
Bari–Pescara non era la solita partita di chi sta in fondo e guarda la polvere che alza chi li sorpassa. Era un incrocio di destini stanchi: il Bari, reduce da settimane di figure poco edificanti e dal miracolo di non aver perso a Castellammare, arrivava all’appuntamento come un malato che barcolla e si aggrappa all’ossigeno della matematica. Guardava alle spalle, non avanti. Come scriveva Cesare Pavese, «Si cresce soltanto se si è soli», ma qui la solitudine era più simile alla quarantena di una squadra fragile, timorosa, che cercava di sopravvivere.
Di fronte, un Pescara ultimo e smarrito, ma vivo. Una squadra che arrivava a Bari con la precisa ambizione – quasi un dovere morale – di sfruttare la depressione biancorossa e guadagnare almeno un gradino. Una partita quasi shakespeariana: speranze contenute, paure tracimanti, la sensazione di assistere a un dramma scritto e riscritto.
A completare il quadro, la protesta in Piazza Prefettura e poi fuori dallo stadio: fischi, striscioni, botti contro la multiproprietà. Un coro greco contemporaneo, legittimo e culturalmente coerente, come direbbe Vladimir Majakovski quando ricordava che «l’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo». Solo che qui non scolpisce niente: rumore, rabbia, e una squadra che nel frattempo avrebbe avuto bisogno esattamente del contrario. Di unità. Di sostegno. Di qualcuno che, come si diceva nello spogliatoio di Bearzot, restasse dentro anche quando tutto pareva franare. Poi, il campo. Che sarebbe stato meglio ignorare, per amore proprio.
Il Bari ha “pareggiato”, dicono le statistiche. La ragione dice altro: ha perso. Perché non esiste pareggio per chi gioca contro l’ultima in classifica, con la peggior difesa, e per settanta minuti in dieci. Una formalità disattesa. Una vittoria mancata con la leggerezza con cui si lasciano cadere i bicchieri nel lavandino. E con dentro l’assurdo: due rigori sbagliati da Moncini (però applauditissimo quando ha chiesto scusa, perché qui si perdona tutto a chi almeno tenta), un rosso a Olzer, occasioni fallite da una parte e dall’altra. Il Bari ha faticato, arrancato, tremato: e sì, è stato dominato da una squadra che fino a poche ore fa sembrava fuori dal campionato.
Il gol di Di Nardo è finito come un sigillo antico, perché in area del Bari chiunque salti, salta solo. Tra Nikolaou, Vicari, Maroni e la filosofia zen del marcare “ad area cosmica”, nessuno va in cielo a togliere il pallone. Come in un romanzo di Beckett, il teatro dell’assurdo.
Il Bari non filtra a centrocampo, non costruisce, non difende, non attacca: una cosa quasi antropologica. Sembra un accampamento al buio più che una squadra. Si salva Dorval, che fa luce dove tutto è buio, e che presto partirà per la Coppa d’Africa come un Ulisse richiamato da Itaca, lasciando però un regno decadente.
Così Vivarini, nell’intervallo, ha tolto Vicari e Verreth – teoriche colonne portanti – e poi anche Nikolaou, terzo teorico pilastro di un tempio che si è sgretolato prima di essere costruito. Tanto per dare un termometro medico: quando le presunte colonne portanti (sulla carta) cedono prima del soffitto, la casa non è in pericolo. È già crollata.
Eppure, se il campionato finisse oggi, il Bari sarebbe salvo. Paradosso degno della filosofia aristotelica, quella della “catarsi mancata”. I quindici punti raccolti sembrano spuntare dal cielo, come manna nel deserto. Ma la fortuna finisce, e qui non c’è audacia: e la fortuna, lo sapevano i Romani, aiuta solo chi osa.
Il mercato di gennaio, poi, non porta rose, ma rimasugli. Come diceva Edoardo Bennato, occorre salvare il salvabile. Sul mercato troveranno i soliti mezzi rotti, i convalescenti, i fuori rosa, i bidoni storici: e serve tempo per rimetterli in piedi. Tempo che non c’è.
Il risultato finale è una mezza sconfitta mascherata, tragicomica, surreale. L’arbitro – votato allo zero assoluto – ha arbitrato come si guida di notte senza fari: rigori ripetuti, falli negati, decisioni sbilenche. Il pubblico presente ha fischiato, ha sofferto, ha applaudito chi ha mostrato dignità. Fuori, la protesta continuava. Dentro, la rassegnazione.
Questa squadra non diverte, non entusiasma, non illude nemmeno. Come direbbe Dante, siamo nel “mezzo del cammin di nostra vita”, ma qui è più un burrone. Si pensa ogni domenica di aver toccato fondo, e invece sotto c’è ancora sterco da raschiare.
Il calcio dovrebbe essere gioia, anche nella sofferenza. Qui è incubo, déjà-vu, film in replica. I tifosi, quelli veri, non meritano questo.
Eppure resistono. Applaudono chi ha il coraggio di tentare. Sperano. Finché si può.
Poi, all’orizzonte, nulla se non un tetto basso. Ma guardarlo è un errore. Bisognerebbe idealmente guardare oltre. Chissà cosa c’è oltre la multiproprietà, oltre la mediocrità, oltre il limbo tecnico. Forse la luce c’è. Forse la salvezza. Forse qualcosa che assomigli al calcio.
Ma nel presente, c’è un pareggio che sa di resa. E un futuro che chiede risposte urgentissime. Prima che anche l’ironia finisca. E rimanga il dramma, quello vero.
Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari