La settimana sportiva: l’analisi di Bari – Mantova

Il “Ratto dei tre punti”: il Bari e l’arte del furto calcistico

Ci sono vittorie e ci sono … rapine a volto scoperto. Quella di domenica, Bari-Mantova 1-0, appartiene senza ombra di dubbio alla seconda categoria. E non si tratta di una prima volta: già contro il Padova avevamo assistito a una scena simile. Due partite, due colpi riusciti. Altro che “Ratto delle Sabine”: qui siamo di fronte al Ratto dei Tre Punti, una rappresentazione teatrale in due atti con regia di Caserta e sceneggiatura di Magalini e Di Cesare, e soggetto di pura casualità.

Il Mantova, povero ingenuo, è salito al San Nicola con la faccia pulita di chi crede ancora che nel calcio contino il gioco, la costruzione, il possesso palla. Non sapeva che a Bari, di questi tempi, il pallone si nasconde come il Santo Graal: nessuno lo vede, ma si giura che esista. E così, dopo novanta minuti di nulla cosmico, la dea bendata – stanca di aspettare – ha deciso di intervenire di persona: un tiro sbilenco di Dorval, una carambola indecente e Moncini, l’unico lucido tra i sonnambuli, ha spinto dentro la palla come un ladro gentiluomo che si allontana dal luogo del delitto fischiettando.

Un gol casuale, ma d’altronde il caso è il solo allenatore che oggi sembri davvero guidare il Bari.
E non chiamatela “vittoria sporca”. No, perché le partite sporche, quelle vere, si vincono sudando, lottando, con le ginocchia sbucciate e le maglie impolverate, magari con la testa fasciata per un bernoccolo o un taglio fortuito occorso come nelle gare degli anni 60-70, come facevamo noi, ragazzi di quegli anni nei campi polverosi della periferia di Bari dove ce la mettevamo tutta anche nelle sconfitte magari subendo i cazziatoni e qualche ceffone dai genitori perché anteponevamo la partita di pallone ai libri, quelle si che erano parte sporche, sporchissime, ma eravamo tutti i migliori in campo, tutti, anche il portiere ciccione incapace di giocare la palla coi piedi (men che meno con le mani) e relegato per definizione in porta. Qui, invece, siamo di fronte a un colpo di scena da romanzo di appendice: una squadra che non costruisce nulla, non difende, non attacca, eppure si ritrova con tre punti nel sacco come Arsenio Lupin dopo una notte al Louvre.

Il Mantova, ultimo in classifica, ha fatto la figura del Real Madrid. Il Bari, quella del passante distratto che trova per terra un portafoglio gonfio e si convince di averlo meritato. Eppure, nonostante la vittoria, lo stadio ha fischiato. Fischi nel primo tempo, fischi nel secondo, fischi anche a fine partita: una sinfonia di disapprovazione diretta più alla proprietà che agli undici in campo, ma estesa a tutto il sistema Bari. De Laurentiis nel mirino, Caserta nella nebbia, e una squadra che sembra vivere un eterno déjà-vu: stessi errori, stessi limiti, stesso imbarazzo.

Come direbbe Oscar Wilde, “ci sono solo due tragedie nella vita: non ottenere ciò che si vuole, e ottenerlo”. Il Bari, poverino, è riuscito in entrambe. Non gioca e non convince, ma vince. E vincendo così, paradossalmente, perde tutto il resto: la fiducia, l’anima, il pubblico. Le statistiche, quelle sì, fanno paura: un solo tiro in porta (mezzo, per la verità), eppure un gol. Il Mantova, invece, ha collezionato azioni, cross, tiri (14 contro i sei del Bari) e persino un gol annullato per fuorigioco al 94’ per colpa di una mezza spalla. Ma nulla: la storia la scrivono i vincitori, anche quando non sanno tenere una penna in mano.

Il pubblico, stanco di favole, non si beve più nulla. Cori, petardi, striscioni: la pazienza è finita. Lo stadio si svuota, i tifosi restano a casa a guardare Netflix (nemmeno più Dazn se non per l’Inter, la Juve e il Milan), e i pochi rimasti resistono per amore o per masochismo, non si è ancora capito. Intanto i ragazzi crescono tifando le “strisciate” e Bari diventa sempre più terra di mezzo, sospesa tra nostalgia e rassegnazione. Caserta nel dopopartita ha detto che “contano i tre punti”. Giusto, mister, ma dimentica che la fortuna è una donna capricciosa, come scriveva Machiavelli: oggi ti sorride, domani ti fa cadere dalle scale. E quando smetterà di sorridere, questo Bari resterà nudo come un re senza regno.

Oggi si è vinto, sì, ma con il Mantova ultimo in classifica che sembrava il Manchester City. Una squadra rattrappita, senza idee, senza filtro, che gioca sempre dietro come se ogni avversario fosse un esercito di marziani. E qui, ahimè, entriamo nel capitolo delle note dolenti. Se Moncini rappresenta il miracolo, Gytkjaer è il contrario della resurrezione: un monumento all’inutilità calcistica. Lui corre poco (anzi non corre nemmeno), lotta meno e, quando tocca il pallone, pare chiedergli scusa per il disturbo. È il simbolo più eloquente della campagna acquisti estiva, un trattato di errori firmato con la leggerezza di chi scambia l’album Panini con un manuale di scouting. Il suo contributo alla squadra è sotto lo zero assoluto, roba che neanche i termometri islandesi riuscirebbero a misurare. Un giocatore così in forma che persino la panchina si rifiuta di scaldarsi. In un’altra epoca, un attaccante del genere sarebbe finito in una leggenda popolare, quella dell’uomo che passò novanta minuti in campo senza mai disturbare il pallone. Oggi, invece, è semplicemente un numero sulla distinta e una spia rossa sul cruscotto del Bari: segnale d’allarme permanente. E mentre Moncini, Cerofolini e ogni tanto un santo del calendario tengono a galla la barca, il resto affonda lentamente in un mare di mediocrità.

Il problema non è solo tecnico, è spirituale. Questa squadra ha smarrito il coraggio, la fantasia, la scintilla che un tempo infiammava la città. Oggi il Bari è come un romanzo mal riuscito: tante pagine, poca trama, finale scontato. E il lettore (cioè il tifoso) chiude il libro con un misto di rabbia e malinconia. Come scrisse Goethe, “non basta volere, bisogna agire”. E qui si continua a volere senza agire, sperando che il destino faccia il lavoro sporco. Ma il destino, come la fortuna, prima o poi si stanca di essere sfruttato. Il Bari ha vinto, ma non ha convinto. Ha rubato tre punti, ma ha perso un’altra fetta di dignità sportiva. E se questo è calcio, allora forse il vero spettacolo non è in campo ma in tribuna, dove i fischi – amarissimi ma onesti – raccontano più di qualunque cronaca.

Per una questione di concordia ordinum, sorvolo sui problemi, ma soprattutto sui danni, occorsi in tribuna stampa, danni causati dal down dell’impianto elettrico che ha messo fuori uso, almeno per quanto mi riguarda, il secondo alimentatore (il primo andrò letteralmente in fumo col Padova) che dovrò riacquistare (30 euro + 30 per il precedente) soprattutto della mancanza della linea internet per la quale non sono immaginare cosa avranno pensato i colleghi di Mantova. Apprezzabili le scuse arrivate in serata, a noi giornalisti, dall’SSC Bari tramite whatsapp. Quelle del Comune chissà se arriveranno. Ne dubito.

Massimo Longo
Foto di ©SSC Bari per gentile concessione

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