
Sampdoria, Virtus Entella, Pescara, Spezia, Südtirol e ora l’Avellino: squadre assai modeste, spesso votate alla sconfitta con chiunque passi dalle loro parti. Con chiunque, tranne che con il Bari. Il Bari, queste partite, o le perde o le pareggia malamente, senza vere recriminazioni, anzi quasi andando a baciare i piedi delle varie Madonne o a San Nicola per qualche punticino raccolto immeritatamente. Ogni avversaria, quando incontra il Bari, sembra diventare il Real Madrid di turno; poi basta una Carrarese o un Mantova qualsiasi per rimetterla subito al suo posto. Se non riesci a vincere questo tipo di gare – oltre ad alcune in casa contro le cosiddette medio-grandi, come il Catanzaro, apparso sì forte ma assolutamente alla portata – allora è inutile girarci attorno: il problema è profondo, tecnico, tattico e mentale.
Contro l’Avellino si è vista una prova appena migliore delle precedenti, con un po’ più intensità e aggressività. Sarebbe sciocco e in malafede negarlo. Il Bari ha tenuto meglio il campo, ha avuto la possibilità di chiuderla sul 2-0 e non l’ha fatto; poi è arrivato l’errore di Cerofolini sul pareggio, che pesa come un macigno. La gara è stata tecnicamente povera, ma non una disfatta totale. Qualcosa s’è mosso: Dikmann ha mostrato carattere, Mané ha giocato una partita generosa e sorprendente, Cerofolini – al netto della macchia – ha comunque dato l’idea di avere personalità, e Bellomo, tra i subentrati, è stato l’unico a dare davvero qualcosa alla squadra. Ma resta l’ennesima occasione sprecata contro una squadra modesta, capace di tenerti sotto per venti minuti e di sfiorare il gol prima del pareggio, confermando quanto il Bari sia fragile nel momento decisivo. Ma poi nel calcio sono soprattutto la panchina e i cambi a far la differenza, a cambiare le sorti dell’incontro e l’Avellino l’ha cambiato, il Bari no, come accade da inizio campionato (per non dire da anni).
I risultati del pomeriggio rendevano quasi obbligatori i tre punti. Invece, da due gare interne è arrivato appena un punto: media da retrocessione diretta. Nel frattempo, Spezia e Sampdoria hanno superato il Bari in classifica, come prevedibile: pur tra mille difficoltà, hanno capito che bisognava sporcarsi le mani, lottare col piglio giusto per cominciare a vincere e solo dopo pensare a lavarsele per ambire a zone più tranquille. Il Bari no. Il Bari continua a danzare “come i Dervishes Tourners che girano sulle spine dorsali o al suono di cavigliere del Kathakali”, per dirla con Battiato: tanto movimento apparente, pochissima sostanza. Il gioco proposto, la mancanza di tecnica, di coraggio, di approccio, di tattica, di vere risorse umane valide a disposizione raccontano di una squadra infetta da una patologia grave, debilitante e quasi irreversibile, dove antibiotici, terapia intensiva e medicinali vari sembrano solo palliativi. E la classifica, che è sempre il vero giudice ma anche la Cassazione, lo certifica ogni settimana.
Questa annata assomiglia maledettamente a due stagioni buie del passato. La prima è quella del 1973-74, il Bari di Regalia e di Pirazzini: Casarsa che sbagliava una serie di rigori, Mancini in porta, Sigarini, Scarrone, Butti, Ardemagni e una squadra che scivolò in Serie C tra rimpianti e rassegnazione. La seconda è quella del Bari di Gigi Radice, chiamato al capezzale di un malato grave nella convinzione – molto barese – che un allenatore dal “nomen gentilizio”, fresco di scudetto col Toro, potesse salvare il salvabile solo con il peso del nome. Invece arrivarono i rigori sbagliati da Bagnato, una lunga teoria di pareggi inutili che mossero sì la classifica, ma non abbastanza da evitare la caduta. Oggi l’aria è la stessa: si prova a tenere in vita un organismo allo stato quasi vegetale che, però, continua a non reagire.
Il pareggio di sabato, che solo in apparenza riaccende una fiammella di speranza, non deve ingannare. Il Bari resta un malato grave, non voglio dire terminale, ma quasi. Lo considero vicino alla fase terminale per un motivo semplice: il mercato di gennaio. Da sempre – e lo ripeto dai tempi del neolitico quando tutti speravano nel mercato riparatore al grido “sono sufficienti due difensori bravi, veloci, due centrocampisti di peso, due esterni ed un attaccante da doppia cifra” come se trovarli fosse cosa facile per il Bari avaro, da sempre, come il personaggio di Moliere, concetto, questo, mutuato nel tempo da colleghi e tifosi – il mercato invernale è avaro di vera mercanzia per tutti, a meno che non si tirino fuori dai dieci ai trenta milioni per prendere qualche giocatore forte, esperto, che dia garanzie e faccia la differenza. E quando dico “qualche”, intendo almeno sei o sette elementi. A questi dovrebbero corrispondere le uscite di almeno dieci giocatori inutili o dannosi alla squadra.
Invece, la Filmauro ha ribadito sic et simpliciter che per il Bari non si investirà nemmeno un euro: si andrà avanti in autogestione, badando alla sacrosanta – e perfino comprensibile – sostenibilità economica. Ma a gennaio, senza decine di milioni, sul mercato finiscono quasi solo giocatori rotti, bidoni, convalescenti, fuori forma, spaesati, scappati di casa e fuori rosa, che hanno bisogno di uno o due mesi per giocare i primi venti minuti, col costante incubo di uno stiramento dietro l’angolo. In concreto, invece di sognare Nico Paz, Lautaro, Pulisic, Lookman, McTominay, Neres, Modric, Yildiz, Leão e compagnia cantante – che nessuno pretende – ci si deve difendere dalla prospettiva di ritrovarsi con i vari Diaw, Pușcaș, Di Gennaro (non Antonio), Lulić, Edjouma, Acampora, Kallon, Aramu, Scheidler, Bosisio, Ceter, Menez e tutta la categoria dei “bolliti”, degli ”inutili” o dei “dannosi” di gennaio. È inutile girarci attorno: con queste premesse, le possibilità di salvezza calano drasticamente.
Ora la palla passa inevitabilmente al mercato: sarà l’unico vero giudice del Bari e Magalini sarà, metaforicamente, il Pubblico Ministero chiamato a dimostrare se esistono davvero capacità e volontà di intervenire con decisione. Servono giocatori pronti da gettare subito nella mischia, non solo sulla carta ma sul campo,sin da Carrara: gente esperta, di qualità e di personalità. Non ci si può più permettere un organico appesantito da giocatori inutili come Castrovilli, Antonucci, Verreth, Maggiore, Burgio, Kassama, Partipilo, Vicari, Pagano, Rao, Mavraj, Cerri, Gytkjaer, Meroni, Darboe, Pereiro, da elementi dannosi come Nikolaou, da profili enigmatici come Dorval, che azzecca una partita sì e dieci no, perennemente col broncio. E facciamoli questi nomi, perbacco!
E allora la domanda è inevitabile: come ci si disfa di tutti questi giocatori? Chi avrebbe il coraggio di arruolarli tra le proprie fila? Quanto renderebbero in termini economici? E, soprattutto, come li sostituisci sia numericamente sia qualitativamente, a gennaio e senza risorse economiche importanti? Nel frattempo, la squadra che dovrebbe provare a salvarsi si regge quasi solo sul carattere di pochi: Dikmann, Cerofolini, a sorpresa Mané – e, a tratti, Bellomo – che danno l’impressione di saper affrontare certe situazioni delicate più di altri. Ma non può essere questo, da solo, il Bari che spera di restare in B.
Qualcuno potrà obiettare che “il pallone è rotondo”, che “si parte sempre dallo 0-0”, che “undici siamo noi e undici sono loro”, per dirla alla Oronzo Pugliese. Ma poi, come nella vita, i valori vengono fuori nitidamente. E poiché salvarsi non è solo una questione matematica – non sempre c’è una Terni o un’ultima gara a sancire la permanenza – un terzo anno potrebbe davvero andare male. La sensazione è che questo sia proprio l’anno buono per scivolare in C, e aggiungo: meritatamente.
Sarò catastrofista? Può darsi. Tuttavia, dopo 64 anni di “cosa biancorossa”, mi sento più realista che pessimista. Come scriveva Gramsci, bisogna avere “il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà”: la testa, oggi, dice che il quadro è nerissimo; il cuore, invece, spera ancora di essere clamorosamente smentito dai fatti. E come ricordava Machiavelli, “la fortuna favorisce gli audaci”: se la società non troverà il coraggio di cambiare rotta e investire davvero, il destino – temo – è già scritto.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari