i colori, le forme e il colore nero, la cui personalità invade tutti i sensi. Gli oggetti d’arte sono oggetti espressivi e, quindi, in essi vige la facoltà di comunicare, cioè, in altre parole, essi sono linguaggio, o meglio, sono più linguaggi, molti linguaggi, ed ogni arte ha il suo linguaggio e, così, ogni artista ha il suo, dopo che l’arte stessa ha insegnato il proprio. Ma, qui, noi assistiamo ad un passaggio ulteriore nella comunicazione: il dialogo tra colori, forme e colore nero, costituisce un linguaggio a sé, non voluto, ossia, certamente ricercato sapientemente da Gomez ma, ciò che intendo, è che tale linguaggio “minore” si è sviluppato da sé, ha una sua personalità, ed è ciò che rimanda a una polisensa imitazione della natura, dove, però, per imitazione si intende una qualche forma di coscienza. Perché parlare, in questo caso, di dialogo? Perché queste creature ritratte sono a loro volta frutto di un dialogo interiore tra l’artista e i suoi sogni, il suo mondo onirico, proprio perché non sono originate da una mera riproduzione della realtà, esse vengono investite di altri significati evocando scenari intimi, ctoni, dove, nel colore nero, posso riscontrare le vere forme di un sogno che sta dall’altra parte della tela, un sogno, forse, fatto più di parole che diventano immagini, un mondo poetico ancora da scoprire.

La mostra “Contemporanea” di Miguel Gomez, potrà essere ammirata nella prossima primavera presso il Palazzo Ducale di Martina Franca (TA).
Andrea Cramarossa
Foto di Andrea Cramarossa