Prima di saltare, pensa.

A Napoli, città che non perdona la superficialità e che smaschera anche i migliori attori al primo stacco di ciglia, è andato in scena un momento che definire politico è fin troppo indulgente. Sul palco del comizio di chiusura della campagna elettorale, i quattro big del centrodestra – Meloni, Salvini, Tajani e Lupi – hanno pensato bene di salutare la platea saltellando al grido di “chi non salta comunista è”.

Una scena che avrebbe potuto divertire, se non fosse che sul palco non c’erano ragazzi in gita, ma il Presidente del Consiglio e tre ministri della Repubblica. Osservandoli, mi chiedevo quando esattamente la politica italiana abbia deciso di scivolare dal confronto delle idee all’intrattenimento da dopocena.

Il problema non è il salto in sé. È ciò che si è scelto di saltare. Perché dietro quel coro da stadio ci sono pagine di storia che hanno reso questo Paese più libero, più giusto, più istruito. C’è Gramsci, a cui qualcuno volle “impedire al cervello di funzionare” e che invece ha insegnato al mondo l’emancipazione degli ultimi. Ci sono le donne della Costituente – Iotti, Mattei, Merlin – che hanno dato alla Repubblica dignità, diritti e modernità senza mai alzare la voce, figuriamoci saltare.

Ci sono le montagne della Resistenza, dove uomini e donne pagarono con la vita il rifiuto del nazifascismo. Ci sono Pio La Torre e Peppino Impastato, che non hanno avuto scorte né privilegi, solo coraggio e verità. E poi c’è lui, Enrico Berlinguer, morto su un palco per parlare di giustizia sociale. Un uomo che ha dimostrato che la moralità non si proclama: si pratica.

Eppure eccoli lì, i nostri rappresentanti istituzionali, convinti che quel saltello fosse una trovata brillante. E come se non bastasse, la Presidente del Consiglio – travolta da un’improvvisa “napoletanità selettiva” – ha rivendicato come patrimonio della destra Pino Daniele, Benedetto Croce, Leopardi, Eduardo, la filosofia, Posillipo e, immagino, anche l’aria di mare.
Un’appropriazione culturale al contrario: invece di rubare ciò che non appartiene loro, hanno provato a regalare a se stessi ciò che appartiene a tutti.

Leopardi, del resto, aveva già avvertito: “Una cosa stimabile non può essere apprezzata degnamente se non da quelli che ne conoscono il valore”. E a volte il valore non è questione di decibel, ma di profondità.

Intanto, sullo sfondo, a completare il quadro, c’era Salvini: quello che non molti anni fa non vedeva l’ora che la lava ricoprisse Napoli. Una città che oggi accoglie i suoi saltelli con una pazienza quasi evangelica.

Io, da semplice cittadino, li guardavo e provavo un imbarazzo enorme. Non per me: per loro. Perché chi governa un Paese dovrebbe unire, non dividere; rappresentare tutti, non imitare la tifoseria della propria curva. Un Presidente del Consiglio non dovrebbe agire come l’animatore di una festa, ma come il custode di un’istituzione.

La verità è che questi saltelli non colpiscono la sinistra politica. Colpiscono la storia della Repubblica stessa, quella che ha permesso anche a chi oggi deride gli “altri” di avere il diritto di parola, di voto, di libertà. Libertà che non sono cadute dal cielo, ma sono state conquistate con fatica, dolore, sacrificio.

Per questo dico, con la calma che il momento richiede: salti meno, Presidente.
Lavori di più.

E si ricordi che l’Italia non è una curva dello stadio: è una comunità fatta di storia, cultura, sacrifici condivisi. Un patrimonio collettivo che non appartiene né alla destra né alla sinistra, ma solo al Paese.

E come diceva Eduardo De Filippo, con la saggezza che fa più rumore di qualunque coro, “È inutile parlare: tanto chi vò capì, capisce“.

Cadetto di Guascogna

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