
Ci sono giorni in cui l’identità di una nazione si misura non nelle celebrazioni ufficiali, ma nelle crepe improvvise della diplomazia, e il volto del potere appare per ciò che realmente è. L’arresto a Tripoli di Osama Njeem Almasri, accusato di tortura e di omicidio e già oggetto di mandato internazionale, restituisce oggi un’immagine che il Paese avrebbe voluto risparmiarsi: un’Italia che non presidia la legalità, ma la lascia correre sulla scaletta di un volo di Stato, salvo assistere all’arresto compiuto non da Bruxelles o L’Aia, ma dalla Libia.
Sì, proprio quella Libia che la retorica di governo racconta come bisognosa delle nostre lezioni di civiltà, quella dei centri di detenzione, quella a cui abbiamo appaltato la frontiera come un intermediario necessario e imperfetto. È da lì che arriva ora una lezione di diritto: l’uomo che Roma salutava con onori, Tripoli lo processa.
La scena, degna della malinconica ironia di Monicelli o della severità civile di Scola, sembra scritta per una satira politica: mentre l’Italia si racconta custode della fermezza e dell’ordine, lascia partire con tutti gli onori un uomo gravato da accuse gravissime; mentre proclama rigore e sovranità, è costretta ad apprendere che altri, non noi, hanno fatto ciò che il diritto internazionale chiedeva. Un rovescio che ricorda la durezza con cui la storia punisce le illusioni di grandezza non accompagnate dalla consapevolezza dei propri limiti, come accadde nelle stagioni in cui l’Italia cercò di imporre la propria “missione mediterranea” e ricevette in cambio solo la censura della memoria.
Meloni, Nordio, Mantovano e Piantedosi emergono da questa vicenda non come architetti di una sovranità restaurata, ma come interpreti stanchi di un copione scritto per un Paese che voleva alzare la voce nel mondo e invece oggi appare spaesato, goffo, perfino ridicolizzato. Forte solo con i deboli, inflessibile con chi non può difendersi, e improvvisamente muto quando la realtà internazionale presenta il conto. La maggioranza che aveva provato a derubricare, insabbiare politicamente, far scivolare nell’oblio istituzionale il caso Almasri vede ora riemergere tutto, con la crudezza di un fotogramma che nessuno può più tagliare.
Il governo che accusa da anni i magistrati italiani di essere “rossi” si ritrova oggi, in un’ironia quasi letteraria, davanti alla caricatura involontaria del proprio nemico immaginario: la battuta che circola per il Paese parla dei “giudici comunisti di Tripoli”, specchio grottesco di una retorica che si inceppa quando non c’è più nessuno da incolpare, se non se stessi.
Il Paese che aveva promesso centri in Albania con lo slogan urlato in diretta – “fun-zio-ne-ran-no!” – si scopre oggi incapace di far funzionare il principio base di ogni Stato: trattenere chi è accusato dei crimini più gravi quando si trova sul proprio territorio. Non c’è sovranità nella propaganda; non c’è forza negli slogan; non c’è dignità istituzionale nella fuga dal confronto. La politica non può ridursi al gioco del nemico quotidiano, al catalogo infinito di responsabilità riversate su oppositori immaginari: magistrati, giornalisti, ONG, Saviano, Conte, Bibbiano, vaccini, Report, il Papa nuovo, il maltempo, il covid, l’Unione Europea, vento contrario, perfino il destino.
In questa vicenda non si chiede vergogna agli italiani, mai. Gli italiani devono indignarsi, non vergognarsi. Devono pretendere che la Repubblica non sia mai ridotta a caricatura di se stessa, che non si trasformi nello zimbello internazionale, che non diventi un Paese capace di applaudire un potere che sorride mentre inciampa. Devono rifiutare l’idea che la responsabilità politica sia un cerimoniale opzionale, un esercizio estetico da campagna elettorale permanente.
Chi conosce la storia di questo Paese sa che nulla umilia più dell’arroganza che non regge alla prova dei fatti. Da Pasolini ai grandi cronisti civili, dal cinema della disillusione alle righe amare di Flaiano (“In Italia la situazione è grave ma non seria”), abbiamo imparato che il patriottismo non è battere il pugno sul tavolo, ma proteggere la reputazione della patria con la sobrietà e la serietà delle istituzioni. Qui, invece, si assiste al contrario: la sovranità declamata che si piega, la fermezza proclamata che cede, la forza annunciata che evapora.
E mentre la politica nazionale prova a distogliere lo sguardo, la memoria civile resta vigile: in Puglia – dove la tradizione democratica e antifascista è più radicata di qualunque slogan di circostanza – possiamo, sia pur con cautela, affermare che qui i fascisti “no pasaràn”, ma oggi si aggiunge che qui le figuracce non si cancellano, non si archiviano, non si dissolvono nel rumore dei talk show.
L’Italia non merita questa umiliazione. Non merita il silenzio di chi ha gestito, taciuto, minimizzato. Non merita l’ombra che cade sulla sua dignità internazionale. Non è l’Italia a doversi vergognare: sono coloro che ne hanno abusato in nome della propaganda. Ma soprattutto chi nelle urne ha dato fiducia a questi autentici incapaci.
E niente riscatta le istituzioni quanto un atto semplice e antico, sempre più raro e dunque prezioso: rispondere, spiegare, assumersi le responsabilità. Perché le democrazie non vacillano quando sbagliano: vacillano quando fingono di non averlo fatto.
Cadetto di Guascogna