La settimana sportiva: l’analisi di Empoli – Bari

Castellani, atto di resa: anatomia di una disfatta.

Intendiamoci subito: nel calcio si vince, si perde, si pareggia. È la banalissima aritmetica del pallone. Ma quando si parla del Bari, quella stessa aritmetica sembra diventare geometria non euclidea: le sconfitte non “capitano”, si incarnano. Perdere a Empoli, di per sé, non sarebbe nemmeno un delitto quantunque lascia sempre l’amaro in bocca perchè parliamo di due blasoni diversi: gli azzurri sono ormai da quarant’anni quel modello di società che prende l’ascensore tra A e B con la naturalezza con cui il Bari, un tempo, saliva e scendeva senza rompersi ogni volta una gamba. Dunque sì, perdere al “Castellani” ci può anche stare.

Quello che non può, non deve e non avrebbe dovuto mai esistere è la figuraccia messa in scena sabato. Una recita indecorosa per una squadra che ha trenta campionati di A e cinquanta di B alle spalle, un blasone che dovrebbe imporre rispetto e che invece oggi, più che brillare, sembra un pezzo di ottone lasciato all’umidità.

Il Bari non ha semplicemente giocato male: sarebbe quasi un complimento. Il Bari è da inizio stagione lo zero assoluto, forse persino quel “meno infinito” che temeva Nietzsche mentre scriveva dell’abisso che ti guarda dentro. Sfido chiunque a trovare un solo giocatore da salvare in questa rosa: nessuno, ma proprio nessuno, nemmeno i goleador per caso che segnano perché il pallone rimbalza loro addosso.

Camminano in campo, girano a vuoto, tecnicamente limitati, confusi, incapaci di marcare, pressare, saltare, correre o anche solo accocchiare (perdonatemi per il termine in dialetto, ma ci sta tutto) due passaggi in fila. Guardano gli avversari palleggiare in surplace e non osano neppure avvicinarsi, mai sia! Sembra di assistere a quelle amichevoli del mercoledì pomeriggio, quando una squadra professionistica fa allenamento contro i ragazzini della provincia per riempire il calendario.

Una volta – consentitemi la nostalgia – i giocatori gettavano il sangue, si sporcavano come i minatori, e magari perdevano pure, ma lasciavano almeno la sensazione di aver combattuto. Oggi nemmeno la dignità di far scattare una rissa, calcisticamente parlando. Un Bari non pervenuto: come quelle vecchie stazioni meteorologiche che, da Bernacca, restituivano il dato “n.p.”, (in genere era Campobasso Castel Monforte). E sul 5-0 finale, la rissa sfiorata ha solo certificato lo stato pietoso dell’ambiente: quando manca la sostanza, resta solo il nervosismo.

L’Empoli, come tanti avversari ormai, si è trasformato nell’ennesimo Real Madrid di turno: gioca al trotto, irride, concede persino qualcosa, tanto sa che una squadra inconsistente prima o poi un tiro in porta lo fa, giusto per far credere di essere presente all’evento, o meglio, come suol dirsi, per timbrare il cartellino.

Mi metto nei panni di Vivarini. Appena arrivato a Bari, ha dichiarato ingenuamente che “qui si deve solo vincere”. Frase epica, peccato non sapesse che avrebbe trovato il nulla cosmico, lo zero spaccato. Chissà se, dopo la gara, avrà pensato: “Ce m’u ha fatt’ fà”, per gli amici non baresi, “chi me lo ha fatto fare?” Chissà in Abruzzo come si traduce. I due direttori sportivi, d’altronde, continuano a credere in questa rosa come si crede nelle comete: le vedi una volta ogni 76 anni.

Parlare della gara? A che pro. Non è tristezza, è proprio mancanza di materia prima da analizzare. Il Bari è, senza discussione, la squadra tecnicamente più povera dell’intero campionato: ferma sulle gambe, vittima di infortuni continui (sabato è toccato a Pucino: quelli addetti alla preparazione atletica hanno qualcosa da dire a riguardo? Figuriamoci se parla qualcuno), incapace di un minimo di resistenza, di corsa, di marcatura. Ogni avversario diventa un fenomeno, persino chi normalmente non supera i 5 all’album delle figurine.

Il tutto unito da un filo di tungsteno che tiene insieme limiti e lacune, pronto ad accendersi per illuminare la via della Serie C. Uno spettacolo indegno, senza reazione. Cambi inutili, anzi dannosi, con quattro ingressi, tre gol subiti. E spiegatemi pure Partipilo al 91’: forse è un linguaggio tattico che ignoro, sicuramente capirò poco di calcio. Ma, per carità, non che sarebbe cambiato molto: in questa rosa nessuno incide, nessuno sposta una briciola d’aria, figuriamoci Partipilo al pari di tutti i cavalli di ritorno soprattutto baresi.

Non voglio spacciare ottimismo, né prudenza, né tantomeno abbandonarmi a fantasticherie consolanti: sarebbe ridicolo. Eppure la storia insegna che quando si tocca il fondo, per quanto ci si possa restare a lungo, prima o poi si risale. È accaduto altre volte, nel calcio come nella vita. Ricordo il 7-1 di Cremona, poi l’anno dopo con Fascetti tutto cambiò. Ricordo lo 0-4 in casa col Lecce con Materazzi che venne subito esonerato, poi con Conte sembrava il presagio della fine e invece arrivò la salvezza e poi addirittura la Serie A.

Ma questo Bari è diverso: qui la nocciolina di speranza è schiacciata dalla multiproprietà che ci considera figli di un dio minore. E, temo, il fondo vero non lo abbiamo ancora raschiato.

E qui arriva il nodo cruciale: se la società ama davvero il Bari, non può limitarsi ai pannicelli caldi. Serve qualcuno che metta le pezze al posto giusto, una figura esterna, fredda, lucida, non coinvolta emotivamente né legata a vecchie logiche. In politica la chiamerebbero “tecnico”: uno che non è del mestiere dei partiti ma che ha l’autorevolezza per rimettere ordine. Un Mario Draghi del calcio, ecco. Uno che col Bari non c’entri nulla, proprio perché dentro il Bari, oggi, non c’è nessuno che possa risolvere nulla.
Perché quella di Empoli non è stata solo una sconfitta: è stata una delle umiliazioni più cupe della storia biancorossa, e Vivarini non è riuscito nemmeno a incidere nella testa dei giocatori.

L’Italia intera ci deride. C’è chi ha strappato l’abbonamento. I giocatori non onorano la maglia e i DS non riescono a far capire che si sta giocando per non retrocedere. Vicari, sul secondo gol, sembrava contemplare le nuvole: forse Platone parlerebbe di “mondo delle idee”, di iperuranio, ma sabato c’erano solo errori. Nemmeno il cambio di allenatore ha smosso l’inerzia emotiva. E se non reagiscono ora, quando mai?

Giocatori non inutili, ma dannosi: Nikolaou, Braunoder, Verreth, Vicari, Partipilo, Gytkjaer, Maggiore, Cerri, Rao, Pagano e compagnia cantante. De Laurentiis deve prendere decisioni drastiche: una retrocessione renderebbe la società invendibile entro il 2028 con inevitabile terzo fallimento nel giro di quindici anni. E il mercato di gennaio, lo sappiamo, è quello delle bancarelle di Santa Chiara o di Corso Mazzini: salvo casi rari dove si trova frutta e verdura buona a buon mercato, si trovano giocatori mezzi rotti, over 35, mezzali di ruolo ma non di gamba, difensori aspri, inesperti o ragazzini in cerca di visibilità o, peggio, giocatori che cercano il rilancio dopo uno-due anni negativi ma che col Bari, chissà perchè, il rilancio non arriva mai. L’unico colpo giusto, in era De Laurentiis, è stato Maita: uno su cinquanta. Media eloquente.

Qualcuno proponeva di far giocare il Bari con una maglia nera, per non sporcare i colori biancorossi. Io direi: a torso nudo, come al Canalone quando eravamo ragazzini. Perché oggi non sono degni né del bianco né del rosso, né del nero, né del blu.

Un vecchio proverbio latino recita: “Vincit qui se vincit”, ovvero vince chi vince se stesso.
Il Bari, ad oggi, non vince nemmeno contro il proprio riflesso. 

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari

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