La settimana sportiva: l’analisi di Ternana – Bari

Diciamocelo, senza tanti giri di parola e senza ascoltare chi, oggi, da medievalista arcaico, ci dà del tirapiedi: nessuno, dopo aver visto il Bari quest’anno e il Bari del primo tempo e di altri trenta minuti del secondo contro la Ternana a Bari, ci avrebbe scommesso un solo centesimo. Si, certo, la speranza era l’ultima a morire come suol dirsi, gli esercizi apotropaici si sono sprecati, tanti i ceri a San Nicola accesi per l’occasione, santi, dei, figure celesti a cui votarsi, tutto a cui potersi aggrappare hanno fatto da corollario alla gara, ma ripeto, nessuno si era fatto illusioni. O almeno io che, come sapete, dall’inizio ho cercato di profondere un minimo di ottimismo, salvo poi non poter, giornalisticamente, negare l’evidenza che mi ha fatto cambiare idea.

Certo, riflettevo giovedì sera a tarda ora (le due di notte, dopo aver assistito alle dichiarazioni dei protagonisti, aver scritto l’articolo ed essere tornato in hotel), ho riflettuto molto sulla retrocessione evitata: perché retrocedere contro una squadra come quella umbra, mi avrebbe dato molto fastidio. Molto. Una squadra di caratura davvero scarsa che solo “quel” Bari visto da agosto in poi, un Bari che ci ha fatto soffrire, far veleno, un Bari che ci ha umiliato tante volte, troppe volte, un Bari senza uno straccio di gioco, in perenne confusione, incapace di reagire, poteva far diventare Real Madrid la Ternana a Bari la scorsa settimana. Credo che siamo tutti d’accordo su questo. Almeno credo. Anzi, sapete cosa vi dico? Che secondo me anche il Lecco avrebbe dato filo da torcere alla Ternana in fase di andata playout, forse alla fine la Ternana avrebbe pareggiato lo stesso, o forse addirittura vinto, però il Lecco non si sarebbe mostrato così permissivo facendo diventare Bayern di Monaco quelli della Ternana. Non trovate? Perché il Lecco, coi suoi indubbi limiti, è – anzi era – più squadra, tutti, in riva a quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, hanno dato l’anima, cuore, non gli sarà bastato, ma hanno la coscienza a posto. Il Bari cosa ha dato per meritarsi la salvezza? Solo veleno e brutte figure. Ha perso finanche a Lecco e si è fatto raggiungere e quasi sorpassare dalla Feralpi. Su, su, di che stiamo parlando.

Dicevo che mi avrebbe dato fastidio retrocedere contro i ternani anche perché, pur conoscendo la città per altre trasferte del Bari, ho rifatto un giro e mi è parsa assai triste, troppo moderna o quantomeno stile ventennio, tutta contornata dall’acciaio che ha fatto le fortune in questa città, insomma, magari non avrò approfondito, ma mi è parsa davvero una delle più brutte città d’Italia viste da me da 18 anni a questa parte di onorata carriera giornalistica calcistica. Forse Foggia, Catanzaro e Latina mi son sembrate peggio o quantomeno se la giocano alla pari. Sarò che sono un eterno inguaribile amante della cultura, e una chiesa antica, o un palazzo barocco o un ponte romano, mi fanno più presa rispetto a città che non mi offrono nulla, fatto sta che Terni, con tutto il rispetto, è davvero una brutta città, i ternani molto molto provincialotti (un altro motivo per cui non avrei accettato la retrocessione con loro), e insomma, meno male come è andata. Certo, dispiace pe rla loro retrocessione, a fine gara ho provato a mettermi nei panni loro e deve essere molto triste. Ho persino incoraggiato due tifosi vicino a me. La mia solita, stupida, sensibilità.

Di Cesare: dovrebbero ritirare la maglia numero sei quando deciderà di appendere le scarpe al chiodo. Io credo che di diritto vada annoverato come il miglior capitano transitato a Bari, perché fare quel che ha fatto da 34 anni in su, non è la stessa cosa farlo da vent’anni a trenta. Dunque, chiavi della città o cittadinanza onoraria subito. E poi quella rovesciata che mi ha ricordato quella mitica di Parola nelle figurine Panini, quel suo alzarsi, elevarsi da terra quasi simbolicamente a voler sollevare la squadra dalla melma in cui era caduta. Mille grazie non saranno mai sufficienti.

Torniamo a noi. Ora occorre chiarezza ora. Occorre parlare alla città, non tanto ai tifosi, perché dopo le gravi e inopportune parole di Aurelio de Laurentiis (bravo Giampaolo a mantenere la concentrazione nello spogliatoio ma non solo per questo, credo che abbia qualche merito: in fondo ha perduto solo a Cosenza da quanto è stato chiamato, e per questo Bari era pure tanto), nessuno qui ha voglia di galleggiare nella mediocrità né tanto meno nella paura, 43 anni di matarresismo bastano e avanzano. No, basta. Bari non è la stampella di nessuno, Bari avrà tante contraddizioni che la limitano nell’esplosione socio culturale, ma almeno calcisticamente non merita queste umiliazioni. Qui si pretende almeno di lottare per la A, sempre, quando è in B, ovviamente, il Bari non può e non deve mai più arrivare a giocarsi la salvezza nei playout. Mai più!

Giovedì ho salutato il Dottor Luigi incrociandolo sulle scale mentre le scendevamo insieme, ci siamo stretti la mano, gli ho dato una pacca sulla spalla, e lui quasi a volermi dire “che vuole da me…” e l’ho visto parecchio emozionato. Molto. L’ho sempre detto che il Dottor Luigi è come Don Vincenzo coi Matarrese. Solo che i Matarrese, spacciati e i Kennedy di Puglia dal loro impero economico, promisero alla città di diventare la Juventus del Sud, di entrare in Europa dalla porta principale rifiutando l’Intertoto, di costruire rose competitive ogni anno per la A, salvo poi farci andare in A solo tre volte in 43 anni, vedere autentici bidoni transitare, retrocedere puntualmente dopo uno-due anni (tranne che nell’epoca di Fascetti quando durò quattro anni: capirete… l’Udinese ci sta da 30 anni, il Chievo c’è stato per 12 anni, e mi fermo qui), senza dimenticare che si è subito disfatto, per far cassa, dei giocatori che sono esplosi, come una società dai lineamenti e dai caratteri somatici provinciali che ha avuto bisogno della politica per proseguire, una gestione pane e acqua, insomma a cui è seguito una tantum il dolcetto-scherzetto che, ripeto, è durato un anno-due. E chi lo nega è in palese errore perché nega l’evidenza o è un vedovello dei privilegi noti o è tifoso delle strisciate a cui va bene vedere il Bari sguazzare nella mediocrità per timore che il Bari possa dar loro filo da torcere come spesso è accaduto in A. E dimenticavo che ci han portato pure al fallimento, punti di penalità, così, giusto per intenderci con chi abbiamo avuto a che fare. I De Laurentiis non sono i tipi che scherzano con le tasse, né promettono ad mentula canis, sanno cosa fare e tante volte ci riescono altre volte no. Quest’anno è andata male sia a Napoli che a Bari. E credo sia la prima volta in assoluto in sedici anni e sei del Bari.

I tifosi, per la Filmauro, sono meri clienti, non supporter, così vengono trattati perché la loro mentalità imprenditoriale li porta a definire i tifosi con questo status. Lo sappiamo perché vediamo cosa succede a Napoli. Però qui a Bari si pretende quantomeno lo stesso trattamento gestionale del Napoli, spese sostenibili, si, ma gente preparata, direttori che sbagliano poco, non vorremmo mai più giocatori come Scheidler, Edjouma Guiebre, Puscas, Brenno, per favore basta così. Qui si pretende gente affamata, esperta, non reclutata su youtube o da video passati da Telegram o su whatsapp. Fa rabbia assistere impotenti all’Atalanta che pesca ragazzi dal nome Lookman, mentre il Bari Achik o Zuzek. Tanta rabbia.
Si pretende qualche figura in più nello staff, ad esempio un Direttore generale, una figura di spicco, un responsabile dell’area tecnica ed altre figure professionali che facciano del Bari una società vera, e non gestita da un deus ex machina.

Ma soprattutto basta con la multiproprietà, è ora di fare delle scelte precise e definitive. Quantomeno pretendiamo slancio e progetti seri che ci facciano disputare tornei di alto livello, perché una piazza come Bari con un potenziale di 60mila spettatori ogni gara se si accende la piazza, non può e non deve vivacchiare in B. Non ne parliamo la C. E allora che si parli chiaro e si rilanci, alternativa cedere subito la società. Possibilmente a forestieri, meglio se non europei, così da non cadere dalla padella mataressiana alla brace.

Massimo Longo

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