Vale la pena? A Lecce si discute su “Il futuro della giustizia minorile: sfide e prospettive dopo il Decreto Caivano”

Il 19 giugno alle ore 18.30 a Lecce presso l’ex Convento degli Agostiniani in Viale Michele De Pietro, vi aspettiamo al dibattito organizzato da Antigone Puglia riguardante “Il futuro della giustizia minorile: sfide e prospettive dopo il decreto Caivano”.

La giustizia penale minorile italiana costituisce da decenni un modello al quale l’intera Europa si rivolge quale pietra di paragone virtuosa. Per questi motivi crediamo che la strada tracciata dal decreto Caivano sia sbagliata oltreché pericolosa, per l’aumento dei minorenni nelle carceri. L’espansione dell’azione punitiva proposta nel decreto a scapito dell’approccio educativo verso i giovani si pone in contrasto con le basi culturali e con un sistema che oggi mette al centro gli interessi del minore d’età.
Aumentare le pene così come prevedere il Daspo urbano per i minori di 16 anni non è il metodo migliore per arginare il rischio devianza. La prevenzione deve puntare al sostegno e al recupero già in età scolastica fornendo supporto pedagogico e psicologico alle famiglie fragili e vulnerabili, dove crescono i minori. Lo sport, lo studio e la cultura sono la risposta che la società deve fornire per garantire un futuro alle giovani generazioni.

PROGRAMMA:
Saluti: Loredana Capone presidente del Consiglio Regionale della Puglia; Lara Cataldo consigliera comunale del Comune di Lecce e presidente commissione pari opportunità; Antonio De Mauro presidente ordine degli avvocati di Lecce; Maria Pia Scarciglia presidente Antigone Puglia.
Modera: Alessandro Stomeo avvocato, socio Antigone Puglia
Interventi: Ida Cubicciotti giudice presso il tribunale per i minorenni di Lecce; Federico Martella avvocato, Camera penale di Lecce; Maria Pilato mediatore penale esperta in programmi di giustizia riparativa iscritta nell’elenco di cui al D.M. 9-6-23; Paolo Cesano membro della società psicoanalitica, socio Antigone Puglia; Antonella Manca dirigente scolastico liceo scientifico “Banzi Bazoli Giulietta” di Lecce.

L’evento è accreditato presso l’ordine degli avvocati di Lecce e riconosce n. 2 crediti formativi in materia ordinaria. Prenotazione tramite Sistema Riconosco.

L’attuale situazione della carcerazione minorile è giunta ad un punto allarmante. Negli ultimi anni gli ingressi negli Istituti Penali per Minorenni (IPM) sono gravemente aumentati e il decreto Caivano (D.L. 123/2023) ha di gran lunga peggiorato le prospettive future. Si pensi che in Italia nel febbraio dello scorso anno i ragazzi ristretti nelle carceri minorili hanno abbondantemente superato le 500 unità, numeri che non venivano raggiunti da oltre 10 anni. Nei mesi a seguire la situazione è addirittura peggiorata, fino a raggiungere le 580 unità. Cifre così alte non si erano mai registrate. Ciò crea sconforto se si considera che il modello italiano di giustizia minorile ha costituito per lungo tempo un valido esempio per l’Europa, anteponendo al resto il fondamentale principio dell’interesse superiore del fanciullo, fatto proprio dall’art. 3 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia del 1989. Il legislatore dell’88, con il D.P.R. 22 settembre 1988 n.448, aveva colto ed abbracciato i nostri principi costituzionali, revisionando il sistema penale e penitenziario minorile in linea con l’idea che la sua finalità principale fosse quella di educare il minore resosi autore di reati e non, invece, di infliggergli una esemplare punizione. Oggi, invece, la legge 159/2023 di conversione del decreto Caivano, intervenendo sulla normativa del diritto penale minorile, ha di molto ampliato la previsione di applicazione della custodia cautelare, facendo così registrare una crescita notevole della carcerazione minorile, che attualmente riguarda in prevalenza ragazzi sottoposti a misura custodiale in IPM (si pensi che ben il 65,7% vi è ristretto senza una condanna definitiva). Ad aggravare la situazione, nell’ambito della disciplina degli stupefacenti, vi è l’inasprimento del trattamento sanzionatorio della fattispecie di lieve entità, agevolandosi il ricorso alla misura della custodia cautelare e dando luogo a ipotesi di arresto obbligatorio in flagranza. Non c’è da stupirsi allora se rispetto all’anno precedente gli ingressi in IPM per violazione del Testo unico sulla disciplina degli stupefacenti siano aumentati di quasi il 40%. Si tratta di un’emergenza. Un’emergenza sociale, strutturale, che ci riguarda, tutti. Eppure il messaggio che passa è quello di un preoccupante incremento della criminalità giovanile, tra bullismo e c.d. “Baby Gang”, accentuato da alcuni recenti fatti di cronaca che, anche nella nostra regione, hanno visto coinvolti dei minorenni. Un fenomeno che spesso viene osservato da lontano, come se il problema riguardasse qualcun altro: quei giovani criminali sempre più numerosi da cui vengono prese le distanze dopo avervi apposto un’etichetta. Ebbene, che negli ultimi anni vi sia stato un aumento della criminalità minorile è in parte vero, ma è importante che ne venga data la giusta attenzione e l’inquadramento che merita. L’incremento di tale criminalità muta da regione a regione. Nelle regioni del Sud, Puglia compresa, viene registrato un andamento piuttosto irregolare della criminalità giovanile, con un picco nell’anno 2015 ed un successivo decremento fino al 2020, con una progressiva diminuzione del 17,74% tra il 2010 ed il 2022. Tuttavia, negli ultimi tre anni sono diversi i crimini commessi da gruppi giovanili in varie regioni italiane; in Puglia, se ne è registrato un aumento soprattutto in Capitanata e nel Salento, oltre che nella provincia di Bari e nella BAT. Pur registrandosi tale situazione è bene, però, non perdere la bussola. Il procedimento penale minorile deve tendere a restituire alla società un minore educato, a mezzo degli interventi mirati sulla sua personalità e sulla sua condizione socio-psicologica. Rispondere alle esigenze securitarie dell’opinione pubblica attraverso un inasprimento delle sanzioni destinate ai minori non è la soluzione al problema. Anzi, ciò potrebbe peggiorare le cose. La pena in carcere stigmatizza, generando ulteriore disagio e fratture sociali insanabili. Incarcerare un minore significa inchiodarlo per sempre a quel momento della sua giovane vita, spezzando il suo futuro e collocandolo in un limbo spesso senza fine. Questa frattura si interiorizza e può alimentare un circolo vizioso di disagio e recidiva. L’impatto della detenzione sulla salute mentale dei minori viene ancora oggi sottovalutato. I dati raccolti presso l’IPM di Bari mostrano un quadro preoccupante: molti ragazzi assumono psicofarmaci per disturbi del sonno e ansia, a causa delle condizioni di isolamento, della riduzione delle attività scolastiche e ricreative, e della mancanza di opportunità di formazione e lavoro. La situazione si aggrava per i minori stranieri, spesso lasciati senza supporto adeguato, con poche possibilità di reinserimento e percorsi personalizzati che possano aiutarli a ricostruire una vita fuori dal carcere. Questi giovani sono spesso traumatizzati, con problemi comportamentali ed emotivi che richiederebbero tutela e supporto, ma spesso vengono isolati in carcere e trattati con psicofarmaci, senza un reale percorso di recupero. Rei e vittime di una irrequietezza che li porta ad ulteriori accuse e a nuovi reati, fino ad essere inglobati dal circuito criminale ancor prima di averne piena coscienza.
Dunque, quanto valore ha questa punizione? La domanda “Vale la pena?” non è solo un interrogativo retorico, ma un invito a riflettere sul senso e sull’efficacia delle nostre politiche e pratiche in materia di giustizia minorile. La crescita esponenziale degli ingressi in IPM, l’uso massiccio di psicofarmaci, le condizioni di isolamento e la mancanza di prospettive reali di reinserimento ci pongono di fronte a una sfida urgente: dobbiamo chiederci se il sistema attuale sta realmente tutelando il benessere e il futuro dei giovani coinvolti, o se, al contrario, li sta condannando a un ciclo di esclusione e marginalità senza via d’uscita. È tempo di rivedere le strategie, di investire in figure professionali di supporto, in interventi educativi, sociali e psicologici che possano offrire ai minori una possibilità di riscatto ed aiutarli a ricostruire il proprio futuro, piuttosto che perpetuare un modello punitivo che rischia di fare più danni che benefici.
(Dott.ssa Luciana Sammarco – Socia Antigone Puglia)

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.