
C’è un filo rosso che lega Napoli a Doha, una toga a un microfono, un’intervista e un forum internazionale: non è il filo della giustizia né quello della diplomazia, ma quello delle forbici, le forbici del montaggio, quelle che tagliano una parola, ne salvano mezza, ne eliminano un’altra e poi ti riconsegnano una frase nuova, pronta per l’indignazione a comando.
Da una parte c’è Nicola Gratteri che, parlando del referendum sulla separazione delle carriere, sostiene che a quella riforma sono interessati i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura; un’opinione politica, legittima e discutibile come tutte, ma articolata. Poi arriva la sintesi tossica costruita ad arte: “Chi vota Sì non è una persona perbene”.
Lui replica e anche qui sta il punto decisivo, perché parla apertamente di strumentalizzazione, precisa di non aver mai detto che tutti coloro che votano Sì appartengano alla malavita e chiarisce che non votano solo mafiosi o massoni ma anche loro, perché – parola che cambia tutto – votano anche persone perbene; quell’“anche” è la differenza tra un ragionamento complesso e una condanna collettiva, è una congiunzione minuscola ma decisiva, eppure viene eliminata, tagliata, espunta, perché la comunicazione della destra non ama le sfumature ma gli assoluti, non vive di congiunzioni ma di slogan, e così l’“anche” scompare e la frase diventa un’arma contundente buona per alimentare lo scontro e gridare allo scandalo.
È un metodo antico: i cinegiornali dell’Istituto Luce non inventavano sempre i fatti, li selezionavano, mostravano ciò che serviva e tacevano il resto, costruendo consenso attraverso il ritaglio e la cucitura, esattamente come accade oggi con un video o un titolo estratto dal contesto.
La stessa tecnica si ritrova nel caso di Francesca Albanese, relatrice ONU, il cui intervento di oltre quattro minuti viene ridotto a ventidue secondi, una clip amputata che trasforma una critica alle politiche di un governo nell’accusa di aver definito un popolo “nemico dell’umanità”; lei smentisce, invita ad ascoltare l’intervento integrale, distingue tra governo e popolazione, ma intanto la clip è già partita, è già stata rilanciata, è già diventata verità per chi non verifica, perché il meccanismo è identico: non si confuta il merito, si estrapola la frase, la si isola, la si decontestualizza e la si offre a un pubblico che spesso non ha tempo o voglia di approfondire.
È così che la propaganda contemporanea, così come per la primavera di “Un chimico” di Faber, non bussa, lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni, ma senza poesia e con molta malizia, insinuandosi nelle crepe dell’analisi e prosperando su un terreno sociale fragile dove la reazione vale più della riflessione; ed è un metodo tipico di una certa destra che approfitta della situazione culturale di chi è poco incline alla verifica, che si accontenta di un titolo, di un frammento, di una clip, perché la complessità non fa voti, mentre l’indignazione sì.
Non servono più le adunate oceaniche né i manifesti murali, basta un ritaglio ben fatto, basta cancellare un “anche” o comprimere quattro minuti in ventidue secondi per cambiare il senso di un discorso e trasformare un ragionamento in un’accusa, una sfumatura in un’assoluzione o in una condanna, e così la politica delle forbici continua a lavorare silenziosa, non dichiarando di mentire ma scegliendo cosa far vedere, perché la verità intera è faticosa mentre quella amputata è immediata, e nell’epoca della velocità l’amputazione diventa sistema.
Cadetto di Guascogna