
Nella notte sospesa tra l’estate che scivola via e l’autunno che incombe, il San Nicola ha riaperto le sue porte a un Bari nuovo di zecca. Avversario il Monza, che soltanto un anno fa calcava i campi della Serie A e che adesso prova a risalire con l’organico e le ambizioni di una corazzata. Una sfida che, più che dare sentenze, serviva a capire: che cosa sarà questo Bari costruito in fretta e con risorse limitate, ma con un’anima che sembra non voler rinunciare alla bellezza del gioco.
Già dal riscaldamento qualcosa è cambiato. Non più la plastica e ossessiva irritante disco music che per anni ha anestetizzato le orecchie, ma ‘Baba O’Riley’ degli Who, “Dancing in the dark” di Springsteen, i Simple Minds, i Tears for Fears: rock, energia, un pezzo di storia musicale capace di far vibrare il cemento. Piccoli segnali, certo, ma talvolta i segni più minuti rivelano cambiamenti più profondi. Come probabilmente scriveva Baudelaire, “nulla si può ottenere senza qualche segreta gioia”: e in quelle note si respirava finalmente gioia.
Il campo all’inizio è crudele. Dopo due minuti Caprari inventa, Dany Mota colpisce, e il film sembra quello già visto a Venezia: un Bari che parte male, fragile, destinato a inseguire. Ma stavolta la trama si ribalta. Moncini, al 16’, trova il pari e accende un’altra partita: il Monza continua a muoversi elegante come chi conosce già il copione, ma smette di far male. Il Bari, invece, comincia a vivere: pressa, costruisce, rischia. Sibilli sgomma a sinistra, Pagano sfiora il gol, Verreth dirige con le bacchette come un direttore d’orchestra capace di dare ordine al disordine. Ci sono difetti, certo, ma anche una leggerezza nuova. Calvino avrebbe sorriso: “prendere la vita con leggerezza… significa planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.
Nella ripresa la scena si arricchisce. Pagano ha la palla buona per far esplodere il San Nicola, ma temporeggia troppo e si lascia recuperare. Il rimpianto è enorme, ma la sensazione è quella di un gruppo che ora osa, che non ha paura. Il pubblico lo vede, lo sente, applaude: un patto silenzioso si ricuce. Il Monza ci prova con Galazzi e Birindelli, ma trova una difesa concentrata, con Vicari e Nikolaou stoici nonostante le condizioni precarie di Vicari. E mentre i brianzoli inseriscono nomi di spessore, il Bari risponde con coraggio e freschezza: Rao sfiora il gol, Antonucci e Kassama assaggiano il campo, Castrovilli regala un passaggio, sul finale, da applausi che da solo vale il prezzo del biglietto.
E poi c’è lui, Verreth. Pulito, elegante, sempre utile. Bello da vedere, ma soprattutto vero, perché il suo calcio nasce dalla sofferenza trasformata in forza. Come scriveva Rilke, “la bellezza non è che il principio del terribile”: e proprio da quel dolore intimo Verreth sembra aver tratto una luce che oggi illumina il Bari.
Il fischio finale è un abbraccio collettivo. Il Monza resta la squadra da battere, ma il Bari non si è fatto piccolo. Anzi, ha mostrato personalità, tecnica, coraggio. Non è quello smarrito di Venezia, ma una squadra che può crescere, che può divertire, che può dare soddisfazioni. Il San Nicola lo sa: applaude, pronto anche a fischiare quando sarà necessario, ma stasera preferisce credere. Verrebbe da dire altro che Benali e Maita che ne rallentavano il gioco ma lasciamo stare perchè quello dei due ex era un altro stile di gioco, questo di Caserta, con Braunöder, Verreth e Pagano, con partenza dal basso, è un altro decisamente più veloce e divertente. E pensare che il Bari ha ancora in preparazione gente come Cerri, Antonucci, Gytkjær, Castrovilli, Darboe, Partipilo in attesa della sua migliore condizione, senza dimenticare quelli che arriveranno entro stasera a fine mercato. Possibile, invece, un addio in extremis di Dorval.
La società resta un’incognita, e insistere sul tema serve a poco. Meglio godersi il presente, questo presente che sa di speranza. Perché il calcio, come la vita, vive di attimi: e l’attimo vissuto stasera al San Nicola profuma già di futuro.
Massimo Longo
Foto per gentile concessione di SSC Bari