Jed Levy / Phil Robson International Quartet di scena al Duke Jazz Club di Bari

Ancora sotto shock per il triste evento della dipartita di Guido Di Leone, il Duke Jazz Club di Bari ha ripreso a pieno le sue attività. Come più volte manifestato da Guido, il Duke e la scuola di musica del Pentagramma non devono fermarsi mai. E con il cuore in gola e l’animo lacerato, il jazz club riapre i battenti rispettando il suo programma.

Di scena il “Jed Levy/Phil Robson International Quartet”, featuring Roberto Gatto e Mark Hodgson. In molti, me compreso, siamo andati al Duke attirati dalla presenza di musicisti stranieri, provenienti da New York e dalla Gran Bretagna. Perfetti sconosciuti fino a quel momento. L’unico nome di rilievo, conosciuto di sicuro da tutti, il batterista Roberto Gatto. E come al solito, le sorprese non finiscono mai.

Sul palco questo “International group” guidato dal sassofonista americano Jed Levy (al tenore) e dal chitarrista britannico Phil Robson, accompagnati dal contrabbassista (anche lui britannico) Mark Hodgson e dal batterista romano Roberto Gatto.

Il sassofonista Jed Levy è un pilastro della scena jazz newyorkese da oltre 40 anni. Oltre a esibirsi e registrare come leader, ha collaborato a lungo con luminari del jazz come Jaki Byard (mentore musicale, tre registrazioni e innumerevoli esibizioni), Don Patterson, Jack McDuff (preziosa esperienza live), Ron McClure e il batterista degli Headhunters Mike Clark. Levy ha avuto anche la fortuna di lavorare con Junior Mance, Eddie Henderson, Jack Walrath, The Vanguard Jazz Orchestra, Shirley Scott, Don Friedman, Cedar Walton, Curtis Fuller, Chico O’Farrill, Tom Harrell e molti altri. Levy non solo ha girato l’Europa, il Giappone e la Cina come leader e si è esibito in diversi festival jazz internazionali, ma ha anche guidato band in storici locali newyorkesi come Birdland, Smalls, The Django, Sweet Basil, Blue Note e altri. Il suo quartetto è stato scelto dal Jazz at Lincoln Center per una tournée per il Dipartimento di Stato americano, che ha portato a un tour di cinque settimane in Sud e Centro America.

La sua capacità di adattamento a contesti differenti tra loro è stata la sua chiave di successo sulla scena newyorkese, passando a suonare da un concerto con la Cab Calloway Orchestra a una serata all’Apollo Theater con i Temptations e i Four Tops, al Birdland con l’Afro Cuban Orchestra di Chico O’Farrill. Nelle sue esibizioni come leader, così come nelle sue composizioni, Levy cerca di fondere queste diverse esperienze musicali. Alcuni suoi brani sono stati registrati anche da altri artisti come gli Headhunters, Don Friedman, Eddie Henderson e Mike Clark. Il suo ultimo CD, ” Faces band Places, pubblicato ad aprile 2025, è il suo undicesimo come leader.

Phil Robson è un chitarrista e compositore britannico pluripremiato, che ha avuto un ruolo fondamentale nella scena londinese per molti anni prima di trasferirsi a New York City nel 2015. Ha guidato band con leggende del jazz come David Liebman, Mark Turner, Billy Hart, James Genus, Marc Copland e molti altri, oltre a lavorare come musicista freelance con un’ampia gamma di artisti di fama internazionale come Kenny Wheeler, Barbra Streisand, Steve Lacy, Vince Mendoza, Donny McCaslin, Phil Woods, Maceo Parker, ecc.

In Europa è rinomato come co-leader della band di culto britannica ‘Partisans’ con il sassofonista Julian Siegel, nonché per il suo lavoro con la compagna, la cantautrice Christine Tobin. Oltre a essere un rinomato insegnante, è membro onorario dell’ARAM (Associate of the Royal Academy of Music) di Londra.

Mark Hodgson, dopo aver vissuto e studiato a Londra, si è trasferito a Barcellona, ​​in Spagna, nel 1999, dove ha lavorato con molti importanti musicisti europei e americani. È tornato nel Regno Unito a metà degli anni 2000. Ora vive a Oxford con la moglie e i tre figli. Ha suonato e registrato con i migliori artisti jazz britannici e internazionali, tra cui: Cedar Walton, Pharaoh Sanders, Phil Woods, Charles McPherson, Peter Bernstein, Steve Grossman, Dave Liebman, Jerry Bergonzi, Michel Legrand, Kenny Wheeler, John Taylor, Randy Brecker, Billy Cobham, Jeff Ballard, Peter Erskine e cantanti jazz tra cui: John Hendricks, Norma Winstone, Sheila Jordan, Gregory Porter e Melody Gardot. Ha registrato e suonato con numerose star internazionali del rock e del pop, tra cui: The Rolling Stones, The Police, Paul McCartney, Elton John, Pink Floyd, Bryan Adams. Mark è attualmente professore ospite presso il Royal College of Music, l’Università di Oxford, la Guildhall School of Music and Drama e il Royal Birmingham Conservatoire. 

Roberto Gatto, 67 anni, romano, è davvero una leggenda del Jazz, partecipando alla scrittura di pagine fondamentali del Jazz italiano. Esordisce come batterista jazz nel 1975 con il Trio di Roma insieme a Danilo Rea ed Enzo Pietropaoli. Ha poi collaborato con molti artisti, tra i quali si possono ricordare: Mina, Mietta, Lucio Dalla, Pino Daniele, Ornella Vanoni, Gino Paoli, Ivano Fossati, Riccardo Cocciante, Sergio Caputo, Teresa De Sio, Gilberto Gil, Riz Ortolani, Ennio Morricone. In ambito più strettamente jazzistico vanno citati i suoi lavori con alcuni nomi come Luca Flores, George Coleman, Enrico Pieranunzi, Chet Baker, John Scofield, John Abercrombie, Billy Cobham, Richard Galliano, Joe Zawinul, Pat Metheny, Michael Brecker.

Ha inoltre ricevuto vari riconoscimenti come miglior batterista italiano, nel 1983 dal mensile “Fare musica”, nel 1991 e nel 1992 da “Guitar club”, e nel 1993 dalla rivista “Percussioni”. A metà degli anni ottanta ha fatto parte di un gruppo italiano di grande qualità, anzi il migliore da quel decennio sino ad oggi: i Lingomania. Hanno inciso solo tre dischi nei tre anni ‘86, ’87 e ’88, di genere Fusion (più incline al Jazz che al Funk e al Rock). Il gruppo era composto da giovani musicisti, in assoluto tra i più validi dell’epoca, ottimi strumentisti ma pure ottimi compositori: il leader del gruppo Maurizio Giammarco ai sasofoni, Flavio Boltro alla tromba, Umberto Fiorentino alla chitarra, Furio Di Castri al basso e Roberto Gatto alla batteria.

Il concerto è scivolato via con una serie di brani che hanno messo in evidenza le peculiarità di ciascuo dei quattro componenti. In apertura il brano “Three chord thrick”, composizione orifginale di Levy e Robson, mentre il secondo brano, “Love Lost”, è stato dedicato al compianto Guido Di Leone, con un’introduzione di lunghissimo e struggente solo del sax di Jed. Sono stati eseguiti brani tratti dall’ultimo album di Jed Levy (Faces and Places) e di Phil Robson (The cut off point).

Un momento molto particolare di tutto il concerto è stato il brano finale, prima del bis, anche questo dedicato a Guido: una composizione originale di Jed Levy dal titolo “The Lion of Bari”. Per l’esecuzione di questo brano, Levy ha voluto con sé alcuni dei musicisti di casa al Duke, e sono così saliti sul palco Alberto Di Leone alla tromba, Antonello Losacco al contrabbasso, Vitantonio Gasparro inaspettatamente al pianoforte e Mimmo Campanale alla batteria. Un blues davvero toccante.

Andando a fondo della figura di Jed Levy, ho scoperto tante cose. Più volte è transitato dalle nostre parti. Con Antonello Losacco c’era già stata una collaborazione insieme a Dino Plasmati, ma la mia attenzione è stata attratta da un precedente CD di Levy del 2013, dal titolo The Italian suite”, con brani che fanno riferimento a Bari (Bari Blues), al “Ligurian sea”, “The road to Rome”, “Dado’s visit” (di Dado ce n’è uno solo), ecc. Ma un titolo ha colpito maggiormente la mia attenzione, e si chiama “Giuseppe’s borgo”. Mi è venuto un sospetto e ho fatto qualche domanda a Giuseppe Bassi, abitante del Borgo Antico di Cellammare.

Mi ha raccontato la storia di Daniela D’Ercole, stella nascente del nostro vocal jazz, nata ad Andria e morta tragicamente l’11/11/2011, a 32 anni, a Manhattan, New York, travolta da un SUV. Anche lei aveva frequentato la scuola del Pentagramma di Bari, per iscriversi successivamente al Conservatorio di Bari. Nel 2008 aveva inciso il suo primo album dal titolo The Peacocs” che vedeva ospite Jed Levy (oltre alla partecipazione di Giuseppe Bassi, Ettore Carucci e Marcello Nisi) e con il quale, successivamente, aveva effettuato una lunga tourne. Era stato ospite con tutta la famiglia per un lungo periodo a Cellamare a casa di Giuseppe Bassi, e da questo i due brani dedicati alla nostra terra e ai nostri musicisti.

Questo finale di racconto, triste e del tutto imprevisto, mi ha fatto ancor di più apprezzare il concerto dell’altra sera. E’ sempre piacevole ascoltare gli artisti che arrivano da fuori, ma i nostri non finiscono mai di stupirci. E ancora una volta, il Duke Jazz Club si manifesta come un luogo di incontro di tante strade e storie diverse, ma che sanno esprimere sempre il piacere di ascoltare musica dal vivo.

Gaetano de Gennaro
Foto di Gaetano de Gennaro


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